Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

I 25 anni dell’Arci Ghezzi di Lodi

“ImpegnArci per il quartiere” è un piccolo volume curato dall’amico Andrea Ferrari che narra i venticinque anni del Circolo Arci Ghezzi di Lodi. Un circolo storico del capoluogo della Bassa, dal quale sono passate centinaia di persone che hanno voluto creare un luogo di ritrovo alternativo al bar o alla parrocchia.

L’idea di raccontare (anche attraverso fotografie) la vita di questo luogo aggregativo, nasce dopo l’attentato neofascista che nel 2008 rischia di mandare a fuoco non solo il circolo, ma anche il palazzo nel quale è ospitato. “Per miracolo o per segno del destino – scrive Andrea – i preziosi scatoloni nei quali era contenuta la storia dell’Arci Ghezzi non vengono lambiti dalle fiamme”.

Dagli incontri con i protagonisti della Resistenza o della lotta alla mafia ai mega tornei di briscola, dal ristorante (prima autogestito) alla squadra di calcio che va a giocare anche in carcere con i detenuti. Dalla solidarietà a Cuba e ai Balcani, alle presentazioni di libri. I 5 lustri del Ghezzi sono raccontati con passione e partecipazione. E con l’idea scrive Ferrari nella presentazione (mentre l’intro è affidata a Walter Veltroni) che “bisognerebbe tornare a condividere dei luoghi di socialità che allontanino da un mondo che appare troppe volte solo virtuale”.

Ad maiora.

Animali uniti contro l’uomo distruttore

Un cartone animato (tridimensionale) che è anche una denuncia dei cambiamenti climatici. Animals United al cinema dal 21 gennaio narra di una rivolta pacifica di tutti gli animali del mondo, stufi di come l’uomo stia rovinando l’ambiente.

Il gruppo eterogeneo, figlio di vari disastri ecologici, va dalla mangusta Billy all’orso polare Sushi, dal leone (vegetariano e filosofo) Socrate alle tartarughe Winston e Giorgina (protagoniste di un mitico comizio prima di passare a miglior vita).

Tutti insieme, dapprima liberano l’acqua imprigionata da un imprenditore senza scrupoli (che ospita un inutile meeting ambientale). Poi capiscono che il problema è a monte e decidono di invadere pacificamente New York per andare a scuotere il Palazzo di Vetro. A guidarli un gallo francese che incita alla rivolta e chiama tutti “compagni”.

I bambini con cui l’ho visto hanno dato voto al film un bel 10. Obiettivo riuscito visto che  la pellicola punta a sollecitare proprio la coscienza dei più piccoli (nel film una bambina si schiera con gli animali e non con le bestie).

Domenica 16 anteprima del film a Milano e Roma con incasso devoluto al progetto 20 Species for a Living Planet del Wwf.

Qui i dettagli: http://www.wwf.it/client/render.aspx?root=6381#anteprima

Ad maiora.

Lumbard, baluba o balabiott?

Un libro che parla del dialetto “lombardo” (che poi in realtà non esiste, visto che tra come si parla nelle zone retiche e nell’Oltrepo la differenza è incredibile) ma che fondamentalmente prende in giro, bonariamente i lumbard.

È “Curs de lumbard per Balùba (balabiott e cinés cumpres)” di Davide Rota, autore comico che – sempre per Mondadori – aveva scritto il “Curs de Lumbard per terùn”.

Ricco di disegni e tavole (anzi, “tàule”) il volume ha vari spunti nei quali si irride i cd nazionalisti padani: «Tra romani e romeni, cinesi e ticinesi il lombardo non fa molta differenza. Il lombardo per ragioni razziali al Cd-rom preferisce la chiavetta».

Rota, originario di Luino, ha un po’ di avversione per Milano, «disposta a cerchi concentrici, come gironi infernali». E infatti le battute più taglienti riguardano proprio gli abitanti del capoluogo: «Il bauscia lombardo ha un senso innato di superiorità asociale, d’altronde la targa di Milano è Mi che significa Io». O sul traffico cittadino (problema ampiamenterisolto, anni fa, dall’allora sindaco Albertini che fu commissario straordinario all’uopo): «A Milano i ladri rapinano gli uffici postali in taxi perché non saprebbero dove parcheggiare».

Il testo analizza, sempre in chiave ironica, il dialetto lombardo, la cui specificità è anche di essere onomatopeico: «Il lombardo è più veloce persino del francese e dell’inglese: Je suis ici (9 lettere), I am here (7 lettere). Sun chi (6 lettere). Il lombardo non dice io vado (6 lettere) ma mi vo (4 lettere); non dice io faccio (8 lettere) ma mi fo (4 lettere); non dice io posseggo (10 lettere) ma mi g’ho (5 lettere)».

Rota prende per i fondelli l’operosità lombarda: «Il detto cartesiano cogito ergo sum deriva dal lombardo rogito ergo sum e alla Capitale il meneghino preferisce di gran lunga il capitale».

E nella stagione del bunga-bunga, non possono mancare i riferimenti alle attività sessuali (ovviamente frenetiche e compulsive) dei lumbard: «Il lombardo ama la terra e sostiene che “il podere logora chi non ce l’ha” e che se possiedi una tenuta troverai di certo una mantenuta. Il lombardo alla Mecca preferisce la micca e, pur essendo credente, più che la Vacca sacra adora il Vitello d’oro. D’altra parte un tempo quando arrivava un politico si squillavano le trombe, adesso si trombano le squillo».

Insomma, può essere un barlafüs, un grattacü e un malnàtt ma difficilmente almeno è un michelasc e come dimostra questo volume sa anche ridere su sé stesso.

Ad maiora

Davide Rota

Curs de  lumbard per balùba (balabiòtt e cinés cumpres)

Mondadori, Milano, 2010

Euro 16.00

Haiti, rompiamolo davvero il silenzio!

Prima di partire per le trasferte, abitualmente, leggo dei libri che mi preparino su ciò che sto andando a seguire. Solitamente, di ritorno, considero il volume superato. Non è stato così per il libricino della collega Lucia Capuzzi “Haiti, il silenzio infranto” (Marietti).

Gli spunti che mi ha fornito sono stati importanti prima di arrivare. Ma le suggestioni che mi ha lasciato sono valide anche ora che sono tornato.

Il libro parte dall’analisi del terremoto spiegando che ci sono stati 25.000 mila molti per ogni milione di abitanti: il tutto – a differenza dello tsunami asiatico che ha colpito diverse nazioni – concentrato in un solo Stato. E i danni provocati dal sisma sono difficilmente paragonabili a quel che accade nel resto del mondo: gli 8.8 gradi Richter del terremoto che il 27 febbraio ha colpito il Cile ha provocato 500 vittime; i 7 gradi Richter del sisma che devasta Haiti uccide almeno 220/250 mila persone.

Ma quel terremoto (definito dalle Nazioni Unite “una delle peggiori catastrofi mai accadute”) «ha polverizzato un Paese già da tempo vicino al crollo». Degrado sociale: «Già prima del sisma, la nazione aveva una percentuale di violenze sessuali drammaticamente alta: oltre il 30%, tre donne su dieci. La metà era minorenne». Condizioni igieniche pietose: «I rifiuti che intasano gli scoli fognari con i disperati che raccolgono il liquido lurido per bere o lavarsi: molto prima del terremoto, l’acqua corrente era un lusso per pochi ricchi, il 5% della popolazione». Al resto della popolazione pensano le organizzazioni internazionali. Anche se – unica pecca – nel libro si scrive, imprudentemente, che «per fortuna l’epidemia di colera tanto temuta non c’è stata».

Situazione economica disastrosa: 7 milioni di disoccupati su una popolazione di 10 milioni di persone. Eppure, scrive la Capuzzi, «non è che non esistono ricchi ad Haiti. C’è un 5% della popolazione che vive nel lusso. In ville con piscina e campi da tennis. Ma nemmeno loro, una volta varcato il recinto elettrificato, sfuggono al degrado che opprime l’isola».

Lucia Capuzzi descrive dettagliatamente del lavoro delle ong più attive come Avsi che stanno lavorando da un lato contro la deforestazione (è rimasto integro solo l’1,5% del patrimonio boschivo) e dall’altro per dare un futuro all’isola, rilanciando l’agricoltura (l’isola al momento non è autosufficiente e deve importare prodotti agricoli); o della mitica suor Marcella di cui ho parlato a più riprese (e che Lucia dice: «Se il mondo saprà muoversi bene, il terremoto sarà un’occasione di rinascita per Haiti, altrimenti sarà una catastrofe perché il poco che c’era è stato spazzato via”»).

Le parti che mi sono rimaste più impresse sono quelle legate all’isola degli spiriti, ossia ai riti vudù, che hanno largo seguito ad Haiti. Scrive Lucia: «Per i vuduisti, Dio ha creato il mondo per poi disinteressarsene. La divinità è lontana e inaccessibile. A fare da tramite con l’aldilà sono, invece i loa , ovvero gli spiriti degli antenati, della natura. (…) Secondo la tradizione, la rivolta definitiva contro i coloni francesi iniziò durante un rito vudù nella radura di Bois Cayman, nel nord dell’isola, il 14 agosto 1791. (…) È stato Aristide, ex sacerdote e capo di Stato dall’inizio degli anni Novanta al 2004, a trasformare la “religione oscura” – secondo il pregiudizio dei coloni europei sconfitti dagli schiavisti viduisti – in fede ufficiale di Haiti, insieme al cristianesimo».

E l’essenza nera del Paese ha avuto un suo ruolo anche dopo il terremoto: «Rito e formalismo sono una vera ossessione per i vuduisti. In quest’ottica si spiega la veemente opposizione dell’Autorità Suprema del vudù, Max Beauvoir, alle “sepolture rapide” dei cadaveri organizzate dal governo Preval dopo il terremoto. Le centinaia di migliaia di cadaveri sparsi per le strade, fra le macerie, dovevano essere, in qualche modo “sistemati”. Data l’impossibilità di svolgere funerali di massa, l’esecutivo ha dato ordine che venissero interrati in fosse comuni. Lo “smaltimento” – come è stato definito nei comunicati del governo – è andato avanti per giorni. Tutti i rappresentanti delle principali confessioni non si sono opposti, data l’urgenza. Tranne il “capo” della religione vudù, in cui il rito funebre è uno dei cardini della tradizione. Solo grazie a questo, lo spirito del defunto riesce a staccarsi dal corpo e dalla famiglia, per andare nell’aldilà. In caso contrario, può restare “agganciato” ai suoi cari e trascinarli con sé, prima del tempo, nel mondo dei morti. Il culto prevede che il funerale duri nove giorni. Nemmeno la legittima energenza – secondo Beauvoir – avrebbe autorizzato i fedeli a contravvenire alla regola».

Mi hanno anche raccontato che nei giorni successivi al sisma qualcuno sia andato nei cimiteri a disseppellire gli ultimi cadaveri inumati, temendo che le scosse telluriche fossero una sorta di vendetta per una sepoltura anticipata.

Insomma, una serie di informazioni in grado di far pensare. Come le parole che la Capuzzi usa nelle ultime pagine del suo bel libro: «Haiti è un frammento d’Africa intrappolato nei Caraibi. Un insegnante haitiano mi ha detto, una volta, che il fascino dell’isola risiede proprio nella sua essenza primordiale : “Si viene ad Haiti per vedere come era la terra alle origini, prima che la civiltà la addomesticasse”. La “perla nera” – o meglio quel che ne resta – è molto più che selvaggia. È primitiva. Questo suo incanto è la sua maledizione. Ogni cosa è estrema, intensa, quasi violenta: dai colori del mare e dei fiori agli impulsi degli uomini. Non c’è via di mezzo ad Haiti. Baraccopoli o ville extra lusso. Schiavitù o licenza sconfinata. Dittatura o anarchia. E ogni estremo non è che “la metà segreta” di quello opposto. Viaggiare nell’isola è una vertigine continua. La pendenza qui, non è solo un tratto del paesaggio. È la dimensione stessa del Paese».

Lucia Capuzzi, Haiti, il silenzio infranto, Marietti, Genova/Milano, 2010 Euro 13.00 (con diritti d’autore devoluti a varie ong).

Ad maiora

Ps. Mi rendo conto, dal flusso di contatti sul sito, che gli argomenti che tratto in questi giorni interessano meno del bunga bunga o dello sconsciuto deputato dell’Idv fiducioso. Ma il mondo va avanti a prescindere dai voti del Parlamento italiano. O forse va indietro. “La situazione sull’isola peggiora sempre piu’, siamo gia’ arrivati a 2100 morti e si parla di 400 mila contagi e 200 mila morti se l’epidemia continuerà senza che si riesca a fermarla”. Dice padre Antonio Menego’n, Camilliano, Responsabile della Missione Camilliana ad Haiti.

Infrangiamolo davvero quel silenzio di cui parla Lucia Capuzzi.

Uniti da una favola, per Haiti

Un libro di fiabe scritto da donne che vogliono aiutare Suor Marcella, la missionaria che da anni opera ad Haiti, nella baraccopoli di Waf Jeremie. E’ “Uniti da una favola”.

I ricavati del volume vanno a finanziare la Casa di accoglienza per bimbi che la francescana sta realizzando nella capitale del Paese caraibico.

Ad Haiti tra pochi giorni si festeggerà il primo Natale dopo il terremoto e dopo l’epidemia di colera. E le violenze degli ultimi giorni, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, hanno obbligato anche si sta lavorando nel sociale a rimanere chiuso in casa in attesa di tempi migliori.

Tempi migliori che sono già arrivati per il centinaio di famiglie che hanno potuto entrare nelle nuove casette realizzate da Suor Marcella e per i tantissimi bambini che ora possono andare a scuola in quel quartiere difficile che è Waf Jeremie.

Questo libro cerca di sostenere tutto questo, attraverso lo strumento del coinvolgimento dei genitori che lo acquistano e dei bimbi che leggendolo (o facendoselo leggere) si rendono conto di quel che succede in altre parti del mondo.

Un ottimo regalo di Natale, a mio modo di vedere.

Lo potete trovare qui:

Fai clic per accedere a DoveTrovareIlLibroUnitiDaUnaFavola.pdf

Ad maiora