Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

La nota segreta

Milano 15 agosto, via Santa Radegonda.  Nel 1736 non si andava nel cinema di Berlusconi, ma al convento delle benedettine per sentire le voci d’oro che arrivavano da oltre le grate della clausura. È l’ambientazione del nuovo libro di Marta Morazzoni “La nota segreta” (Longanesi). Una storia d’amore, che sembrava impossibile e che invece diventerà realtà tra un diplomatico inglese in missione nel capoluogo lombardo e una contessina obbligata dalla famiglia a farsi suora e murata, appunto, dietro le grate della clausura.

La prima fuga da quella costrizione sarà per lei prima idealmente grazie al canto, alla sua splendida voce. Poi, materialmente, con una rocambolesca fuga (aiutata da una consorella) per finire nelle braccia dell’uomo che innamoratosi (prima della sua voce e poi di lei), manderà all’aria la sua vita tranquilla per questa ragazza. Infine, con un atto di coraggio incredibile, recandosi a Roma, in Vaticano per chiedere (e ottenere) dalla Sacra Penitenziera lo scioglimento dei voti.

Marta Morazzoni (già vincitrice del Campiello con “Il caso Courrier”) narra una storia d’amore e forza d’animo che è davvero accaduta nella Milano, negli anni della dominazione austriaca. La protagonista si chiamava Paola Pietra ed era una nobile, cacciata dalla famiglia d’origine in seguito a un secondo matrimonio e mandata in convento.

Nel libro si racconta che, dopo la fuga, le monache e la famiglia organizzano (con  un rito invero un po’ macabro e pagano) un finto funerale: nella bara viene messo l’abito monacale che la ragazza abbandona  dietro di sé, lasciando furtivamente il convento.

Un racconto che diventa mano a mano avvincente. Anche perché la scrittrice accompagna il lettore, dichiarandosi quasi spettatrice di quel che accade. Un modo per immedesimarsi, ma anche per seguire insieme a lei un viaggio di liberazione che parte da Milano e prima di arrivare a Roma passa per Venezia, Marsiglia e l’Inghilterra.

Ma è molto bella anche la prima parte della narrazione, quella ancora dietro le grate del convento, dove si prova lo Stabat Mater di Pergolesi, il compositore che proprio quell’anno morirà di tisi (anzi la leggenda vuole che muoia proprio il giorno in cui completa l’opera). Il testamento musicale di Pergolesi, la forza delle due voci che cercano di portare la loro voce fino al cielo, è la degna colonna sonora di questo libro. Che parla di Chiesa (“La religione cattolica non conosce Stato”, una delle frasi più interessanti che mi sono appuntato), di una fuga d’amore che sembra impossibile e che invece riesce, ma che parla soprattutto della dignità di una donna che trecento anni orsono sfidò l’ordine costituito per rivendicare il proprio diritto di scelta, il proprio libero arbitrio. Che, va detto, gli fu concesso. A dimostrazione che anche il coraggio di andare controcorrente può risultare vincente. Non solo nei romanzi.

Insieme a Marta Morazzoni presenterò il suo bel libro giovedì 10 giugno alle 18 in via San Barnaba 48 a Milano. Organizza l’associazione Nestore.

Marta Morazzoni

La nota segreta

Milano, Longanesi, 2010.

Euro: 16,60.

La democrazia arancione (di Matteo Cazzulani)

Chi come me ha il privilegio di fare il giornalista  dà una valutazione dei paesi dove è mandato a seguire gli avvenimenti anche in base a sensazioni personali. È forse un modo superficiale di agire, di capire quel che accade. Perché in base a quelle valutazioni, di pelle, impostiamo poi i nostri reportage, i nostri racconti.

Personalmente mi affido alle sensazioni, alla percezione che ho della mia stessa libertà di azione. A Kiev da molti anni ho l’impressione di essere in un paese libero. A Mosca e a Minsk no. In queste capitali ex sovietiche si ha ancora la sensazione di essere in libertà non perché sia un tuo diritto, ma perché le autorità non hanno deciso il contrario.

In una delle notti elettorali me ne stavo tornando tranquillamente al mio appartamento. Attraversavo in solitaria il Majdan, la piazza della Rivoluzione arancione (dei cui valori questo libro è intriso). Alle orecchie la musica dell’immancabile Iphone. Guanti e cappello per la temperatura abbondantemente sotto lo zero. Qualcuno mi picchietta sulla spalla e sobbalzo perché Lady Gaga  a tutto volume mi stava isolando dall’ovattata notte di Kiev. Era un poliziotto che mi chiedeva i documenti. Giovanissimo, aria burbera. Si accontentava di sfogliare velocemente il mio passaporto prima di farmi proseguire il cammino. Di fronte alla dichiarazione che ero un giornalista, aveva abbassato le difese. In altri luoghi mi sarei ben guardato da raccontare la mia professione. In Ucraina invece non percepisco questo pericolo. Qui, come racconta a più riprese Matteo Cazzulani in questa interessante analisi di storia ucraina (ed europea) i giornalisti di opposizione, nel recente passato, sono stati decapitati. E non in senso metaforico.

Eppure ora il clima è cambiato. Chiunque vinca le elezioni. La rivoluzione arancione, che i tromboni di tutta la vecchia Europa, danno per sconfitta, ha portato un vento di libertà che al momento non sembra possibile fermare. Certo, quella piazza che attraversavo la sera del voto era desolatamente vuota. La gente che cinque anni fa la riempiva è rimasta a casa a guardarsi i risultati. Il disincanto verso la politica è stato fortissimo in questo bellissimo paese nel quale, nel 2004, un milione di persone è sceso in piazza per dire sì alla democrazia e no ai brogli, alla corruzione, al potere di pochi. La marea arancione ha portato la democrazia, l’alternanza al governo. Ma non ha cambiato l’oligarchia del paese, che rimane drammaticamente nelle mani di un nucleo ristretto di potenti.

I leader politici della rivoluzione hanno fallito. Non sono stati capaci di governare assieme. Hanno consegnato il paese ai filorussi che avevano sconfitto, in piazza e nelle urne, cinque anni prima. Il perché lo spiega Cazzulani, esperto e appassionato come me di questo mondo che si trova oltre il Muro di Schengen. Gli ucraini si sentono europei, anzi, sono europei. Eppure a Bruxelles nessuno li considera come tali. Qualche giorno fa ho sentito con le mie orecchie l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ipotizzare un futuro ingresso della Russia nell’Unione europea, escludendo invece una possibile adesione ucraina. Misteri della politica fatta coi gasdotti anziché col cuore.

L’Europa ha chiuso la porta in faccia a Kiev. Mentre Mosca è riuscita a far tornare questa nazione sorella (gli amici, recitava una vecchia barzelletta sovietica si scelgono, i fratelli no) nella sua area di influenza. Lo ha fatto col ricatto energetico. Ricatto del quale noi europei siamo stati non solo partecipi, ma addirittura complici. Germania e Italia hanno lavorato fianco a fianco con la Russia per togliere di mezzo gli ucraini, mettendo le basi per futuri gasdotti: così nel futuro non passerà più sul territorio ucraino il flusso di gas diretto alle nostre case.  La colpa di Kiev? Non accettare che il prezzo del gas russo lievitasse in base alla sua scelta di campo occidentale.  Ma nell’Europa ufficiale (dove si decantano le radici cristiane del continente) nessuno vuole questi ucraini che pure della storia del Vecchio Continente hanno cercato di far parte, malgrado Zar e Pcus.

Cazzulani in questo libro spiega bene questi anni tormentati della politica ucraina. L’instabilità che leggerete è dettata anche dal fatto che questa è una terra di confine tra due mondi contrapposti. Vi potrà sembrare complicata. Ma è sicuramente più interessante e più libera che la politica russa, dove è tornato de facto il monopartitismo.

Chiudo queste mie poche riflessioni introduttive con un altro racconto personale, questa volta ambientato a Mosca. Manifestazione non autorizzata dell’opposizione per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione russa che dovrebbe tutelare il diritto a riunirsi e manifestare liberamente il proprio pensiero. In piazza Triumphalnaja arriva Lyudmilla Alaxeyeva,dissidente 82 enne (che di lì a poco avrebbe ricevuto il premio Sakharov del parlamento europeo e sarebbe stata arrestata nel corso di un altro presidio vietato). Mi avvicino. Un collega russo mi fa presente che non posso intervistarla senza un apposito tesserino di riconoscimento. Indietreggio. Si avvicina un altro giornalista. Nego a questo punto di essere un collega e mi spaccio per turista italiano. Mi invita allora a spostarmi perché sta per succedere qualcosa. Due uomini sollevano un missile di cartone col quale invitano tutti a lottare per la libertà di espressione. Tempo due sono circondati dalle forze speciali, caricati ed arrestati. Insieme a loro, assisto al fermo di altri ragazzi che semplicemente cantano o esprimono il loro pensiero innalzando cartelli.

Torno in albergo, contento di essere libero. Accendo la tv. Guardo il principale tg, Prviy Canal. Degli arresti non si parla. Della manifestazione non autorizzata e repressa dagli Omon nemmeno. Chi non era fisicamente presente non sa che cosa sia successo. L’opposizione è cancellata. Resa invisibile.

Per questo continuo a sognare che un giorno sventoli, anche solo per breve tempo, qualche bandiera arancione sulla Piazza Rossa.

Ad maiora

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

Perché la farfalla Rai torni a volare

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tanto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

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Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro

Le vie del petrolio sono (ancora) infinite

È un libro che ho impiegato un po’ a leggere non perché pesante, ma per la mia mania di sottolineare i passaggi per me interessanti. La mia copia de “Il Petrolio e la gloria” di Steve LeVine (Il Sirente) ha intere pagine evidenziate. Il sottotitolo del volume di questo giornalista americano (che cura un ottimo blog sul tema energetico) aiuta forse chi mi conosce a capire perché la tematica mi stia a cuore: “La corsa al domino e alle ricchezze della regione del Mar Caspio”.

È un racconto sullo sfruttamento dei campi petroliferi e gasiferi nelle aree ex sovietiche. Una cronistoria che parte dalla scoperta dei giacimenti e arriva fino alla guerra russo-georgiana. Un ottimo libro che spiega gran parte delle problematiche e delle tensioni geopolitiche che attraversano quelle aree del pianeta. La parte chiave del volume (che ha un errore di traduzione che mi ha fatto sanguinare il cuore quando ha parlato di “rivoluzione delle arance”, riferita a Kiev, confondendola forse col carnevale di Ivrea…) è concentrata negli anni ’90.

Nel 1993 i russi, nella persona del ministro dell’Energia Yuri Shafranik, si intromettono nelle trattative sul petrolio offshore tra Azerbaigian e compagnie occidentali, facendo due richieste: «Che una compagnia russa avesse un 10% dell’accordo e che le compagnie petrolifere occidentali esportassero il loro greggio dal Caspio solo attraverso oleodotti russi». La candidata (alla quota del 10%) era la Lukoil, grande compagnia energetica russa. Shafranik era molto seccato che Mosca fosse tagliata fuori dagli affari per la corsa al petrolio a Baku. Lì era nata l’industria petrolifera imperiale russa e lì in qualche modo i russi avrebbero dovuto continuare ad esserci.

Tra i paesi ex sovietici (quelli che a Mosca, in modo colonialista, chiamano “estero vicino”) l’Azerbaigian è stato uno di quelli meno anti-russi, anche se gli storici rivale armeni hanno sempre avuto l’appoggio moscovita. Così si spiega perché venga accettata anche la Lukoil nell’affare: nel 1994 le viene concesso il 10% degli affari petroliferi tra gli azeri e il resto del mondo.

È da questi elementi che nell’amministrazione americana (a quel tempio guidata da Clinton) riparte la “politica di contenimento”: non più verso l’Unione sovietica, ma verso la Russia. Una politica nella quale Washington ha giocato e gioca tutte le sue carte per impedire che una fetta del mondo dipenda energeticamente dai voleri del Cremlino. Una politica nella quale, la nostra Italietta a differenza che nel passato è schierata con la Russia (paese che veste – con giacconi della marina militare – anche quello che ormai viene chiamato il premier italiano) anziché con gli Usa (guidati d’altronde da un abbronzato, amante delle guerre e per questo premiato col Nobel per la pace). (A proposito di Nobel: dal libro ho scoperto che la prima petroliera al mondo – la Zoroaster – fu costruita da Ludvig Nobel). L’accordo per l’offshore di Baku viene siglato dai rappresentanti kazaki e russi: la foto li ritrae sorridenti sotto la foto di un austero quadro di Lenin (che non si può rivoltare nella tomba visto che era ed è presidiata h24).

Già perché libro è corredato anche di belle fotografie in bianco e nero dove vengono mostrati tutti i protagonisti dell’epoca, ma anche i pozzi petroliferi a eruzione spontanea, che danno l’idea di che posti ricchi di risorse naturale siano questi intorno al Mar Caspio. Per sfruttarli al meglio, l’Urss fece addirittura costruire una città sulle palafitte accanto alla piattaforma petrolifera di Oily Rocks.

Ci sono anche le foto dei banchetti coi quali sono stati suggellati gli accordi commerciali tra le compagnie occidentali e le nazioni post-sovietiche. Pranzi luculliani che potevano finire anche con l’ingoio dell’occhio di pecora, come vuole la tradizione kazaka. Ma gli affari venivano preparati nei minimi dettagli, da una parte e dall’altra del mondo. Racconta LeVine (che ha appena pubblicato, negli States, “Putin’s Labirinth”): «Il Kazakistan segnalava che era pronto ad aprire i negoziati di Tengiz con la Mobil, e la compagnia petrolifera invitò il presidente a dei colloqui a Nassau. Si assicurò che fossero organizzati in modo sontuoso: in una fotografia si vede il presidente Nazarabayev nuotare vicino a uno yacht affittato dalla compagnia nei Caraibi. Per dimostrare la sua buona volontà, la compagnia offrì come dono al presidente kazako il jet personale di Noto (Lucio, il presidente della compagnia petrolifera, NdR) e promise di costruire ad Almata (la nuova capitale, NdR) un campo da tennis al coperto a disposizione sua e di selezionati dirigenti della Mobil. Nessuno dei doni si materializzò, ma la loro evocazione servì allo scopo di lusingare Nazarbayev».

Nella battaglia per il controllo di questi impianti o degli oleodotti da costruire, compare negli anni ’90, anche la nostra Agip. Per Tengiz fa parte, insieme a Chevron, Mobil e British Gas, della cosiddetta “banda dei quattro”. A quei tempi la compagnia semi statale italiana sembrava interessata ai progetti americani di rendere l’Europa indipendente energeticamente dalla Russia. Era prima dell’alleanza strategica tra Eni e Gazprom.

Per far arrivare petrolio e gas dal Mar Caspio senza passare dal territorio russo, gli occidentali ne inventavano di ogni, come ci spiega l’autore: «Secondo una stima, furono proposti ottantadue progetti differenti che avrebbero del tutto evitato il territorio russo, alcuni dei quali rasentavano l’assurdo. La Exxon suggerì il più eccentrico: un tracciato di 4.400 miglia da 12 miliardi di dollari, che attraversa quasi un quinto della circonferenza del globo fino al Mar Giallo della Cina. Fu accolto con poco più che risatine». Risatine. Ma si dà l’idea di una preoccupazione reale con la quale abbiamo avuto drammaticamente conferma in questi ultimi anni.

Tra i primi a fare le spese dei sistemi più politici che economici, con i quali la Russia tratta i suoi vicini, è stato il Turkmenistan. Racconta il giornalista: «Il Turkmenistan era il quarto più grande fornitore al mondo di gas naturale. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1991 in seguito al collasso sovietico, la repubblica aveva guadagnato due miliardi di dollari all’anno esportando il suo gas attraverso gli oleodotti controllati dalla Russia. Improvvisamente, alla fine del 1993, il Cremlino tagliò l’accesso alla rete del Turkmenistan. Mosca voleva per sé l’intero mercato. Solo la continua esportazione di materie prime come petrolio e cotone impedivano al Paese di scivolare verso la bancarotta». Per ovviare a questa situazione il dittatore pazzo ed esibizionista (Nijazov aveva fatto erigere migliaia di statue che lo raffigurano in tutto il paese – la più grande delle quali, nella capitale, è d’oro, alta 12 metri e gira col girare del sole) arriva a studiare, con compagnie statunitensi, un tracciato che passi da Pakistan e Afghanistan. Qui i talebani (attentissimi agli affari alla faccia della sharia) sembrano molto interessati. Quando poi gli americani (con un leggerissimo ritardo…) si rendono conto di quel che succede, rinculano precipitosamente. «I giornalisti iniziarono a trasmettere dalla capitale afgana immagini preoccupanti: i talebani avevano giustiziato il precedente governante, Mohammed Najibullah, e trascinato il suo corpo per la città; le fotografie mostravano il corpo di Najibullah e del fratello che pendevano da un palo con banconote infilate nel naso. Seguaci dei talebani furono visti picchiare con bastoni donne ricoperte da burka, a cui era stato proibito di andare ai mercati a meno che non fossero accompagnati da membri maschi della famiglia. La Unocal (compagnia petrolifera californiana ora assorbita dalla Chevron, NdR) e l’amministrazione Clinton ebbero un’immediata crisi delle pubbliche relazioni. Le loro dichiarazioni di sostegno frettolosamente espresse adesso suonavano superficiali, come se stessero reagendo ai risultati di un’elezione, non a una presa di potere da parte degli insorti. Le loro entusiastiche approvazioni dei talebani rinforzavano il vecchio sospetto di alcuni che la compagnia petrolifera, la CIA, o entrambi avessero sostenuto la lunga marcia del gruppo. Marvis Leno, la moglie del presentatore americano di talk show, Jay Leno, e la sua Majority Foundation femminista di Los Angeles erano furiose. Il Dipartimento di Stato tornò sui propri passi; un portavoce disse che gli Stati Uniti erano costernati per gli atteggiamenti dei talebani. La Unocal dichiarò debolmente che il suo portavoce ufficiale era stato citato erroneamente. Alla fine due ulteriori colpi alle pubbliche relazioni portarono alla sconfitta della Unocal e del suo ostinato presidente. Per prima cosa, la Feminist Majority Foundation organizzò una campagna contro la compagnia petrolifera. Marvis Leno interruppe un incontro di azionisti con un intervento di opposizione a ogni affare con i talebani. Poi, nell’agosto 1998, camion bomba saltarono in aria alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, attacchi attribuiti ai gruppi di Osama Bin Laden. Giorni dopo, gli Stati Uniti lanciarono dozzine di missili Tomahawk in un campo di Al-Qaeda in Afghanistan, in un fallito tentativo di assassinare Bin Laden. Il giorno successivo, la Unocal annunciò che aveva “sospeso” il progetto dell’oleodotto». Bontà loro. Mentre sogno che la moglie di qualche conduttore della tv italiana interrompa un’assemblea dell’Eni, capisco come davvero gli affari non guardino in faccia a nessuno. E per fortuna, dove esiste l’opinione pubblica, qualcuno indietreggia.

Nel libro si parla anche del giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli anni 2000. E’ un campo petrolifero offshore, nel Mar Caspio, dove l’estrazione non sarà semplice visto che la temperature arrivano a –40°. Il progetto costa 136 miliardi di dollari (originariamente erano 57) e cominciare a fruttare nel 2014. Lo sfruttamento del campo è affidato a un consorzio internazionale (North Caspian Sea Production Sharing Agreement) formato da sette compagnie: Eni/Agip KCO (16,81%), Shell (16,81%), Total (16,81%), KazMunayGas (16,81%), ExxonMobil (16,81%), ConocoPhillips (8,4%), Inpex (7,56%). L’impianto ha subito numerosi ritardi e iniziative politiche kazake. Dal 2009 la Ncoc (la North Caspian Operatine Caspian) ha accentrato su di sé la guida del consorzio (prima era degli italiani di Agip KCO).

Per spiegare la serietà di quanti girano intorno a questi progetti, Steve LeVine racconta questo episodio avvenuto nel 2000 (e che dà l’idea che tutto il mondo è paese): «Il presidente del Kazakistan Nazarbayev annunciò che desiderava vedere il processo di trivellazione di prima mano. I petrolieri erano sgomenti. D’altro canto non potevano dirgli di non venire. E così escogitarono un intelligente stratagemma. La squadra acquistò seimila galloni di carburante diesel ed equipaggiò una cisterna con una valvola on-off. Per due giorni, gli operai si esercitarono girando la valvola e infiammandolo, imitando l’apparenza di gas che veniva infiammato da Kashagan. C’era un problema: cosa fare con il tradizionale imbrattarsi le facce? Nazarbayev avrebbe certamente insistito per un secchio di petrolio di Kashagan per impiastricciare la sua faccia e le facce di tutti gli altri come segno di buona fortuna. Ma fino ad allora i petrolieri avevano recuperato solo scarse quantità di idrocarburi da Kashagan, non abbastanza per impiastricciare la faccia di qualcuno. Così fecero l’equivalente di prendere in prestito un quarto di latte da un vicino, richiedendo un container di greggio di Tengiz (campo del Mar Caspio già operativo: è onshore, ma produce oltre al petrolio anche montagne di detriti di zolfo, NdR). Poi escogitarono un modo in cui il greggio fluisse da una valvola sull’impianto. Tutto era pronto quando arrivò il presidente il 4 luglio. Ross Murphy (responsabile della squadra di perforazione) lo salutò platealmente, dichiarando: “Le presentiamo Kashagan”. Nazarbayev era così soddisfatto per quello che pensava fosse gas naturale che veniva infiammato che stette a guardare il carburante diesel che bruciava per più di venti minuti. Murphy iniziò a temere che la loro fornitura di seicento galloni di diesel sarebbe finita e “la truffa sarebbe venuta fuori, e quello non sarebbe stato affatto un bene”. Alla fine, un Nazarbayev contento si avvicinò alla valvola che faceva uscire il greggio di Tengiz in modo così autentico che Murphy stesso pensò, “Sembra reale”. Il presidente poi unse tutti con il petrolio. Parlando dopo ai giornalisti all’aeroporto di Atyrau, era entusiasta: “Vi posso dire oggi che c’è petrolio, molto petrolio, e di buona qualità”, disse. Aggiunse, “Questo è un grande aiuto alla nostra indipendenza, al nostro futuro e alla nostra prosperità. Le speranze del popolo kazako si sono realizzate”». Il giacimento, come detto, non è ancora operativo. L’unto del petrolio è invece sempre alla guida del suo Paese. Nursultan Nazarbayev, il compagno che nel 1984 era primo ministro e segretario del partito comunista kazako, è stato eletto presidente del Kazakistan nel 1990. Il parlamento ha recentemente approvato una norma che gli consente di essere rieletto finché ne avrà voglia, a vita insomma. Sui rapporti tra questo dittatore e il presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, riporto fedelmente il resoconto dell’Adnkronos sul viaggio di Silvio Berlusconi ad Astana, il 5 novembre 2009: «”Siamo lieti di accogliere il presidente Nazarbayev, che posso considerare un mio caro amico – ha detto il premier Berlusconi – accompagnato da una folta schiera di ministri del suo governo per la firma di importanti accordi istituzionali da un lato e commerciali dall’altro. I contenuti degli accordi firmati riguardano molti miliardi di dollari e interessano nostre grandi aziende, ma abbiamo preso accordi per una missione di piccole e medie aziende italiane per esportare nel Paese asiatico il nostro know how”. “Abbiamo la speranza – ha proseguito il presidente del Consiglio – di poter avanzare la collaborazione tra i nostri due settori economici. Abbiamo parlato anche di turismo – spiega il premier Silvio Berlusconi – per portare gli italiani in questo Paese grande nove volte l’Italia”. Ma il Cavaliere non nasconde “un’invidia da costruttore” per la costruzione da zero della capitale kazaka, Astana, perla dell’architettura moderna: “Nazarbayev ha realizzato in appena otto anni una città di un milione di abitanti. Ma noi ci siamo presi una piccola rivincita: stiamo realizzando una nuova città per 34mila abitanti all’Aquila a causa del terremoto. Caro presidente, abbiamo imparato qualcosa da voi e l’abbiamo messa in pratica”, ha detto il premier. Quello che ancora invece l’Italia non riesce ad importare è la velocità nelle autorizzazioni per gli interventi edili, di cui il premier Berlusconi torna a lamentarsi: “Anche il presidente Nazarbayev ha potuto vedere i tempi per le autorizzazioni in Italia. Hanno acquistato Villa Manzoni e le autorizzazioni per gli interventi sono arrivate dopo due anni, nonostante le pressioni del governo”. “Confermo la visita del Milan per l’inaugurazione del nuovo stadio di Astana”, ha poi annunciato Berlusconi, che in più passaggi ha espresso ”grande soddisfazione per l’impegno dei nostri imprenditori in Kazakistan e credo che possiamo sviluppare una vasta gamma di collaborazioni in un Paese che ha grandi ricchezze e una straordinaria crescita demografica, che dimostra una grande vitalità di tutti i maschi ‘kazakistani”’, scherza il premier».

Sul presidente kazako, grande amico di Berlusconi (ma anche dell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney che ebbe a esprimere «ammirazione per tutto quello che è stato compiuto in Kazakistan»), LeVine racconta un episodio del 1999 che non ha bisogno di commenti. I servizi segreti kazaki cercano di gettare discredito su un ex primo ministro, Akezhan Kazhegeldin, candidato presidente in alternativa a Nazarbayev. Informano le autorità belga che questo politico vorrebbe comprare casa per la figlia fuori Bruxelles, con misteriose operazioni finanziarie. L’Interpol apre un’inchiesta e manda una rogatoria alla vicina Svizzera per cercare di capire se qualche transazione fosse passata da quelle parti. David Devaud, pubblico ministero di Ginevra, visto che il possibile titolare del conto ha un nome complesso (e magari traslitterato male), chiede alle banche svizzere che la ricerca comprenda, oltre a “Kazhegeldin”, anche la parola “Kazakistan”. Ecco come LeVine spiega la sorpresa degli investigatori elvetici: «Quando arrivarono le risposte, non c’era niente che implicasse Kazhegeldin. Invece, vennero fuori altre due transazioni. Nella prima 85 milioni di dollari in un conto del governo kazako al Crédit Agricole Indosuez erano stati trasferiti su un conto personale dopo che il magistrato aveva diffuso la richiesta di informazioni. Nella seconda, i soldi erano stati trasferiti ad un ulteriore conto di Stato del Kazakistan in una seconda banca, Pictet & Cie. Sembrava che chiunque controllasse il conto personale fosse stato avvisato dell’inchiesta del magistrato e che stesse provando a camuffare il denaro. Stimolata la sua curiosità, Devaud cercò il nome del beneficiario del conto. Era Nursultan Nazarabayev, il presidente del Kazakistan. Il magistrato sospettando che stesse accadendo qualcosa di irregolare, fece congelare tutti i conti sospetti. La sua azione non fu annunciata pubblicamente, ma ne arrivò notizia sul New York Times quattro mesi dopo, nell’ottobre 1999. La notizia rimase in gran parte inosservata. Nazarbayev ne proibì la diffusione sui suoi mezzi di comunicazione kazaki, e quando una stazione televisiva russa la rese nota, bloccò le sue trasmissioni in Kazakistan». Decisamente più efficiente che chiamare la locale Autorità per le garanzie nelle comunicazioni…

Per tornare al tema principale del libro e agli scenari petroliferi che racconta, ecco invece quel che riguarda l’oleodotto BTC (Baku, Tibilisi, Ceyhan), fortemente voluto dagli americani e che, divenuto operativo, gli aerei russi mancarono con le loro bombe durante il confitto del 2008: «Due Stati della regione – Azerbaigian e Georgia – abbracciarono presto l’idea di essere infilati come perle lungo un grande oleodotto legato a Washington (ai tempi guidati da Clinton, decisamente più occhiuto di Obama in queste aree), che permetteva loro protezione dai nemici. Adesso che gli Stati Uniti erano dietro di esso, piaceva loro anche di più. E piaceva anche alla Turchia che riteneva che la partecipazione a tale progetto potesse rinnovare la sua influenza storica sulla regione. Fu così che il governo americano diede nuova vita alla proposta da tempo nell’incubatrice di un oleodotto lungo 1.081 miglia da Baku ai terminali di esportazioni nel porto turco mediterraneo di Ceyhan. Sarebbe stato il più lungo tracciato di questo tipo al mondo e sarebbe stato costruito interamente su un territorio amico dell’America». Molti petrolieri storsero il naso di fronte a quello che veniva bollato come un “oleodotto politico”. Ma quali sono gli oleodotti non politici??

Gas e petrolio sono strumenti di pressione e di conquista. Un Risiko moderno dovrebbe avere giacimenti, oleodotti e gasdotti, anziché carrarmatini. Altrimenti non si capirebbe come mai l’Iran sia stata esclusa da tutti i giochi energetici.

In queste partite sui giacimenti kazaki, l’Italia ha avuto un ruolo rilevante: entrando nei campi di Tengiz, l’Eni era «la sola con quote di partecipazione in tutti e tre i giganti petroliferi kazaki, tra i più grandi del mondo». E aggiunge il giornalista: «Quando si disgregò l’Unione Sovietica, l’Eni era un giocatore relativamente minore nel settore petrolifero mondiale. Sedici anni dopo, era operatore sia di Karachaganak sia di Kashagan, aveva costruito una condotta per il gas naturale dalla Russia alla Turchia, era un esperto partner della Russia nei grandi accordi sul gas naturale. Mosca sembrava davvero avere fiducia negli italiani». Ora questa fiducia sembra venuta meno. Ma questa è un’altra storia.

Steve LeVine

Il petrolio e la gloria

Il Sirente

Fagnano Alto, 2009

Pagine 492

Euro 20