Comunicazioni

Riflessioni random sulla comunicazione. Radio televisiva e no.

Fenomenologia di Studio Aperto

Distratti come siamo dalle polemiche sul Tg1 e sui suoi servizi di alleggerimento (che, ahinoi, fanno alzare gli ascolti: nell’era preminzoliniana la seconda parte del tg spingeva il pubblico verso il Tg5), molti non fanno più caso al telegiornale che ha dato la linea a questa tendenza “tg uguale cazzeggio”: Studio aperto.

E come sempre, il maestro batte l’alunno.

L’elenco dei servizi andati in onda nell’edizione di oggi alle 18.30 è esemplificativa di un certo modo di fare giornalismo. Tolti i servizi “di rigore” (nave turca attaccata dagli israeliani, festa della Repubblica e manovra anti-crisi) la parte alleggerimento inizia praticamente da subito.

Si comincia con la cronaca nera. Il processo contro Amanda Knox. Un processo parallelo a quello per l’omicidio: calunnia. Ma è l’occasione di parlare del nuovo look della ragazza americana condannata in primo grado per aver ucciso l’amica inglese. I capelli corti spingono il giornalista a fare paragoni sul look: “la biondina dagli occhi di ghiaccio ora ha i capelli alla garçon”. Mah.

Andiamo poi agli Esteri. Due notizie che concernono il Regno Inglese de quale, chissà perché, molti direttori sembrano sudditi. E così due bei servizi, uno sul possibile omicidio di Lady D (un sempreverde) con i legali di Al-Fayed che annunciano l’ennesimo possibile scandalo (su mine antiuomo), l’altro su Sarah Ferguson che invece si pente in diretta tv di aver chiesto la tangente (a un giornalista in incognito) per far incontrare l’ex marito, il principe Andrea.

I reali vanno forte a Studio aperto. Poco più in là, servizio sul principino nostrano che, dopo Sanremo , danze e canti, si prepara a fare l’attore. In una sit-com sexy. A me personalmente sono venute in mente avventure milanesi hard di altri membri (e non ridete per il termine) della famiglia. Ma sono malevolo.

Dopo le teste più o meno coronate, ecco gossip e dintorni. Prima un altro classico: Corona che, a sorpresa, sembra non abbia più successo con le donne. Dopo i cuccioli dei ricchi che non riescono a dormire senza lo yacht, anche questo è un argomento sul quale riflettere (io, comunque, per inciso, non ci credo a ‘sta storia di Corona che va in bianco: magari domani al bar attivo un dibattito sul tema).

Se non bastassero Corona e Belen, ecco un pezzo su Aida Yespica che aveva una depressione (“non riesco più a fare l’amore) dalla quale è uscita confessandosi a “Chi” (settimanale top in questo senso) e innamorandosi di Teo Mammuccari (“un vero uomo”).

Rasserenati sui problemi sentimentali delle star di oggigiorno, eccoci di nuovo in ansia per i cerchi nei campi di grano. In Brianza. Imperdibili. Ma, basta tematiche così alte, il servizio successivo è su una classifica tra la ragazza più bella del mese. A maggio vince Melita (l’ho incontrata al Meeting di Rimini,e posso confermare).  A ruota un pezzo imperdibile sulla “prova costume” con un po’ di donne copertina con rotolini di grasso e buchi da cellulite: immagini che dovrebbero rasserenare “quelle che non ce la faranno” entro l’estate. Il consiglio? Costume intero.

Si chiude di nuovo con gli Esteri, con un pezzo, veramente gustoso sui maiali alle Bahamas. Maiali nel senso degli animali. Che però nel servizio, chissà perché, fanno il bagno per la gioia dei turisti che gli lanciano il cibo. Tutto in un solo “tg”.

Quando alle 19 parte Studio Sport, sembra di tornare sulla terra. Servizi senza cazzeggio, su Capello, Benitez e Valentino Rossi. Temi forse più leggeri. Che però a confronto col nonsense precedente, ti dà un ottimo metro di paragone.

Our school, “Walter Tobagi”

Assemblea , via Skype, tra gli studenti delle scuole di giornalismo di Mosca e Milano. Alla Casa dei giornalisti della capitale russa si sono trovati (insieme ai colleghi della Novaja Gazeta) gli studenti della MGU, la principale università di giornalismo della capitale russa, la stessa dove ha studiato Anna Politkovskaja. E proprio dalla figura della giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006 da sconosciuti, è partita la discussione sulla libertà di stampa in Europa.

Da Milano ci siamo connessi dalla scuola di giornalismo “Walter Tobagi”, dell’Università Statale di Milano. E proprio dal collega assassinato trent’anni fa è partito il discorso dei praticanti italiani. Ecco quel che hanno scritto e mandato a Mosca come contributo, tre degli studenti milanesi: Carlotta Mariani, Micol Sarfatti e Massimo Tagariello.

Ad maiora.

Ps. Sono gli stessi giovani giornalisti (a Milano e ovunque in Italia) cui le redazioni (stimolate dalla FNSI) in questi giorni sbattono le porte in faccia e boicottano gli stage. Salvo poi, quando escono le statistiche ISTAT sui cosiddetti bamboccioni, sollevare il solito finto pianto greco sui giovani che non hanno opportunità. Alla faccia della coerenza.

………………………………………………………………………………

Our school’s name is Walter Tobagi.
Walter Tobagi was an italian journalist killed on 28th of May 1980, exactly 30 years ago. He was involved in articles about terrorism and violent groups that were trying to take control of the Italian Government and was shot because of that.
Walter Tobagi was not the only one. Giovanni Spampinato, Giuseppe Fava, Carlo Siani are just some names of italian journalists killed by mafia all around the country. And the list could be much longer.
Roberto Saviano, the writer who denounced the dark affairs of the Camorra in his book “Gomorrah”, has been living under escort for 4 years now. He is often accused by politicians of using mafia issues for purposes of fame and success.
According to the latest survey from Reporters Sans Frontieres, Italy has plummes from the 35th rank in 2007 to the 49th last year. Our country is labelled as “partly-free”, the only case in Western Europe.

Nowadays there’s a harsch debate about a decree intending to rule out the publishing of telephone leaks until judicial investigations are done. Many media editors, even the ones siding the Government, are opposing this prospective law, claiming that without this kind of information many of the recent political and economic scandals would not have been uncovered.

Last but not least, most journalists are not free to write whatever they want out of unsustainable pressures by the media ownership. Almost all of the owners of newspapers, radios and tv’s have their core business in some other industries, which forbids reporting bad news about them.

We end up asking ourselves the big question: is there freedom of press in our country? We wouldn’t go straightforward with a “yes” or “no”. But we will keep asking it again and again.

Per chi suona “Chi l’ha visto?”

Quando guardo “Chi l’ha visto?” il lunedì sera non so se arrabbiarmi per quello che non viene fatto dalle autorità preposte o essere contento che, alla fine, le indagini ripartano proprio su impulso di questa bella trasmissione. Su Elisa Claps, giusto per fornire l’ultimo eclatante esempio, si ha la forte impressione che le indagini siano state, per 17 anni, fatte solo da Federica Sciarelli (e dai suoi predecessori, ovviamente) insieme ai suoi collaboratori. Alla fine è chiaro perché i parenti di persone scomparse (a volte anche minori per i quali la polizia, anche davanti alle telecamere, alza le spalle parlando, incredibilmente, di “scomparsa volontaria”) si rivolgono proprio a “Chi l’ha visto?” per cercare una soluzione ai loro drammi. Loro d’altronde, quando hanno una traccia mandano i giornalisti a indagare. Se trovano qualcosa, poi arrivano anche gli investigatori in divisa.

Il tutto è un po’ surreale, ma questo è il paese. È la televisione che detta tempi e ritmi di tutto, persino delle indagini giudiziarie. D’altronde, sembra che le stesse forze dell’ordine, ma anche i pm, seguano l’onda mediatica durante le “emergenze”. Se l’attenzione è verso i romeni si arrestano romeni e si fanno conferenze stampa, certi che si avrà visibilità. Poi l’emergenza zingari, prima c’era quella albanesi. Un tempo i marocchini, e via così. Molti di questi casi, sempre che arrivino in un aula di giustizia, finiscono spesso come bolle di sapone. Ma ormai sono passati gli anni e nessuno si ricorderà più nulla, alla caccia di una nuova emergenza.

A volte si rivolgono a me persone che chiedono di essere intervistate per denunciare quanto gli sta a cuore, per “chiedere giustizia”. Nella mia ingenuità, spesso li invito prima a fare denuncia alle autorità preposte. Ma poi mi viene in mente che, non ci fosse stata Striscia, avremmo ancora molte truffe a suon di amuleti e che se non ci fosse la Sciarelli forse Restivo sarebbe nella sua bella casa inglese. Ma ora arriverà la bella legge sulle intercettazioni. E quindi nemmeno di Restivo indagato per Elisa Claps potremo più parlare. Ci sarà da ridere. E spero ci si avvierà a una violazione di massa di questa legge assurda.

Lettera dei giovani giornalisti al (vecchio) sindacato

Questa e’ la lettera che decine di giovani giornalisti, praticanti delle scuole di giornalismo di tutta Italia hanno mandato al sindacato di categoria. Visto lo stato di crisi, l’FNSI “emana” norme restrittive sugli stage, inducendo la maggior parte delle aziende editoriali a rinunciare ai ragazzi, che diventeranno le future generazioni di colleghi (per chi come me pensa ci sia un futuro per questa professione). L’ordine professionale esige invece, giustamente, che gli studenti facciano un periodo di stage. Ora molti di questi ragazzi rischiano di non farlo. Il che mi sembra assurdo. Ecco perché, essendo tutor della Scuola Walter Tobagi di Milano, ho firmato questa lettera.
Che chioso ricordando, a spanne, una vecchia barzelletta sovietica che calza a pennello per una categoria troppo paralizzata, troppo piegata su se stessa.

Un uomo viene mandato al confino in uno sperduto villaggio siberiano. Entra nel paese che sembra abbandonato, deserto. Avvicinandosi al centro, comincia a sentire puzza di fogna. E proprio nella piazza principale vede tutti gli abitanti immersi nella maleodorante melma fino al mento. L’uomo comincia a sbracciarsi, a urlare: “Reagite, uscite di li’! Fate qualcosa!”. Gli altri lo guardano con disprezzo e gli rispondono: “Non ti agitare, se no provochi delle onde”.

Ad maiora

——————————————

All’attenzione del segretario della Fnsi Franco Siddi
Al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti

Oggetto: Comunicato degli allievi delle Scuole Superiori di Giornalismo uniti

Gli allievi delle Scuole superiori di giornalismo d’Italia vogliono con la presente far sentire la loro voce, finora inascoltata, sui recenti avvenimenti che hanno colpito la possibilità per molti di noi di svolgere gli stage formativi previsti nei programmi delle Scuole.
In seguito alla comunicazione del segretario Fnsi Franco Siddi del 27 aprile u.s. alcune redazioni con le quali erano stati presi accordi per lo svolgimento dei nostri stage hanno comunicato, in data 29 aprile -dunque pochi giorni prima che la maggior parte dei suddetti stage iniziasse-, l’annullamento dei medesimi. Abbiamo deciso quindi di unirci per esporre la nostra posizione in merito, e nel giro di pochi giorni abbiamo superato gli oltre 300 contatti, e aggregato gli allievi di 10 scuole.
Allo stato attuale decine di studenti hanno visto i propri stage saltare all’ultimo minuto. Molti stanno in queste ore cercando affannosamente un’alternativa. Ma, come ben sapete, è tutto il settore dell’editoria ad essere in difficoltà, e le opzioni, se si escludono le aziende in stato di crisi, sono veramente poche. Altri ancora aspettano di capire se questo nodo si scioglierà e quando.
Come segnalato dal comunicato dell’Esecutivo del CNOG (prot. n. 1756 del 30.04.2010), vogliamo sottolineare, peraltro, che l’allegato D del Contratto nazionale siglato dall’Fnsi parla di “borsisti allievi”, fattispecie che non tocca gli allievi delle Scuole di giornalismo, in quanto non titolari di borse di studio.
Inoltre lo stesso Ordine dei giornalisti, al quale anche noi allievi siamo iscritti come praticanti, ha deliberato il 9 febbraio di quest’anno una deroga al divieto di stage nelle aziende in stato di crisi (presente nel Quadro di indirizzi per le scuole riconosciute dall’Ordine), in ragione del massiccio uso che di quest’ultimo strumento è stato fatto da parte delle aziende editoriali italiane.
Non sussistono più, a nostro giudizio, e in base a quanto sopra esposto, impedimenti di tipo contrattuale né legale alla possibilità per le aziende di accettare stagisti anche se in stato di crisi. Riconosciamo che è dagli accordi per la concessione dello stato di crisi che discende la possibilità o meno di accettare stagisti, ma riteniamo anche che il sindacato potrebbe sciogliere la questione in senso positivo, se lo si volesse.
Intendiamo anche fare presente che la posizione presa dall’Fnsi sugli stage ci appare in totale contrasto con le linee guida finora indicate da Ordine e sindacato. Le Scuole di giornalismo sono state viste come unico canale d’accesso alla professione, e in tal senso si è espresso anche il progetto di riforma dell’Ordine approvato a Positano. Il blocco degli accessi agli stage, di fatto, vanifica tutti i passi fin qui fatti in quella direzione.
In questo modo si riconsegna di fatto l’accesso alla professione alla discrezione dei soli editori, privando l’Ordine e il sindacato delle prerogative e delle funzioni che finora hanno dichiarato di voler svolgere in merito all’accesso alla professione.
Quello che riteniamo inaccettabile, come giornalisti e come universitari, è che l’attuale fase di crisi profonda possa sfociare in un gioco al massacro tra precari attuali, futuri precari e vecchi colleghi costretti al pre-pensionamento. Una divisione forse funzionale agli interessi degli editori, ma che certo è inaccettabile per la dignità della nostra categoria professionale.
Auspichiamo che si tenga conto di queste osservazioni, quando discuterete di nuovo del nostro futuro prossimo in sedi nelle quali noi, quasi certamente, non saremo rappresentati. E speriamo soprattutto che, quanto accaduto in queste settimane, non si ripeta più. Che siano chiari i termini entro i quali è possibile per le Scuole organizzare gli stage, e che siano discussi tenendo conto anche della necessità di formare in modo efficace una nuova generazione di professionisti.