Month: marzo 2013

L’ultima lezione

L’onda, non so perché, è da rivedere in questi giorni.
Ad maiora

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Lezione elettorale 2: marginalità della chiesa

Tra le novità della vittoria del Movimento Cinque Stelle c’è anche il fatto che è il primo movimento politico italiano che diventa primo partito alla Camera senza genuflettersi alle gerarchie ecclesiastiche.
Alle primarie del centrosinistra nel pantheon figuravano Giovanni XXIII e il Cardinal Martini, mentre la sconfitta dei centristi penalizza non solo l’ex dc Casini ma anche un Monti che andava e veniva da Otretevere, ottenendo l’apprezzamento dell’Osservatore romano.
C’era persino chi pensava che le (tuttora incredibili) dimissioni di Ratzinger da Papa influissero sulla campagna elettorale. Che invece si è fermata solo il giorno dell’annuncio e poi è proseguita come se nulla fosse.
Ora tra i parlamentari a Cinque Stelle ve ne saranno molti cattolici (o presunti tali, visto che i più qui sono battezzati dalla nascita).
Occorrerà vedere se manterranno quella divisione tra i poteri dello Stato Italiano e quelli della Chiesa. Assente dai tempi dei Patti Lateranensi, datati 1929, bissati parecchi lustri dopo (1984) dal compagno Craxi.
Da allora è stato introdotto l’imbarazzante 8 per mille.
Chissà se resisterà allo Tsunami.
Ad maiora

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Come mi batte forte il tuo cuore

btobagiRipubblico, quattro anni dopo, la recensione che scrissi sul libro di Benedetta Tobagi.

Ad maiora.

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Sono cresciuto assieme  (rectius, grazie) ad alcuni di quelli che Benedetta Tobagi chiama “altri orfani, fratelli acquisiti”: figli di vittime del terrorismo o della mafia. Devo gran parte della mia esperienza professionale a Nando dalla Chiesa, al “suo” mensile “Società civile”, grazie al quale ho iniziato l’unico mestiere che so fare. Gli sono stato accanto mentre, in campagna elettorale (ma anche prima) gli dicevano di tutto, lo insultavano. I figli dei morti dovevano stare al loro posto. Nelle commemorazioni ufficiali, silenti, al fianco delle autorità che distrattamente ricordano gli “eroi”. Ogni tanto anche ora.

Durante la battaglia elettorale contro Formentini (quanto sarebbe cambiata l’Italia se allora a Milano avesse vinto Nando?), conobbi un altro figlio di vittima del terrorismo, Mario Calabresi. Quando è uscito il suo libro sul padre (“Spingendo la notte più in là”) ci ho messo settimane a leggerlo, continuamente interrotto dal pianto. Lo stesso mi era capitato affrontando “Delitto imperfetto” di Nando al quale mi dedicai dopo averlo conosciuto e che tuttora considero una delle migliori inchieste giornalistiche, fatta col cuore e col cervello.

Ho avvicinato il libro di Benedetta Tobagi con meno timore. Non la conosco se non indirettamente. E’ venuta all’inaugurazione della Scuola di Giornalismo della Statale. Il master porta il nome di suo padre e io sono, immeritatamente, uno dei tutor che cercano di raccontare a trenta, tra ragazze e ragazzi, i segreti del linguaggio televisivo. Ciò malgrado, ho fatto tanta fatica a finire “Come mi batte forte il tuo cuore” (Einaudi, Torino, 2009). Come per il volume di Mario, dopo ogni capitolo, ho dovuto fermarmi un po’, far passare il magone, recuperare energie per affrontare il resto della salita. Ma è un libro ottimo da regalare, per chi voglia sfruttare questo periodo vacanziero senza mandare il cervello all’ammasso.

Ho l’abitudine di appuntarmi le frasi che mi colpiscono nei libri che leggo. Il testo di Benedetta esce dalla prova con decine di stelline, di asterischi, di miei appunti a matita e di sottolineature. Mi sembra che il suo obiettivo sia di raccontare più il Tobagi giornalista che il Tobagi socialista o sindacalista. In questi ultimi anni sono usciti molti libri sulla figura del collega (ucciso, il 28 maggio 1980, da un gruppetto di giovani, ricchi, rivoluzionari comunisti che volevano con questo assassinio accreditarsi agli occhi delle Brigate Rosse) più incentrati su questi ultimi aspetti. La Tobagi, invece, grazie all’archivio cartaceo fatto dagli appunti del padre (un “buon grafomane”), ne rievoca la figura, di un professionista attento e premuroso che si ispira alla figura di un direttore del Corriere, spesso dimenticato: Mario Borsa. Un liberale, Borsa, che spronava i colleghi in questo modo: “Dite sempre quello che è bene o vi par tale anche se questo bene non va precisamente a genio ai vostri amici: dite sempre quel che è giusto, anche se ne va della vostra posizione, della vostra quiete, della vostra vita. Ricordatevi sempre ciò che lo spirito dell’Imbonati diceva al Manzoni: non ti far mai servo/ non far tregua coi vili: il santo vero/ mai non tradir. Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima di essere un diritto la libertà è un dovere”.

Nel volume di Benedetta Tobagi si scopre un “Walter” (a volte lo chiama per nome lei stessa) cronista pacato ma acuto, sereno anche di fronte al pericolo, pur non volendo fare l’eroe. Si sottolinea la sua capacità di concentrarsi ovunque si trovasse, il suo essere “giornalista sempre in servizio” come lo ricorda Giorgio Rumi, l’umanità con cui si relazionava con i giovani colleghi (nel caso raccontato, un altro dei miei “maestri”, Gianni Riotta). E si calca la mano sul suo modo di porsi verso gli altri, disponibilissimo ma esigente: “Sul lavoro era una macchina da guerra e pretendeva il massimo da tutti, tanto più da chi doveva farsi le ossa”. Una frase di Sciascia che riporta Benedetta è come una frustata per chi, come me, martella sui temi della responsabilità personale: “L’hanno ammazzato perché aveva metodo”.

Non si cerca la vittimizzazione, anzi si sottolinea come Tobagi fosse sempre felice e sorridente: “Il sorriso era l’indicatore di una serenità d’animo che a livello profondo – pare un miracolo – non perse mai”. Malgrado le dure battaglie sindacali interne al Corriere e all’Associazione lombarda dei giornalisti, malgrado l’offensiva piduista contro la Rizzoli (una copia della rivendicazione dell’omicidio fu ritrovata nella cartella di Gelli, fatto che – tra lo stupore della Tobagi – nessuno si prese la briga di vagliare al processo contro Marco Barbone e soci) (Marco Barbone, mi si conceda un’altra parentesi, ora lavora per la Compagnia delle Opere, per quel “pentimento” più cattolico che giudiziario che non gli ha praticamente fatto pagare il prezzo del suo terribile gesto) malgrado tutto, Walter Tobagi si aggrappava alla “propria integrità” per andare avanti sulla sua strada.

Lascio da parte i particolari più intimi che emergono dal volume: il golf rosso indossato da Bendetta il giorno dell’omicidio, il dolore del nonno socialista, rimasto solo a portare avanti la “parte civile” al processo, tanto preoccupato che la nipote si facesse del male maneggiando il “caso Tobagi”, l’orrore di “quella mattina in cui è morto da solo, impreparato, colpito a tradimento, di spalle”, per citare una delle frasi più dolorose del libro.

Lei invece affronta con questo libro il difficile rapporto con un padre che di fatto non ha mai conosciuto e che è stato brutalmente assassinato sotto i suoi occhi (la foto di lui senza vita e riverso sul marciapiede di  via Salaino a Milano è coraggiosamente pubblicata in una delle ultime pagine). Prova a posizionarsi di fronte all’icona idealizzata che le appariva “irreale e irraggiungibile”. Cerca di spiegare il rapporto con la madre “austera e autoritaria”, molto religiosa, con la quale non parla praticamente mai di quel che è accaduto: “Il silenzio, gelido, disperato, imbarazzato, che cala su di me, oppure non mi si parla normalmente: molte parole senza parola”. Un passaggio che mi ha ricordato un libro pazzesco di Amos Oz – “Una storia di amore e di tenebre” – dove tra lui e il padre cala il silenzio sulla morte, suicida, della madre.

Nel libro è più volte citata la zona grigia. La stessa che ha assecondato il fascismo e ha allevato – grazie all’area di contiguità del “né con lo Stato né con le Br – il terrorismo in Italia (e chi parla oggi di cultura dell’odio e di strategia della tensione evidentemente era all’estero negli anni Settanta). La stessa che con l’ignavia accetta qualunque governo perché “o Francia o Spagna purché se magna”.

Benedetta Tobagi cerca di affrontare coraggiosamente anche il tema dei pentiti, la legislazione premiale che ha permesso agli assassini del padre di uscire subito di galera. La giustifica per la necessità di arrivare a smantellare le reti terroristiche (e mafiose). Ma chiede giustamente il diritto a non perdonare un Barbone che, come disse il suo legale nell’arringa conclusiva aveva “agito per motivi di particolare valore umano, sociale e morale”, perché “i terroristi non hanno mai agito per tornaconto personale, ma solo per utopia, cultura e ideologia, con disinteresse e a rischio della loro vita”. Parole che lasciano un senso di sconforto e di sbigottimento, anche ad anni di distanza.

Ci sono infine vari passaggi che concernono i rapporti con Craxi, con i socialisti che di questo martire fecero una bandiera, l’analisi del volantino troppo informato sui segreti del Corriere, la leggenda del “delitto annunciato”. Ma le polemiche, anche con la figlia dell’ex primo ministro socialista, hanno già occupato le pagine del quotidiani e quindi non potrei che aggiungere ovvietà.

Concludo con una citazione dello stesso Tobagi: “È il tragico paradossi dei terroristi: uccidono per dimostrare che sono vivi”. Valga per il collega quel che ripeto sulla Politkovskaja (uccisa, come Walter, con 5 colpi di pistola). È più vivo lui (anche grazie a questo bel libro) di quelli che l’hanno assassinato. Il suo ricordo resterà indelebile e vivo nella storia del giornalismo del nostro paese.

Benedetta Tobagi

Come mi batte forte il tuo cuore

Einaudi, 2009

Non-recensione di “Educazione siberiana”

locandina_film_salvatores_educazione-siberiana-Ripubblico, a qualche anno di distanza la non-recensione che avevo scritto a “Educazione siberiana” di Lilin. Oggi con l’uscita del film di Salvatores si parla sempre più di lui. Non andrò a vedere la pellicola. Rispetto a quanto scrissi, aggiungo solo questo link al Fatto quotidiano.
Ad maiora
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L’odierno articolo di Maurizio Crosetti su Repubblica “Lilin, vita blindata: faccio il tatuatore in clandestinità” mi spinge a riprendere in mano una mai scritta recensione del libro Einaudi “L’Educazione siberiana”. E’ uno dei testi must di questo 2009, anche se francamente per chi come me è appassionato di est Europa e conosce non solo la Moldova ma anche la Transnistria, il volume è sembrato molto strano.

Parto dall’impressione corporea che ho avuto incontrando Nicolai Lilin. Non gli piace parlare coi giornalisti. L’intervista che abbiamo fatto è stata molto breve perché ho percepito che non avrebbe aggiunto nulla rispetto a quello che avevo letto nel suo libro e su di lui. Malgrado tutto non sono andato prevenuto all’incontro. Anche se gli articoli di Anna Zafesova (una delle migliori giornaliste del nostro paese) su “La Stampa” mi avevano messo sul chi va là. Anna, che è andata a verificare le storie di criminali siberiani direttamente a Bender (in Transnistria), ha smontato la ricostruzione fatta da Lilin.

Ho incontrato Lilin a Bellinzona a margine di una bellissima manifestazione culturale che viene organizzata da quelle parti sulle traduzioni. Il Babel Festival è un confronto – a volte magico – tra chi scrive e chi traduce. Lo consiglio vivamente a chi ama i libri.

Di molti degli incontri che ho visto quello di Lilin che chiudeva l’ultima giornata era l’unico senza moderatore. E’ stato un one-man-show.

Lilin è ormai un personaggio pubblico, anzi, televisivo. Così molte delle cose che dice vengono prese per oro colato da chi ascolta. “Lo ha detto la televisione” è sempre più l’elemento catartico del nostro paese che non a caso ha deciso di affidarsi alle abili mani di un magnate delle tv.

Lilin, anche nel Canton Ticino, ha raccontato le sue storie, ha ribadito più volte che non è uno scrittore, che ha imparato l’italiano senza studiarlo e tutte le altre cose che trovate nel suo volume e che va ripetendo anche ai giornalisti che lo avvicinano. Affascinati come sempre, anche dalle sue parolacce, infilate ad arte nei discorsi e negli scritti.

Il comizio del buon Nicolai a Bellinzona è andato avanti per una buona oretta. Quando è stato il tempo delle domande si è alzata una bella signora dai caratteri russi, anzi russo-moldavi (e dalla fierezza tipica di quelle terre) che in pratica ha detto: ti sei inventato tutto, getti fango sul nostro paese per fare soldi. Lilin imbarazzato ha ribattuto che lui racconta quel che gli hanno raccontato amici e parenti a Bender. La signora – che sventolava il libro pieno di post-it e segni a matita – ha detto che anche lei era di Bender, chiudendo in pratica la partita. È stata poi zittita dal resto del pubblico che voleva sentire Lilin e non una russofona in trasferta venuta a rovinare le uova nel paniere. La vox populi era: è un romanzo, non un libro di cronaca giornalistica. Sarà, ma non sembra però.

L’operazione commerciale dell’Einaudi è comunque riuscita appieno. Di qui forse la mia ritrosia a scrivere la recensione e a raccontare un episodio di qualche mese fa. Oggi però la lenzuolata di Repubblica mi ha risvegliato dal torpore.

Tra poco esce un nuovo libro di Lilin, sempre per la casa editrice berlusconiana. Penso che risparmierò soldi e tempo evitando di acquistarlo. E’ una delle poche armi che il mercato (editoriale) ci lascia.

I Trentin ricordati al Gobetti

Torino. Qui la primavera (nemmeno quella climatica) non è ancora arrivata.
Al Centro Studi Piero Gobetti (nella storica casa di via Fabro) si apre l’assemblea annuale dei soci.
Come sempre (dal 1961 in avanti) viene preceduta da una “lezione” sul nostro passato, quello resistenziale.
Sono trascorsi cinque giorni dalle elezioni, ma qui si parla di un tempo che non c’è più.
Oggi l’incontro verteva su Silvio e Bruno Trentin.
A raccontare il rapporto tra padre e figlio ai tempi della (nostra) guerra civile è stato Iginio Ariemma, curatore di alcuni volumi sui Trentin.
A chiudere la parte storica Pietro Polito ha letto un brano scritto da Bobbio su Trentin padre. Qui il video.
Per il resto la vita del Centro prosegue, tra mille difficoltà. Polito, storico e collaboratore di Bobbio, ne è stato eletto direttore. Marco Revelli ne è vicepresidente, mentre la guida è sempre affidata a Carla Gobetti.
I soldi continuano a scarseggiare, ma – come viene orgogliosamente affermato – non è mai stato chiesto un euro di prestito alle banche.
Gli enti locali hanno comunque o rallentato o chiuso i rubinetti economici.
La cultura, si sa non produce ricchezza. Almeno in questo paese, pieno di idioti.
Al Centro comunque non mollano.
Chi ne voglia seguire le attività, vada o Torino o ne visiti il sito.
Ad maiora

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