Mosca

FUGA (DAL KGB BIELORUSSO) PER LA VITTORIA

Natalia Radzina è una giornalista bielorussa del portale indipendente Charter ’97:

http://charter97.org/en/news/

È stata arrestata a seguito della manifestazione dell’opposizione di dicembre, per aver protestato contro i brogli alle elezioni presidenziali. Detenuta per più di un mese, è stata in seguito rilasciata e sottoposta agli arresti domiciliari. È accusata di aver organizzato e partecipato agli scontri di massa.

Ora è fuggita dal paese.

Questa la lettera con cui racconta la sua fuga dall’ultima dittatura d’Europa, pubblicata da http://www.indexoncensorship.org/

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Dopo essere stata costretta a fuggire dalla Bielorussia, il mio viaggio verso la libertà in Europa è durato esattamente quattro mesi.
Mesi che sembravano sembrava senza fine, perché non c’è niente di più noioso che aspettare, soprattutto in isolamento. Ma facciamo un passo indietro.

Dopo un mese e mezzo in una prigione, il Kgb (i servizi segreti lì non hanno – significativamente – cambiato nome, Ndr)  non mi ha restituto il passaporto. Questo è totalmente illegale. All’imputato, rilasciato su cauzione prima del processo, devono essere restituiti tutti i documenti. Ma Il Kgb bielorusso è noto per sputare sulle leggi.

Anche prima che le autorità mi ha chiamassero per un interrogatorio a Minsk, avevano già messo in chiaro che avevano deciso di chiudere il sito web charter97 una volta per tutte. Dopo il mio rilascio dalla prigione del Kgb, ero costantemente minacciata di essere rimandata in cella all’Americanka (famigerato carcere del Kgb nel centro di Minsk, Ndr) ma divenne evidente che il mio arresto e la conseguente pressione su di me non stavano avendo l’effetto desiderato: il sito ha continuato ad essere indipendente. La mia “colpa” è stata aggravata dal fatto che ho fatto parte del team elettorale di Andrei Sannikov, quando si è candidato alle presidenziali (contro Lukashenko, Ndr). Il regime di Lukashenko ha messo nel mirino tutto lo staff di Sannikov (il leader bielorusso, definito “prigioniero politico” da Amnesty International è stato condannato a 5 anni di carcere per aver organizzato manifestazioni post-elettorali di protesta, Ndr).

In realtà, non ero davvero spaventata dalla prigione. Altre cose mi sembravano peggio: era chiaro che i funzionari non mi avrebbero  più permesso di lavorare in Bielorussia. Ciò erà già evidente nel marzo 2010, dopo le perquisizioni nei nostri uffici e l’incriminazione. Seguita da una seconda, poi da una terza, infine da una quarta. Quest’ultima per quanto è accaduto il 19 dicembre 2010 (le manifestazioni contro i brogli elettorali, Ndr).

Un colonnello del Kgb mi ha minacciato di spedirmi in carcere per cinque anni solo per aver pubblicato l’invito dei candidati alle presidenziali di andare in piazza Indipendenza (a MInsk) per protestare pacificamente contro la falsificazione dei risultati elettorali. Io mi sono rifiutata di cooperare con il cosiddetto “organo inquirente” (ossia di  spiare i miei colleghi e scrivere petizioni pro Lukashenko) è stata un’altra circostanza aggravante. Come mi hanno detto, sono stato “congelata”.

Dopo il mio rilascio dalla prigione, divenne chiaro che le autorità non mi avrebbero lasciata in pace, pur in esilio a Kobrin (la sua città natale, Ndr). Dopo ogni articolo critico pubblicato da charter97, una macchina della polizia veniva a casa dei miei genitori e mi portava al locale ufficio del Kgb, dove ero minacciata di essere risbattuta in prigione.

Quindi, quando un investigatore mi ha chiamato per ordinarmi di andare a Minsk per un interrogatorio, ho visto la mia occasione di lasciare Kobrin. Ho informato la polizia del posto che stavo andando nella capitale per un interrogatorio e ho preso il treno Brest-Minsk. La mattina presto, intorno alla una di notte, sono scesa alla stazione di Luninets, dove il treno fa una lunga sosta per permettere ai passeggeri di recarsi in un negozio di alimentari. Alla stazione sono stata accolta da amici, e sono andata con loro a Mosca in auto. Il 1° aprile ero già oltre il territorio della Bielorussia e ho potuto complimentarmi col Kgb bielorusso per il pesce d’aprile alla loro professionalità.

Non potevo girare in pubblico in Russia. Le autorità bielorusse avrebbero richiesto la mia estradizione immediata. Oltre a ciò, va considerato che i nostri servizi segreti operano di nascosto in Russia. L’assenza di confini formali tra i nostri due paesi permette loro di rapire persone dalle strade di Mosca, e annunciare ai giornali che sono stati arrestati in Bielorussia. I difensori dei diritti umani sostengono che è quanto è successo con l’anarchico Igor Olinevich Igor, poi condannato a otto anni di carcere.

A Mosca, il mio problema principale era ottenere i documenti, in quanto senza non avrei potuto legalmente lasciare il territorio russo.

Ho chiesto aiuto all’Ufficio russo del Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ho completato tutte le procedure formali, e dato che il mio caso era ben documentato, il mio trasferimento in un paese terzo è stato subito preso in considerazione. Questi sono stati i mesi più difficili della mia vita, ma non posso lamentarni. Di solito, la procedura di asilo richiede fino a due anni.

Solo un piccolo numero di attivisti dei diritti umani e politici sapevano che ero in Russia, e mi hanno dato tutto il sostegno possibile. La persona che mi ha aiutato più di Mosca, Gannushkina Svetlana Aleskeevna, è un membro del Consiglio per i diritti umani della Presidenza della Federazione Russa, membro fondatore dell’ong Memorial e portavoce di “Assistenza civica”. Questa organizzazione è estremamente efficace nel salvare le persone. L’ho visto di persona. Un gran numero di rifugiati provenienti da Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan e altri paesi vanno in quell’ufficio. Anche se i profughi sono molto più numerosi di quanto le organizzazioni umanitarie possano gestire, ognuno di loro viene aiutato.

Sono molto grata ai lettori di Charter97, che ci sono rimasti vicini durante questo difficile periodo. I vostri commenti mi hanno sostenuto molto durante l’isolamento. Per mesi ho vissuto a casa del mio amico di Mosca, dove ho continuato il mio lavoro come responsabile del sito web Charter97.org e ho cercato di non apparire in luoghi pubblici.

Una volta che mi è stato riconosciuto lo status di rifugiato dalle Nazioni Unite, la prima nazione che mi ha offerto tutela internazionale è stata l’Olanda. Il 28 luglio, dopo che ho ottenuto il mio documento di viaggio, ho volato da Mosca a Amsterdam. Sono molto grata ai Paesi Bassi per la mia salvezza, ma tre giorni dopo mi sono trasferita in Lituania. Dopo le elezioni presidenziali in Bielorussia infatti, il sito Charter97.org è stato registrato in questo paese: è qui che la mia squadra ha ora basa e da qui posso dirigerlo. Il 4 agosto, ho chiesto asilo politico in Lituania.

Durante tutti questi mesi, ho sperimentato la durezza della vita di rifugiato. E posso dire in prima persona: non vi è nulla da invidiare. Non avrei mai lasciato la Bielorussia, se, come Vysotsky cantava, non mi avessero “circondata da ogni parte”. Ho reagito come ho ritenuto opportuno. Non ho intenzione di giocare secondo le regole definite dal Kgb bielorusso. Sono sicura che tornerò a casa presto, e il nuovo governo democratico del paese mi riconsegnerà il mio passaporto bielorusso.

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Te lo auguriamo cara Natalia, che ha già incontrato i parlamentari lituani:

http://charter97.org/en/news/2011/8/9/41386/

Questa à la canzone di Vladimir Vitsosky, “Caccia al lupo” che penso citi:

http://youtu.be/i1_0fi831Vk

Ad maiora

GUERRE DEL GAS: MOSCA SPEGNE LA LUCE A MINSK

Ennesima guerra energetica tra Russia e Bielorussia: Mosca stamattina ha tagliato le forniture di elettricità a Minsk per i 43 milioni di dollari di debiti non pagati. Così facendo il Cremlino (che, insieme all Casa Bianca, governa direttamente il settore energetico russo) aumenta la pressione su Aleksandr Lukashenko, già nel mirino della comunità internazionale per la repressione delle opposizioni.

La Bielorussia è di fronte alla peggiore crisi economica degli ultimi 17 anni (da tanti Lukashenko è al potere). Dall’energia russa dipende solo per il 10%, ma la mossa di Mosca è un chiaro segnale di sfiducia verso il vicino, un tempo alleato. Minsk avrebbe bisogno di un prestito internazionale di 9 miliardi per sanare la crisi, ma è in attesa.  

Non è la prima volta che la Russia scatena guerre energetiche contro i paesi ex sovietici. Finita la guerra fredda, gestendo – per un vecchio retaggio sovietico – gasdotti e oleodotti, Mosca utilizza lo strumento energetico come grimaldello per imporre la sua politica estera.

Ad maiora

Anna Politkovskaja a fumetti: la storia continua

“Anna Politkovskaja è diventata una figura eroica. Eppure, lei faceva soltanto il suo mestiere: la giornalista”. Così, in poche parole, Ottavia Piccolo descrive la cronista russa assassinata da sconosciuti, a Mosca, nel 2006. Poche parole per raccontare una lunga storia che la stessa Piccolo ha reso viva col suo spettacolo teatrale (Donna non rieducabile, di Stefano Massini, in scena all’Elfo Puccini di Milano fino al 3 aprile). E di cui l’associazione Annaviva cerca di tenere accesa la fiammella del ricordo, della memoria.

In questi anni mi sono chiesto come allargare il più possibile la conoscenza della storia di Anna, che ha un valore simbolico, iconico. Da qualche settimana ho tra le mani una delle possibili risposte: un fumetto che racconta la storia della giornalista russa. “Anna Politkovskaja”, si intitola. L’hanno scritta e disegnata Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto per i tipi del Becco Giallo. La casa editrice sta cercando di tenere viva, col fumetto appunto, la memoria di fatti tragici come l’omicidio della Politkovskaja, quelli di Aldo Moro e di Ilaria Alpi, ma anche sulla Moby Prince.

Hanno creato un sito apposito sul libro e sulle sue presentazioni del libro su Anna:

http://annapolitkovskaja.beccogiallo.net/

Il volume, da comprare e leggere, è accompagnato dalla prefazione della Piccolo di cui ho riferito prima e da un’intervista a Paolo Serbandini, autore di un bel documentario sulla tragica fine della Politkovskaja (211: Anna). Nella parte non andata in onda in televisione – perché fatta tagliare – Serbandini ricorda le parole della giornalista russa: “Un giorno, ne sono sicura, ci sarà un Tribunale internazionale sulla Cecenia, e quel giorno Berlusconi entrerà nella storia come amico di un criminale”. Più di uno, temo.

Ad maiora

Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto

Anna Politkovskaja

Becco Giallo

Pagg. 127

Euro 14

 

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

Gli intellettuali russi, poco amati da Putin

“Russian Attack” è un antologia di racconti di tre scrittori russi contemporanei invisi al regime putiniano. Viktor Erofeev, Eduard Limonov (dentro e fuori dal carcere con i suoi nazional-bolscevichi) e Vladimir Sorokin nei loro scritti mettono al bando la nuova Russia e in cambio, come scrive Erofeev, “sono accusati di tutto ciò di cui si accusa solitamente uno scrittore allo scopo di distruggerlo pubblicamente: pornografia, istigazione all’uso delle sostanze stupefacenti, turpiloquio”.

Accuse che non rimangono sulla carta ma che si materializzano in proteste pubbliche dei giovani balilla che marciano con l’effige di Putin sulle magliette. Per questo Erofeev si rivolge – in una lettera aperta – direttamente all’uomo forte della Russia nella lettera il cui titolo richiama un famoso slogan putiniano contro i terroristi ceceni (i cui risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti, con gli attentati che si susseguono a Mosca), “Accoppare gli scrittori nel cesso”. Scrive, provocatoriamente Erofeev: «Boicottare la presentazione di un nuovo libro, ammucchiare le opere di uno scrittore famoso davanti alla sua porta di casa o presentarsi da lui con la proposta di mettere le inferriate alle finestre: queste violenze sugli artisti non le ricordano la Germania degli anni ’30?».

Il libro è davvero pieno di spunti immaginifici a dimostrazione della forza che continua ad avere la letteratura russa. Leggete queste righe di Viktor Erofeev nel racconto intitolato “Lo zar dei sogni russi”: «L’ho sognato di nuovo. Se me stava in piedi, timido, dimesso, teso. Guardia del corpo di se stesso. È difficile trovare in Russia qualcuno a cui Putin non sia apparso in sogno. Lui è lo zar dei sogni russi. Da cosa nasce questa attrazione per Putin? Forse dal fatto che lui è vuoto, come un attore capace di interpretare qualsiasi ruolo restando indifferente al contenuto? (…) In realtà non ha mai interpretato alcun ruolo. Né quello di Amleto, né quello di Faust, né quello di Don Chisciotte. Ha interpretato quello del vuoto in cui quasi ciascuno di noi ha riversato il proprio sentire. (…) Putin è proprio questo vuoto, questo buco cosmico che attende di essere riempito. Sarebbe stato difficile trovare persona più adatta a occupare il posto di presidente della Russia. (…) Il vuoto di Putin suscita una paura involontaria. Che genera assuefazione. E questo il popolo lo avverte. Il popolo non avrebbe mai reagito ai soliti discorsi retorici ma il gelo del vuoto lo fa tornare un poco alla realtà».

O questa analisi che il discusso Limonov fa della Patria russa: «La natura, tirchia, dà alla Russia poca luce e ancora meno sole. (…) A causa della mancanza di luce la pelle delle nostre donne è pallida e bianca come i germogli delle patate conservate nel buio degli scantinati e mollicce, fiacche le anime dei nostri uomini sempre pronti a frignare. I nostri figli vengono concepiti nel clima artificiale degli appartamenti. (…) Il fatto è che l’uomo non è nato per vivere a queste latitudini nevose. Ha fatto male a stabilircisi, si è spinto troppo a nord, troppo lontano. Di qui la presenza dell’artificiale, dell’anormale nella psicologia russa. Siamo incubati, artefatti, molto prima dell’avvento della clonazione. Nel corso di tutta la nostra storia non abbiamo fatto altro che lottare contro una natura ostile, contro il paesaggio per la distruzione del paesaggio. La Russia è il paese degli appartamenti. Per un appartamento qui si arriva a uccidere. L’appartamento è il luogo in cui il cittadino russo feconda le uova della sua femmina, nutre i suoi figli, il luogo in cui si svolge l’intera vita.(…) Sotto il regime sovietico gli appartamenti venivano ‘dati’. In Russia una persona senza appartamento è condannata a una morte per assideramento. Lo Stato dava un appartamento soltanto ai bravi cittadini. Ai cittadini laboriosi, remissivi. A chi teneva a freno la lingua. (…) Sembrerebbe che ora il regime sia cambiato, e infatti oggi un appartamento lo si può comprare. Ma pare che lo Stato sia intenzionato a porre la questione in questi termini: i soldi li possono guadagnare solo i cittadini ubbidienti, remissivi, che si comportano bene. I bravi cittadini».

Il volume si chiude con un interessante cronologia degli avvenimenti russi tra il 1985 e i giorni nostri, scritta da Galina Denissova, dove si ripercorre parallelamente la fine dell’Urss e la nascita del putinismo e parallelamente si raccontano le avventure, anzi le disavventure degli intellettuali russi. Per molti di loro, evidentemente non “bravi cittadini”, è difficile essere apprezzati dato che non applaudono il capo (che, a differenza che qui, non ha una casa editrice con la quale guadagna anche dagli scritti degli oppositori). La causa di tutto ciò è dovuta, secondo Vladimir Sorokin, al prevalere dei “musi” sugli intellettuali, una vittoria del modello sovietico la cui ombra copra ancora gran parte di quel mondo: «Quasi tutto ciò che è stato compiuto dai bolscevichi è imperdonabile, ma la distruzione programmatica delle élite russe è stato il crimine più folle e probabilmente il più grave. Un consapevole genocidio delle élite. Con il loro bulldozer rosso hanno rimosso l’humus, lo stato fertile della nazione, portando alla luce l’argilla e la sabbia sulle quali sarebbe germogliato il trash genetico. (…) In Unione sovietica per settant’anni hanno cercato di allevare l’uomo nuovo. E alla fine, bisogna ammetterlo, ci sono riusciti. (…) L’uomo nuovo si è rivelato geneticamente resistente. E in Russia la maggioranza è costituita da uomini come questo. Lui ha un’idea prestabilita del bene e del male, dei valori umani e di quelli dello Stato, del futuro e del passato del Paese. E con lui è possibile costruire la Grande Russia».

Ad maiora.

 

Viktor Erofeev, Eduard Limonov, Vladimir Sorokin

Russian Attack

Salani editore

Milano, 2010

Pagg.190

Euro 14