Obama

Giustizia in salsa bielorussa: non restituiti i corpi dopo l’esecuzione

Non bastasse il duplice omicidio di stato (al termine di un processo con un solo grado di giudizio) la Bielorussia si conferma per quel che è. Non restituendo il corpo dei due ragazzi condannati a morte ai familiari:

Bielorussia: fucilati due prigionieri, i loro corpi non vengono restituiti

La Bielorussia è l’unico paese ex sovietico ed europeo dove non si sono mai fermate le uccisioni di stato.
Nella non restituzione del corpo ai familiari ha invece – in zona – fatto scuola la Russia di Putin.
Chiunque abbia letto articoli o libri di Anna Politkovskaja sa che i soldati russo hanno sempre mercanteggiato per la restituzione dei cadaveri ai parenti di terroristi o presunti tale.
La Russia in quanto stato ha invece deciso di non restituire ai familiari il corpo di uno dei leader del (tentativo di) indipendenza cecena: Aslan Mashkadov:
http://it.m.wikipedia.org/wiki/Aslan_Maschadov
Ucciso in uno scontro a fuoco nel 2005, è tuttora ignoto il luogo di sepoltura.
Barack Obama non ha voluto essere da meno annunciando, quasi un anno fa, la “sepoltura in mare” di Osama bin Laden.
Ad maiora.

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Tibet? E Obama balbetta (video)

Fantastico video che prende in giro le titubanze di Obama sul Tibet:

Ad maiora

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La copertina di Berlusconario

Berlusconario, non solo gaffe

Un volume dove vengono riassunte e pubblicate in fila, una dietro l’altra (assemblate per temi e commentate) tutte le frasi più rilevanti dell’attuale presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. “Berlusconario” è una sequela di gaffe (molte delle quali, a dire il vero volute) di SB. A curarlo per la casa editrice Melampo due giornalisti: Giovanni Belfiori e Giorgio Santelli.

Un volume che è interessante da leggere in questi giorni durante i quali si intravede la fine del ventennio berlusconiano (anche se il passaggio di consegne, temo, non sarà indolore). Una serie di frasi su cui si è costruito il mito berlusconiano e che ora – improvvisamente – sembra non riscuotere lo stesso successo di qualche anno fa. Ma si sa: molti italiani sono cortigiani, pronti a ridere alle battute dei potenti, capaci anche un istante dopo di sputargli in faccia una volta che il potente sia caduto a terra.

Nelle prime pagine del libro c’è una frase (tutt’altro che una gaffe) che il nostro pronunciò in Bulgaria il 18 aprile 2002: «Ho già avuto modo di dire che Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, criminoso; credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga». Parole senza appello che portarono alla cacciata dei tre (anche se proprio in questi giorni gli allora dirigenti cercano di sminuire la portata di quell’editto).

Interessante, nell’anno del ritorno alla vittoria del Milan (vera grande macchina di propaganda: non a caso gli investimenti maggiori sono fatti con supposte e sperate finalità elettorali) alcune frasi che connotano bene i sentimenti di Berlusconi verso la sua squadra di calcio: «Il Papa è un uomo straordinario, ogni suo viaggio è come un gol. Ha la stessa idea vincente del mio Milan, che è poi l’idea di Dio: la vittoria del bene sul male». (30 marzo 1994); « Tutte le cose di cui mi occupo sono profane: ma il Milan è sacro» (27 luglio 1988). Ce ne è anche una che riassume due dei suoi grandi amori (o malattie a sentire l’ex moglie e i suoi amici):«Il Milan? È un affare di cuore, ma anche le belle donne costano». Una frase detta il 4 febbraio 1986 ma che l’ex presidente del Milan (è l’unica carica per cui abbia dovuto rinunciare in nome del conflitto d’interessi) avrebbe potuto pronunciare anche domenica scorsa mentre la maggioranza degli italiani votava e lui si riposava in Sardegna. Ma lui, come ebbe a dire il 13 luglio 2003 è «un galantuomo, una persona perbene,, un signore dalla moralità assoluta».

La bocciatura da parte degli elettori del legittimo impedimento, obbligherà il presidente del Consiglio a presenziare alle sedute dei numerosi processi in cui è incappato. Tanto da spingere ad affermare (9 ottobre 2009): « In assoluto il maggio perseguitato giudiziario della storia».

Le frasi roboanti sono sempre piaciute al nostro presidente. Capace di indignare persino uno come Vespa di fronte a questa affermazione: «Credo sinceramente di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei 150 anni della sua storia.». (10 settembre 2009.)

Oltre a quelle sul Milan, per il sottoscritto, quelle più gustose sono le frasi relative alla Russia e alla Cecenia. La difesa berlusconiana dell’amico Putin è senza vergogna: «Voi comunisti non cambiate mai. Putin è fieramente anticomunista perché ha subito l’assedio di Stalingrado e ha avuto la famiglia sterminata» (23 dicembre 2006). Frase che spinge Belfiori e Santelli a precisare: «Peccato che l’assedio di Stalingrado avvenne nel 1942, Putin è nato nel 1952 e i suoi genitori sono sopravvissuti alla guerra. E soprattutto l’amico Putin fu agente segreto e dirigente del Kgb dal 1975 al 1991». In ogni caso l’assedio fu nazista e quindi semmai sarebbe diventato antifascista, antinazista.

Lascia invece senza parole, rileggere quanto Berlusconi disse il 7 novembre 2003, nella veste di Presidente di turno dell’Unione europea: «In Cecenia c’è stata un’attività terroristica che ha prodotto molti attentati anche nei confronti dei cittadini russi. Non c’è mai stata una risposta corrispondente da parte della Federazione russa che ha subito questi attentati senza nessuna reazione». (7 novembre 2003). Lo dice nella veste di Presidente di turno dell’Unione europea. Volutamente ignaro delle numerose sentenze europee sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito russo nel Caucaso.

Il libro, pieno di commenti sagaci, che sarebbe perfetto per l’Ipad. I numerosi riferimenti a youtube sarebbero fantastici se con un doppio tocco di indice si potesse vedere l’abbraccio tra Berlusconi e Bush (con tanto di crollo del palco) o la Regina inglese che lo rimprovera perché cerca di attirare, urlando Obamaaa, l’attenzione dell’attuale presidente americano. Non l’aveva ancora preso da parte per raccontargli la dittatura dei magistrati di sinistra in Italia. Ma questo sarà forse materia di altri libri. Magari digitali.

Ad maiora

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Giovanni Belfiori e Giorgio Santelli

Berlusconario

Melampo editore

Milano, 2010

Pagg. 232

Euro: 13

www.melampoeditore.it

 

L’Onu farà la fine della Società delle Nazioni?

A leggere bene le carte, anche al momento del voto della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si vedevano già ampiamente tutte le criticità che l’istituzione della “No fly zone” in Libia e l’autorizzazione di “tutte le necessarie misure” per proteggere i civili avrebbe provocato e che sono ora sotto gli occhi di tutti.

Tra i cinque Paesi che Consiglio di Sicurezza  – su 15 – che si sono astenuti (Brasile, Cina, Germania, India e Federazione Russa), due aveva soprattutto già capito la mala parata. I brasiliani (rappresentati da Maria Luiza Riberio Viotti – i Paesi all’avanguardia sono governati e rappresentati da donne) avevano dichiarato di “non essere convinti che l’uso della forza potesse garantire la realizzazione dei comuni obiettivi”, spiegando che “nessuna azione militare da sola porta alla fine di un conflitto”. I russi (rappresentati da Vitaly Churkin, ambasciatore attivo dai tempi della tragedia di Chernobyl) sottolineavano invece come “molte domande rimanessero senza risposta”, incluso “come” e “chi” e “con che limiti” si sarebbe messo in pratica la risoluzione. I dubbi sono ancora sul tavolo.

Poche ore dopo il voto, Sarkozy mostrava i muscoli in televisione, sollecitando i mai sopiti spiriti imperiali dei cugini d’Oltralpe. L’America del sempre più confuso Obama, inseguiva a breve distanza e dopo pochi giorni anche i nostri Tornado sfrecciavano per i cieli libici giusto per mostrare un tricolore che non fosse solo quello francese.

Ora tutti (salvo Sarkozy, cui distribuire le carte non era mai capitato e che sembra si stia divertendo) invocano l’intervento della Nato che – non si sa né chi né quando sia stato deciso – è diventato il braccio armato dell’Onu. L’Alleanza atlantica a mio giudizio avrebbe dovuto essere sciolta una volta vinta la battaglia con “l’impero del male”, una volta cioè collassato per implosione il suo avversario storico, il Patto di Varsavia. Così non è stato e i 28 paesi occidentali che compongono questa alleanza militare (che cerca di allargarsi a più Paesi possibili per mantenere una predominanza politico-militare) si incaricano di essere i soldati delle Nazioni Unite. Questa organizzazione internazionale, subentrata alla Società delle Nazioni ha già mostrato ampiamente i suoi limiti e mi auguro che venga superata non tanto dai vari G8, G20, G40 e chi più ne ha più ne metta (sorta di Rotary per Paesi ricchi dove si è cooptati), ma da una nuova organizzazione meno elefantiaca,  in grado soprattutto di rappresentare un mondo che cambia.

Ad maiora.

La partita a scacchi kirghisa

Come mi facevano notare giustamente ieri delle studentesse russe a Gargnano, il silenzio dei media tradizionali italiani su quanto sta accadendo in Kirghizistan è assordante. Cerco di ovviare con questo piccolo contributo.

Per quanto, le due parti (il presidente deposto, che si è rifugiato nel sud del paese, e il governo provvisorio, nominato dagli insorti) si minaccino a suon di slogan e di colpi di kalashnikov, sarebbero in corso trattative.

L’attuale situazione porta infatti ai rischi di uno scollamento di questa repubblica sorta dalle ceneri sovietiche.

Il sud del Kirghizistan è a maggioranza uzbeka, in crescita sia a livello economico che demografico. La precedente rivoluzione “colorata” era partita da qui, mentre questa ha visto questa parte del paese, dapprima silenziosa e ora schierata a favore del presidente quasi deporto Bakijev. Il nord, khirgiso e più povero, ha dato il là alla rivolta che ha portato a questa sorta di colpo di stato (o di rivoluzione, se intendiamo con questo termine l’abbattimento “popolare” di un regime) che ha provocato la morte di 83 persone.

Nel Kirghizistan meridionali gli oligarchi sono ora preoccupati di perdere il potere conquistato dopo aver finanziato la rivoluzione dei tulipani e dettano ora le condizioni ai nuovi poteri forti. «Pretendiamo norme in grado di garantirci tutti i diritti economici e politici», ha detto, senza mezzi termini, il magnate Kadjrschan Batjrov. Pretendiamo, non chiediamo. Parole non pronunciate per caso. Mentre il presidente deposto arringa la folla di suoi sostenitori, chi ha finanziato la sua ascesa, cerca di mantenere un posto nella spartizione dei prossimi affari. È anche vero che il governo provvisorio è guidato da Rosa Otumbaeva, che ha partecipato attivamente all’altra rivoluzione e che si era allontanata dal gruppo di potere (del quale aveva comunque per qualche tempo, fatto parte, come ministro degli esteri).

Intanto, nella capitale kirghisa Bishkek, il ministro ad interim della giustizia Beknasarov minaccia di arrestare il presidente, ma in realtà quest’ultimo starebbe trattando le sue dimissioni in cambio di un’immunità per lui e per i suoi famigliari. Le dimissioni di Bakijev sono necessarie per dare un seguito costituzionale a questa crisi “rivoluzionaria”. Il Kirghizistan è infatti una repubblica presidenziale. In caso di impedimento del Capo dello Stato le responsabilità passano (come è avvenuto in questi giorni in Polonia, dove domani verrà comunicata la data delle elezioni) al presidente della Camera che indice nuove elezioni. Un passaggio di poteri ora è però impossibile: il presidente del parlamento kirghiso è riparato in Russia, a San Pietroburgo, e non sembra aver intenzione di rientrare. Al terzo posto nelle gerarchie istituzionali ci sarebbe il primo ministro, ma Daniar Ussenov si era dimesso qualche giorno prima della rivolta. Al momento dello scoppio della rivoluzione, il presidente Bakijev stava cercando di modificare la costituzione anche per cambiare il passaggio dei poteri. Ma lui, che ha cavalcato la rivoluzione colorata del 2005 è stato a sua volta travolto da una rivoluzione, questa volta forse sotto la regia di Mosca (che a differenza degli americani, quando vince non si crogiola: come ogni giocatore di scacchi, pensa alla prossima partita).

Le nuove autorità provvisorie khirghise continuano a rassicurare gli americani che la loro base militare di Manas non verrà toccata. Quella è una struttura centrale per il supporto logistico della guerra americana in Afghanistan. Ma mentre il “premio Nobel per la pace” si fa scattare decine di imbarazzanti photo-opportunity con molti dei potenti del mondo, nel resto del pianeta la geopolitica prosegue. E la Russia, che sembrava sconfitta fino a qualche anno fa, è sempre più forte e abile. I rumors internazionali dicono infatti che Bakijev sia stato fatto cadere proprio per il suo atteggiamento ambiguo verso gli americani.

Sui loro tg, come sui nostri, di quel che accade a Bishkek come nella valle di Fergana, non ha dignità di notizia. Eppure le cose si muovono. Anche lontano dalla Cnn e dai sorrisi di Obama. Abituato a giocare a basket e a baseball. Ma non a scacchi.

Ad maiora