Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

MA QUANDO USCIREMO DAL POZZO DI VERMICINO?

Tornare nel pozzo di Vermicino a trent’anni di distanza dalla morte di Alfredino Rampi è ancora un’esperienza con cui è ancora difficile rapportarsi. Soprattutto perché la sua mediatizzazione spinse tutto il paese dentro quel cunicolo dal quale quel ragazzino – malgrado una serie di disperati (e a volte maldestri) tentativi – ne uscì solo cadavere.

Nei corsi di giornalismo televisivo, parlo di Vermicino come l’11 settembre della nostra televisione: c’è un prima e un dopo.

Inevitabile è stato, da quest’anno, inserire “L’inizio del buio” (Rizzoli) di Walter Veltroni tra i volumi da leggere per capire la realtà televisiva del nostro scalcagnato paese.

Veltroni nel toccante volume racconta due storie parallele: quella di Vermicino e quella dell’infame sequestro di Roberto Peci, rapito e ucciso dalle Brigate rosse (anzi, dalla «Salò delle Br») dopo 53 giorni di sequestro. La sua unica colpa, essere il fratello di un pentito. Il “processo popolare” contro il ragazzo (che a venticinque anni faceva l’antennista, era sposato e in attesa di una figlia che non avrebbe mai visto nascere) fu – per volontà di uno degli ultimi leader brigatisti Giovanni Senzani – ripreso da una telecamera amatoriale. La condanna a morte di Roberto fu filmata e, come molti interogatori, ora la si trova in rete:

http://youtu.be/77mR1K7UOtY

Nel volume si spiega l’impatto morale che ebbe sul paese soprattutto il caso di Vermicino, che uscì da quella vicenda – dopo il terremoto irpino – con un’altra cocente sconfitta. D’altronde, il rapimento di Peci (che a sua volta era finito in carcere per aver nel passato aiutato il fratello), così come i tentativi dei familiari e di pochi coraggiosi (i soliti radicali, ma anche alcuni intellettuali come Marco Boato, Gad Lerner, Adriano Sofri e Luigi Manconi) fu pressoché ignorato. La Repubblica Italiana che si mobilitò (tramite i servizi) per liberare (a suon di milioni e tramite i buoni uffici della camorra) l’assessore Cirillo, si disinteressò della sorte di quel suo cittadino, bollato come ex terrorista e assassinato a favore di camera. Di Roberto Peci, Veltroni nel ricordare che la prima telefonata di rivendicazione annuncia il sequestro del «fratello del pidocchioso Patrizio», scrive: «La definizione di “pidocchioso” è razzista e fascista». Quel processo farsa  – che Senzani decide di mediatizzare perché «si trova sempre un giornalista che pubblica se gli diamo qualcosa di ghiotto» – darà il la a tanti altri processi in tv.

Di Alfredino Rampi, Veltroni racconta la forza con cui resistette tre giorni dentro un buco, prima a 30 poi a quasi 60 metri dalla superficie, dal padre e dalla madre che – via microfono – ininterrottamente chiamò lungo la sua prigionia (trasmessa in diretta tv). Suoni che fa male sentire anche oggi:

http://youtu.be/xEONJh4i9ZI

Scrive l’ex segretario del Pd: «Lì è notte permanente. E dunque non si ha coscienza del tempo che passa. Un giorno infinito immerso in una notte infinita. Senza potersi muovere, incastrato in venticinque centimetri di pietra dura. Da impazzire. Se solo si è grandi e paurosi. Ma i bambini, si sa, sono i migliori esseri umani del mondo. E vanno incontro alla sofferenza con una capacità di resistenza superiore. Amano la vita, hanno voglia di viverla, non hanno nulla che li faccia sentire appagati. (…) Bisogna capire la complessità di un bambino per spiegarsi l’inspiegabile. (…) Alfredo era, come tutti i bambini, sapiente e innocente, tutto qui».

La “terribile macchina mediatica” che venne accesa per la morte di Alfredino («la trasmissione di informazione più vista nella storia della televisione») non si è più spenta. Sonnecchia, pronta ad allestire il circo, di fronte a nuovi drammatici casi di cronaca, da Cogne a Brembate. Dall’11 giugno 1981, spiega Veltroni non esiste più il “diritto allo strazio”, da allora la tv ha varcato l’ultima frontiera: «Vermicino è stato il punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro».

Dei segni di inversione di tendenza in realtà ci sono fin da allora. I genitori di Vermicino, ma anche tutti i misconosciuti eroi che si infilarono in quel tunnel italico, così come i parenti di Peci, non hanno scelto la lacrima televisiva, sono scomparsi dal teatrino mediatico. E la lettera di Roberta Peci all’assassino del padre che non ha mai conosciuto è un capolavoro di stile. Di un’Italia che non appare in tv ma che esiste e che presto – spero – tornerà protagonsta.

Ad maiora

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Walter Veltroni

L’inizio del buio

Rizzoli

Milano, 2011

Pagg. 266

Euro 18

11.9 IL GIORNO CHE HA CAMBIATO IL MONDO

Alcune immagini fanno ormai parte del patrimonio culturale di chiunque sia nato nel precedente millennio. Altri fotogrammi li avremo forse rimossi, travolti da quel drammatico susseguirsi di video e foto che caratterizzarono la data simbolo dell’attacco alle Torri Gemelle.

L’11 settembre e’ stato il primo attentato in diretta tv e sotto l’occhio di centinaia di fotografi. Le opere dei migliori tra loro (da James Nachtwey a Steve McCurry, da Alex Webb a Gilles Peress e Susan Meselas) sono in mostra fino al 2 ottobre a Palazzo Reale di Milano. il giorno che ha cambiato il mondo, il titolo dell’esposizione, promossa da Palazzo Marino, Fondazione Forma in collaborazione col Corriere della sera:

http://www.comune.milano.it/dseserver/webcity/portale/palreale.nsf/index.htm?readForm&settore=MCOI-66DHPH_HP

Le immagini ripercorrono quella giornata di New York iniziata con i due aerei lanciati contro le Torri Gemelle e finita tra macerie irriconoscibili, dove sono spesso i Vigili del fuoco l’unica forma di vita.

La luce di tante fotografie, ricorda – nella sua irrealtà – i colori dei quadri di Edward Hopper.

Nel cortile di Palazzo Reale sarà possibile vedere L’ultima cena globalizzata di Antonio Paradiso, realizzata con i resti delle Twin Towers.

Domenica alle 20 al Teatro alla Scala l’Orchestra Sinfonica e il Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, sempre per il decennale, eseguiranno due opere con un loro perché. Il Canto del destino di Johannes Brahms (che mette in musica Hölderin e l’impotenza umana davanti a ciò che non si può conoscere):

http://youtu.be/hxwb0wC4gIE

E il War Requeim di Benjamin Britten, musica con la quale fu non a caso riconsacrata la Cattedrale di Coventry dopo la conventrizzazione:

http://youtu.be/Qplk3PL-ltw

Ad maiora

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11.9 Il giorno che ha cambiato il mondo

Palazzo Reale

Piazza Duomo, 12

Milano

Dall 10 settembre al 2 ottobre

Ingresso gratuito

ELENA BONNER, L’EDUCAZIONE DI UNA DISSIDENTE

Quando nell’epilogo del volume Elena Bonner racconta di aver scambiato la madre che bussa alla porta di ritorno da otto anni di gulag, per una mendicante – “un errore che mi pesa ancora”- si capisce fino in fondo il titolo della sua autobiografia “Madri e figlie” (Spirali).
L’analisi
“Non c’era espediente da parte mia che potesse impedire alla mamma di pensare al passato, così come è impossibile evitare il senso di colpa di fronte ai morti, anche per il solo fatto che loro non ci sono più, mentre noi viviamo. La mamma aveva un senso di colpa nei confronti della nonna, perché il suo destino si era ripercosso su di lei. Io ne ho nei confronti della mamma per il destino che è toccato a me e per la mia felicità”.
Non so se Tatiana, figlia di Elena che qualche anno fa con Gariwo e Annaviva ospitammo per un convegno milanese, si senta anch’essa in colpa.
Elena Bonner ci ha infatti lasciato lo scorso giugno. La dissidente, moglie del dissidente Andrei Sakharov, con lui confinata a Gor’kij (riabilitati solo da Gorbaciov nel 1986) ha lottato fino alla fine dei suoi giorni anche contro il regime putiniano.
Nel bel libro di ricordi non c’è la storia della Bonner adulta, ma di lei bambina, figlia di due esponenti del partito, lui assassinato nel Terrore staliniano, lei mandata in campo di concentramento come “traditore della patria” (i loro rapporti, alla fine della detenzione non saranno mai più sereni). Elena era diventata, come tanti una “strana orfana”.
Nel volume ci sono anche riflessioni su eventi successivi a quelli della “formazione di una dissidente”. Una delle quali ci riguarda da vicino: “Quaranta anni dopo partecipai a una riunione di giovani a Milano. Parlai dello stato terribile della medicina sovietica, della crescita della mortalità infantile, della mancanza di farmaci indispensabili. Dissi che da noi non si producevano nemmeno biberon né tettarelle moderne per alimentare i bambini. Dalla sala qualcuno cominciò a gridare dandomi della fascista e della malevola calunniatrice e invitandomi a incontrare i comunisti, ben informati sulla bontà e gratuità della medicina in Unione sovietica”.
I tempi sono cambiati. O no?
La Bonner racconta con gli occhi di una bambina (la cui infanzia finisce con l’arresto dei genitori) la strage di comunisti compiuta dall’Urss staliniana nel 1937, con le case di chi veniva arrestato (e spesso fucilato) che avevano le porte chiuse da un sigillo rosso, che indicava le case dei “traditori della patria”, parola che per la Bonner andrebbe – giustamente – scritta minuscolo.
Quando il padre sarà arrestato (e fucilato, poi riabilitato alla fine dello stalinismo perché “il fatto non sussiste”) il fratello minore di Elena, educato come tutti alla scuola del Pcus e del Komsomol commenta: “Pensa un po’ che razza di nemici del popolo esistono: si intrufolano persino tra i papà”.
L’esplosione di rabbia della giovane Bonner è la stessa che prende chi legge.
Addio Elena, che la terra di sia leggera.

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Elena Bonner
Madri e figlie
Spirali
Milano, 2003
Pagg. 480
Euro 30

SIAMO TUTTI SERVI VOLONTARI?

“Colui che vi domina così tanto ha solo due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di diverso da quanto ha il più piccolo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, eccetto il vantaggio che voi gli fornite per distruggervi. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi se non le prendesse da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, donde gli verrebbero se non fossero i vostri? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi se voi stessi non foste d’accordo? Che male potrebbe mai farvi, se voi non faceste da palo al ladrone che vi saccheggia, se non foste complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi? Voi seminate i vostri campi affinché egli li devasti; arredate le vostre case per farvele derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare la sua lussuria, nutrite i vostri figli perché nella migliore delle ipotesi li mandi a combattere le sue guerre, li spedisca al macello, li facci strumenti della sua avidità ed esecutori delle sue vendette. Vi ammazzate di fatica perché egli possa trastullarsi e sguazzare nei suoi turpi piaceri.”
La mente, per noi italiani viaggia subito all’oggi. Ma il testo è una delle parti più significative del “Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie appena ripubblicato da Chiarelettere. Del testo i diritti sono abbondantemente scaduti essendo il filosofo vissuto tra il 1530 e il 1563.
Nell’introduzione scritta da Paolo Flores d’Arcais ci si interroga sull’attualità di questo pensiero che se la prende con la tirannide ma “ha come bersaglio della sua critica devastante ogni forma di potere”. Una dissertazione “formulata mezzo millennio fa si dimostra viatico straordinario per pensare la servitù volontaria nelle odierne democrazie”.
L’elemento centrale è infatti la responsabilità di ciascuno di noi nel mantenere al potere di ci guida, spesso malamente. Perché come scrive La Boétie: “È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che, potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca”.
Il mistero della tirannia è dunque svelato in questo modo. La ricetta è fermarsi, non diventare un anello di quella catena che ci guida e ci imprigiona.
Perché del tiranno, come conclude La Boétie, siamo tutti complici: “Cinque o sei individui sono ascoltati dal tiranno, o perché si sono fatti avanti da soli, o perché sono stati chiamati da lui come complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie. (…) Quei sei hanno sotto di loro altri seicento approfittatori, che si comportano nei loro riguardi come essi fanno col tiranno. Quei seicento ne hanno sotto di loro seimila cui fanno far carriera, ai quali fanno avere il governo delle province. (…) Dopo costoro, ne viene una lunga schiera, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare questa rete vedrà che non sono seimila, ma centomila, ma milioni che grazie a questa corda sono attaccati al tiranno, e si mantengono ad essa”.

Ad maiora
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Étienne de La Boétie
Discorso sulla servitù volontaria
Chiarelettere
Milano, 2011.
Pagg.71
Euro:7


UNA STRATEGIA NONVIOLENTA PER ABBATTERE IL REGIME

“Molte persone in buona fede sono convinte che basti denunciare il regime oppressivo con sufficiente determinazione e protestare abbastanza a lungo per cambiare le cose. Ma non è così”. E ancora: “Le proteste e la dissidenza individuali possono essere nobili ed eroiche, ma un movimento di resistenza che vuole abbattere un regime richieste proteste e dissidenza collettive”.
Così Gene Sharp continua la sua opera di informazione e divulgazione dell’azione nonviolenta per abbattere le dittature. Il nuovo volume tradotto in italiano è “Liberatevi!”.
È una guida che rappresenta un’evoluzione di “From Dictatorship to Democracy” (da poco uscito per i tipi di Chiarelettere col titolo “Come abbattere un regime”) per – come spiega il professore americano -“preparare una strategia di liberazione” che sia “responsabile, intelligente ed efficace”. E prende a esempio le rivoluzioni colorate di questi anni nell’Europa orientale. Senza dimenticare la plateale sconfitta di piazza Tienanmen.
Ma il discorso si può ampliare ora anche alla recente cosiddetta “primavera araba”. E nel libro vengono spiegate anche le modalità per, una volta vinto, “prepararsi a bloccare e sconfiggere il processo di emancipazione democratica, politica, sociale ed economica, per imporre un nuovo regime oppressivo”. Proprio quel che sta accadendo ora in Egitto dopo il miracolo di piazza Tahir.
Jamila Raqib, collaboratrice di origini afgane dell’Albert Einstein Institution dal 2002 nell’introduzione spiega che in questi anni tanti gruppi in situazione di crisi hanno chiesto consigli su “come pianificare una strategia per raggiungere i propri obiettivi”. “Liberatevi!” offre questa serie di supporti. O meglio li indica per punti, suggerendo gli altri testi da leggere (quasi tutti di Sharp o di Robert Helvey). Perché “con una preparazione attenta e una pianificazione scrupolosa le possibilità di successo della lotta nonviolenta aumentano in modo significativo” e, come specifica l’anziano studioso, non si può pianificare una strategia nonviolenta “senza prima aver compreso appieno il metodo”.
Sharp invita a scalare i “gradini della liberazione” partendo dai più piccoli, realizzando “campagne secondarie con obiettivi circoscritti”, alla portata della gente comune, colpendo i punti deboli del regime, ottenendo immediati risultati, capaci di convincere la popolazione di poterne ottenere anche di più grandi.
L’importante è non fare iniziative a caso, ma studiare una strategia: “Pensare strategicamente significa calcolare come agire realisticamente in modo da modificare la situazione presente e avvicinarsi agli obiettivi sperati. Non si tratta solo di desiderare che ciò avvenga, né di dichiarare la propria opposizione al sistema attuale”.
Come avviene in questi giorni in Bielorussia dove la dissidenza dopo la sconfitta della “rivoluzione dei jeans” non si è arresa e passa dall’applaudire ironicamente il dittatore Lukashenko (ignoto al nostro ministro della Difesa) a metter come suonerie vecchie canzoni sovietiche dei tempi della Perestrojka.
Una risata, speriamo, li seppellirà.
Ad maiora.
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Gene Sharp
(in collaborazione con Jamila Raqib)
Liberatevi!
Add editore
Torino, 2011
Pagg.126
Euro 7

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