Mosca

Attentato di Mosca: l’ipocrisia globale

Pubblico qui di seguito l’articolo-sfogo dell’amico Massimo Ceresa sull’attentato che ieri ha provocato 35 vittime nell’aeroporto internazionale di Mosca. Oggi gli investigatori parlano di un maschio kamikaze. E’ più che probabile sia di origine caucasica. Ma la matrice e’ stata affibiata prima ancora che fossero identificati tutti i corpi.
Ceresa invita anche a riflettere su cosa sta dietro questi terribili e deprorevoli attentati.
Ad maiora.
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Leggo la notizia dell’attentato all’aeroporto Domodedovo di Mosca sul sito dell’Ansa e penso: «Ci ri-siamo». Ci ri-siamo, adesso ci toccherà subire due giorni (perché oggi più di due giorni non si parla degli attentati che pure producono decine di morti -evidentemente ci siamo abituati!) di articoli e servizi sul terrorismo ceceno, sulle vedove nere e via dicendo. Tutte parole vuote che nessuno (a parte rarissime eccezioni) si preoccupa di spiegare, raccontare, analizzare. In buona sostanza si dice: c’è stato un attentato; è stata ritrovata la testa mozzata dell’attentatore. Immaginate in che razza di condizioni debba trovarsi quella testa sotto la quale c’erano 7 chili di tritolo… Eppure da quella testa carbonizzata la polizia russa (e tutta la stampa dietro) riesce ad individuare subito i tratti somatici di un caucasico o forse di un arabo (sic!). D’altronde è la stessa cosa dire “caucasico” o “arabo” (prendete Kadyrov e Bin Laden: due gocce d’acqua!).
Non solo. Non mancano gli articoli che citano Tolstoj e il suo Prigioniero del Caucaso e via dicendo… Forse anziché citare Tolstoj (che comunque non era l’ultimo degli stronzi) farebbero meglio ad aggiornarsi e magari leggere un Kurkov che nel suo Angelo del Caucaso dà una lettura più realistica della situazione odierna nel Caucaso settentrionale. Chiedere poi alla carta stampata e alla televisione di citare Anna Politkovskaja e le sue testimonianze, mi rendo benissimo conto, sarebbe francamente troppo!
Il bombarolo era un uomo, mezzo caucasico mezzo arabo, tra i 30 e 40 anni. Un pazzo wahhabita (leggi: fondamentalista islamico) che vuole l’indipendenza della Cecenia dalla Federazione Russa, punto e basta. Più o meno. Ah, naturalmente saranno riportate anche le dichiarazioni di un Presidente che rassicurerà i Russi e il mondo intero che “i responsabili saranno presto assicurati alla giustizia”. Lui e il suo predecessore, ora primo ministro, lo avevano detto anche in occasione degli omicidi di Politkovskaja, Estemirova, Markelov e compagnia bella. Solo che, in questi ultimi casi, siamo ancora a carissimo amico, mentre nel caso dell’attentato di ieri, l’attentatore è morto e, quindi, a quale giustizia vuoi assicurarlo, se non a quella divina, se esiste…
Allora, per correttezza, per verità, sento di dover aggiungere due righe. Non a giustificazione dell’attentatore che è e resta un vile codardo, ma per sprovare piegare che razza di persone di sono questi kamikaze.

Cecenia oggi. Secondo l’ultimo rapporto di Memorial (settembre 2010) sebbene dagli inizi del 2007 fino alla prima metà del 2008, sembrava che la pace e la stabilità fossero state raggiunte in Cecenia, anche se al prezzo di gravi violazioni dei diritti umani, tuttavia a partire dalla fine del 2008 è risultato evidente che era stato prematuro parlare di stabilità nella Repubblica. Nell’estate del 2009, in Cecenia si è verificato il maggior numero di perdite tra le forze dell’ordine degli ultimi anni. Nel 2009 sono stati commessi in Cecenia una serie di attacchi terroristici, anche attraverso l’utilizzo di attacchi kamikaze. Alla fine dell’estate i ribelli hanno dimostrato la loro forza. Un esempio lampante è stato l’attacco notturno del 29 agosto portato contro la casa del Presidente Kadyrov nel villaggio di Tsentoroy, dove era in visita in quel momento. Per ovvi motivi, questo villaggio era stato fino ad allora considerato il posto più sicuro della Cecenia.
Il regime totalitario di Kadyrov è basato sull’uso della forza e del terrore: gli agenti di polizia rapiscono le persone sospettate di essere in contatto con i ribelli, e si macchiano anche di altri delitti come dare alle fiamme le case dei parenti dei ribelli, fino ad arrivare ad esecuzioni extragiudiziali. Questo arbitrario utilizzo della forza è sempre più in aumento e sta divenendo sempre più sfrontato e provocatorio, e ha dato luogo ad una nuova resistenza. I giovani stanno di nuovo raggiungendo i ribelli nelle montagne.
Anche le Ong presenti a Grozny hanno subito negli ultimi mesi gravissime perdite: dopo l’uccisione di Natal’ja Estemirova, Memorial ha dovuto mettere in sicurezza i suoi uomini più importanti, perché gravemente minacciati dai kadyrovcy (gli aguzzini del Presidente Kadyrov): una sorte toccata al capo della stessa Estemirova, Shakhman Abdulatov, in attesa di ricevere un passaporto della libertà dal Parlamento Europeo, e ad Akmed Gisaev a cui proprio in questi giorni la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha riconosciuto un risarcimento di 55.000 euro per danni morali, ai danni della Federazione Russa. Akhmed Gisaev era stato rapito il 23 ottobre del 2003, dalla sua casa di Groznyj da militari russi. Da questi era stato portato in una “prigione segreta” (un luogo di detenzione illegale) dove era stato brutalmente torturato per due settimane affinché desse informazioni sui militanti ceceni. Gisaev è stato liberato il 7 novembre 2003, dopo che la sua famiglia aveva pagato 1.500 dollari di riscatto, con bruciature e lividi su tutto il suo corpo.
La Cecenia e Groznyj oggi appaiono un Paese ed una capitale dai due volti. Groznyj ha l’aspetto di una città completamente ricostruita, messa a nuovo. Il resto è l’immagine di “un Paese in cui la corruzione, l’islamizzazione forzata e l’omicidio mirato sono l’orizzonte di un quotidiano terrore”, per citare Jonathan Littell. Sì, Ramzan Kadyrov per i più è “l’edificatore”: si sta portando a termine un grande piano edilizio, si assegnano alloggi, ci sono parchi dove giocano i bambini, spettacoli, concerti, tutto sembra normale, ma di notte… la gente scompare. A Groznyj o si è con Ramzan o si è contro di lui. E per chi è contro di lui non c’è spazio né in Cecenia né altrove (i suoi sicari sono arrivati a far fuori i suoi nemici in Europa come in Medio Oriente).

Allora può essere che i mezzi persuasivi del Presidente non piacciano a tutti i Ceceni, specie a quelli che magari li hanno subiti più o meno direttamente.

Il regime politico autoritario, infrange pesantemente i diritti umani, ma gode anche del supporto delle autorità federali. “E’ un regime fondato sul potere personale, sulla violenza, sulla corruzione e sul carattere ufficiale dell’ideologia autoritaria, inculcata per mezzo di un continuo “lavaggio del cervello”. Nocciolo di questa ideologia è il culto di R. Kadyrov e la propaganda delle “tradizioni nazionali”, ripensate rozzamente in funzione degli interessi del regime” (http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=1133.0).

Oppure può essere che non tutti intendano piegarsi al sistema di corruzione che coinvolge il sistema della Repubblica Cecena in qualsiasi settore. “La corruzione è un elemento fondamentale dell’appartenenza della Repubblica Cecena alla Federazione Russa. Caratteristica della corruzione cecena è il suo carattere manifesto e globale. Nessuno la nasconde o la combatte. E’ un elemento imprescindibile per l’assunzione a una carica pubblica, per la concessione di un’abitazione comunale, per ottenere un finanziamento, una compensazione, un aiuto sociale, un servizio pubblico, per accedere all’istruzione superiore e, di conseguenza, priva chiunque non abbia i mezzi economici per pagare, quindi le fasce più deboli, dei suddetti benefici”. (http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=1133.0)

E allora può essere che queste persone alle quali non piacciono i mezzi coercitivi del Presidente o che non desiderino piegarsi al regime della bustarella, decidano di abbandonare il bel paese delle apparenze per le montagne. Chiaro, ci sarebbero altri modi per essere utili al proprio Paese, ma non tutti possono lavorare nelle Ong, non tutti possono spendere il proprio tempo nel volontariato e molti di loro sono stati troppo duramente colpiti dal regime, con la perdita di un padre, di un fratello o lo stupro di una sorella e via dicendo. “E allora perché no, mi faccio wahhabita e combatto il tiranno dalle montagne, assalgo il parlamento di Groznyj, mi riempio di tritolo e faccio saltare la metropolitana o l’aeroporto di Mosca. Almeno così il mondo capisce il mio disagio. Almeno così Mosca e il mondo capiscono che in Caucaso vige un regime di calma apparente e siamo tutti alla mercé di un despota… Almeno così…”.

Ma la Russia e il resto del mondo, invece, non capiscono (o fingono di non capire) e i mezzi di informazione, pecoroni, (si direbbe a Roma) dietro!

Massimo Ceresa

Khodorkovskij condannato. Come chiesto da Putin

La condanna giudiziaria è arrivata solo questa mattina, ma di fatto era stata preceduta da quella politica. E in un Paese dove la separazione dei poteri tarda ancora ad arrivare, il segnale era stato inequivoco: “Io credo che un ladro debba stare in prigione” aveva detto Putin  nella conferenza stampa di fine anno.

L’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij e il suo socio Platoon Lebedev sono stati così riconosciuti colpevoli di furto di petrolio, di appropriazione indebita. Di 218 milioni di tonnellate di petrolio. Che avrebbero sottratto tramite la società petrolifera che guidavano, la Yukos.

L’accusa ha chiesto di condannarli a 14 anni di campo di lavoro. I due erano già in cella dal 2003 e sarebbero usciti dal carcere il prossimo anno. Il nuovo processo e la nuova condanna escludono, per il momento, questa ipotesi.

I giornali hanno parlato di un possibile scambio tra Usa e Russia nelle prossime settimane. Da una parte della bilancia ci sarebbe appunto Khodorkovskij. Dall’altra il trafficante d’armi russo Viktor Bout (ex capo del Kgb, estradato negli Stati Uniti malgrado l’opposizione di Mosca che evidentemente teme racconti segreti inconfessabili). Per ora si tratta di voci.

Khodorkovskij passerà anche il Natale ortodosso in cella. La difesa ha annunciato appello alla sentenza (in aula sono stati ammessi solo pochi giornalisti, gli altri sono stati allontanati).

Il magnate è uno dei tanti ex giovani del Komsomol che si è arricchito durante le privatizzazioni selvagge dell’era putiniana. Non è l’unico ad essersi opposto al potere di Putin. Berezovskij, un tempo sodale del presidente Eltsin e grande elettore di Putin, è riparato a Londra da anni e vive circondato dai gorilla. Altri sono fuggiti in Israele o Canada.

Khodorkovskij ha però deciso invece di non abbandonare il Paese, di sfidare Putin, appoggiando l’opposizione. Forse anche di diventare una vittima del sistema. Che lo sta accontentando.

La sua azienda (comprata per pochi soldi, ma trasformata in una società moderna con bilancio trasparente), dopo l’arresto è stata, de facto, nazionalizzata. I suoi asset principali sono stati messi all’asta. Non potendo passarli subito alla superpotenza Gazprom è stata bandita una gara internazionale. Vinta da Eni ed Enel (ai tempi del governo Prodi). Le due aziende statali italiane hanno poi rivenduto (ai tempi dell’attuale governo Berlusconi) quegli asset ai russi.

Ad maiora.

Lukashenko, un leader che non vuole le opposizioni

“Quello che ieri si e’ cercato di fare a Minsk e’ banditismo. Si sono scatenati vandali e teppisti”. Così Aleksandr Lukashenko ha commentato oggi (nella conferenza stampa in cui si è vantato della sua nuova, scontata vittoria elettorale) gli scontri ieri dopo la comunicazione dei risultato elettorali per le presidenziali bielorusse.

Il presidentissimo ce l’ha con l’opposizione, che osa opporsi: “Non ci sara’ una rivoluzione in Bielorussia, abbiamo superato, con milioni di nostri concittadini, un esame di fronte alla Storia, alla patria e all’avvenire dei nostri figli”.

Linguaggio in puro stile sovietico, per un altro personaggio che – come Putin –  vincerebbe anche senza brogli e che invece non vuole confrontarsi con chi non la pensa come lui.

E così non si accontenta di vincere col 50,1%. No, vuole il plebiscito. 79% dei votanti.

Elezioni giudicate “truccate” dall’opposizione (bella ma inconsistente) che ieri ha cercato di invadere il palazzo che ospita il governo. Respinta dalle forze di sicurezza che hanno arrestato manifestanti a mazzetti (anche lì ci sono fermi preventivi degli oppositori per impedir loro di andare in piazza).

L’Unione europea condanna l’uso della violenza e chiede la liberazione degli arrestati. Mentre Mosca ha avallato il risultato elettorale. Lo stesso che l’Osce (che anche in Russia – Stato membro – fatica a lavorare) giudica “non trasparente”.

Il ministro degli Esteri , Frattini, ha espresso “preoccupazione” per le violenze e gli arresti “definiti inaccettabili”. Dopodomani incontrerà il suo omologo bielorusso cui esprimerà la posizione italiana. Staremo a vedere. Anche perché i rapporti tra i due Paesi sono davvero buoni. Pur non avendo i rapporti di amicizia che ha verso Gheddafi o Putin, a Berlusconi Lukashenko piace:

http://www.taurillon.org/Berlusconi-Loukachenko-presidents-amis

Ad maiora

Sopravvivere alle prigioni. In Russia e in Italia

Ho già accennato a questo libro quando, qualche settimana fa, dopo l’incontro del Pen club Italia a Bellagio, avevo parlato di Grigorij Pas’ko. Parliamo di “Come sopravvivere alle prigioni in Russia” edito da Bollati Boringhieri.

È un piccolo volume molto interessante che rappresenta una sorta di manuale buono per i russi ma anche per noi “italiani”. Anche se Grigorij (giornalista della Marina militare finito per quattro anni in cella per aver denunciato – con un articolo – un caso di inquinamento nucleare nel Mar del Giappone) si rivolge principalmente ai suoi connazionali, agli «abitanti della Russia» che « si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci».

E i consigli che vengono dati sono frutto dell’esperienza personale: «È meglio prepararsi all’ipotesi peggiore: il massimo periodo di isolamento e il massimo della pena nel campo di lavoro. Certo, all’inizio è un’idea difficile da accettare. Ti pesano i ricordi di una vita relativamente felice da libero, della moglie, dei figli (qui non si sa cosa è meglio, se averli oppure non averli – sei padrone di te stesso, e quindi non devi spaccarti la testa per la famiglia). Quindi, per non sentire questo peso, ficcati nella zucca una volta per sempre che ora non hai più niente e nessuno: né una casa, né una famiglia, né una macchina, né un lavoro, né onorificenze… Non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia».

Una bestia. Parole che mi sono venute in mente pensando all’agghiacciante fine che hanno fatto ieri l’altro gli 83 detenuti bruciati vivi nel carcere di Santiago del Cile.

Ma chi sopravvive, a Mosca, come a Santiago o a Ravenna, deve affrontare celle piene come uova: «Il sovraffollamento, la puzza, la mancanza d’acqua, il rumore continuo, tutto questo e molto altro influiscono pesantemente sul morale. Spero che tu abbia letto dei libri sul 1937, il Kgb, la Ceka o abbia visto dei film sull’argomento. Ecco, i metodi non sono cambiati per niente. Non sono diventati più umani. E neanche superiori per livello intellettuale».

In Italia la situazione è diversa, ma anche dalle nostre parti, i casi di violenza sui detenuti no mancano. Per quanto riguarda il sovraffollamento, nel Bel Paese siamo arrivati a 68.795, di cui 25.364 stranieri. La capienza sarebbe per 44mila detenuti.

Il volume è comunque impostato sui toni dell’ironia, molto russa: «Imparerai molto in fretta a rispondere a tono sia a usare il gergo carcerario. Il contagio è rapidissimo. Un mese dopo avevo già difficoltà a parlare con gli avvocati e all’inquirente che mi chiedeva: “come va?”, risposi: “Perché le interessa tanto?”».

E Pas’ko ha ovviamente un occhio particolare verso i suoi colleghi giornalisti che, quando finì in cella,  si lanciarono nel gioco “sbatti il mostro in prima pagina”: «Certi colleghi giornalisti hanno il cervello di un pulcino – capace solo di pigolare. Gli sbirri gli rifilano una balla qualsiasi e loro, con la lingua di fuori, riportano le informazioni che hanno avuto da una parte sola. (…) In genere, mie cari giornalisti, ricordatevi: tutto ciò che dicono i dipendenti dell’Fsb, della polizia e della procura richiede una verifica, e per giunta molto accurata. Se non riuscite a verificare (l’informazione o non viene fornita o è menzognera), almeno scrivete facendo riferimento a questi maestri che manovrano dietro le quinte».

E oltre ai riferimenti professionali, cerca di dare una mano anche dal punto di vista caratteriale, per affrontare le difficoltà della vita in cella: «La malinconia carceraria, pelosa, verde, lunga come l’interminabile convoglio Vladivostok-Mosca, inesauribile, odiosa, nauseabonda, senza speranza. (…) La pigrizia del pensiero porta al ristagno del cervello e all’obesità dell’anima, non fare sport porta all’obesità del corpo, all’ipodinamismo e ad altri acciacchi. Lavora, lotta! E ricorda, ogni disgrazia ha due medicine: il tempo e il silenzio».

Il tutto per evitare la drammatica soluzione del suicidio. L’ultimo caso nel nostro Paese è stato a Foggia il 19 novembre, con protagonista un uomo con problemi psichici. Ma purtroppo si tolgono la vita anche persone assennate: 55 in Italia quest’anno. Questo quel che scrive Pas’ko: «Secondo Camus, il suicidio si prepara nel silenzio del cuore. Uccidersi vuol dire riconoscere che la vita è finita, che è diventata incomprensibile. Allora cerca di comprenderla, hai tanto tempo davanti a te. Non si sa mai, magari troverai la verità. È vero che sempre secondo Camus la ricerca della verità non è la ricerca di ciò che desideri. In prigione nessuno ti vieta di pensare, come di respirare. Apprezzalo e pensa. Senza affanno e senza panico, tranquillamente, lentamente, con intervalli per il pranzo e per la cena, per la lettura e la conversazione».

E infine, il collega che fa da corrispondente da Mosca per il blog di Bob Amsterdam, lancia – a suo modo – un messaggio di speranza: «Sopravviveremo, biscottino. E un giorno torneremo senz’altro alla vita di un tempo, prima del carcere. Non dico alla “vita libera” perché la libertà in fin dei conti dipende da una cosa soltanto – la lunghezza del guinzaglio».

Ad maiora

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Grigorij Michailovich Pas’ko

Come sopravvivere alle prigioni in Russia

Bollati Boringhieri editore

Torino, 2010

Euro: 9,00

L’Europeo e lo stalinismo imperante

È in edicola un imperdibile numero dell’Europeo dedicato all’impero sovietico e intitolato “Stalin, il filo rosso dalla rivoluzione d’ottobre a Vladimir Putin”. E in copertina (in puro stile pop sovietico) ci sono le icone del baffone e dell’ex Kgb ora alla Casa bianca moscovita che guardano verso un luminoso futuro.

È il primo di due volumi speciali dell’Europeo dedicati alla Mosca di ieri e di oggi.

Si parla del passato ma spesso l’occhio è rivolto al presente. Gli articoli delle migliori firme Rizzoli (Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Ettore Mo, Ruggero Orlando, Massimo Fini) raccontano infatti il mondo sovietico dallo stalinismo in avanti.

E didascalie a – magnifiche  – foto offrono gli aggiornamenti su quel che è successo fino a iermattina, nell’ex mondo sovietico.

Ma anche gli articoli che raccontano il passato sembrano parlare dell’oggi. E non solo di quello dell’Europa orientale.

«Il mondo non ha mai conosciuto elezioni così realmente libere, così democratiche. Mai. La storia non conosce altri esempi del genere», così Stalin commentava le prime elezioni per il Soviet Supremo dell’Unione sovietica. Parole che fanno sorridere. Come quel titolo che compariva sulla prima de l’Unità alla scomparsa del Baffone, il 6 marzo 1953: «Gloria eterna a colui che più di tutto ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel volume ci sono molte foto in bianco e nero dei leader del Pci nei loro frequenti viaggi in Urss. Si racconta anche della contrapposizione tra il comunismo berlingueriano e quello moscovita.

Vengono narrati singoli episodi di quel periodo pur con la convinzione espressa dall’ex corrispondente da Mosca dell’ News Chronicle, Paul Winterton: «Sull’Unione sovietica non ci sono specialisti, ma solo diversi gradi di ignoranza».

Ignoranti dall’occhio attento, come quello di Walter Bedell Smith, che parla di Stalin anche se vengono in mente anche politici di questi giorni: «Il leader è presente in ogni villaggio o borgo sovietico. È letteralmente deificato. Impossibile per un occidentale immaginare o capire le adulazioni pubbliche da cui è sommerso. Per milioni di cittadini sovietici Stalin è quel miscuglio di semidio e padre tenero che la psicologia nazionale russa sembra esigere».

E ci sono scritti che sembrano profetici, anche se non nel senso che Lenin ragionevolmente intendeva: «Ci adatteremo a tutti i trucchi, cavilli, bugie, spergiuri, travestimenti: finché esistono un comunismo e un capitalismo non sarà possibile la pace. Uno dei due dovrà soccombere». Così è stato.

E si trovano articoli che spiegano il livello di indottrinamento che c’era e c’è tuttora. Così, ad esempio, nel 1951, a stalinismo non ancora morto, l’Enciclopedia dell’Unione sovietica descrive il termine arresto: «Nei Paesi capitalisti gli arresti compiuti dalla polizia sono uno dei sistemi per combattere i sistemi democratici. Gli arresti in massa sono assai frequenti e vengono operati allo scopo di porre termine agli scioperi, alle dimostrazioni ed altre forme di lotta della classe lavoratrice. Gli arresti sono seguiti da bastonature selvagge e da torture, e gli arrestati vengono tenuti sotto le condizioni più inumane. Ripetutamente essi vengono tenuti in stato di arresto senza che alcuna imputazione precisa venga sollevata a loro carico. Nell’Unione sovietica, la Costituzione garantisce che nessuno possa venire arrestato altro che in seguito a un mandato emesso da un tribunale o dalla pubblica accusa».

Bugie cui non molti dovevano credere se, come scrive Edmund Stevens «persino nella Germania ridotta a un mucchio di macerie, le truppe russe che avanzavano scoprirono i segni di un livello di vita molto superiore a quello che avevano conosciuto a casa loro: tanto che già nel dicembre del 1946 la Commissione militare di occupazione della Germania denunciò l’effetto demoralizzante che “l’atmosfera capitalistica” del Paese occupato aveva sulle forze occupanti. Nel 1948 il pericolo per il morale delle truppe era diventato preoccupante, tanto che si giunse a vietare ogni contatto con la popolazione, sotto pene severissime».

Lo stesso Stevens affronta un problema di stretta attualità: «L’esperienza storica non ha ancora fruttato una formula che permetta alle dittature di regolare la loro successione. La ragione principale è questa: le dittature si fondano sulla sola forza, non presentano cioè quell’elemento di legittimità che è essenziale per la continuità del regime».

Il volume dell’Europeo si apre con un bell’editoriale di Daniele Protti che lanciando il successivo numero (uscirà in dicembre) annuncia che parlerà di «quel Putin che il premier italiano Silvio Berlusconi si ostina a chiamare “l’amico Putin”. Suo, forse, della democrazia certamente no».

Ad maiora

Europeo n.11 2010

Stalin

Euro 7,90