Month: giugno 2011

Una Macedonia al voto

Macedonia al voto tra tensioni e accuse di brogli

Giornata di voto (oltre che per il sempre in crisi Portogallo) anche per la Macedonia, ex repubblica jugoslava che all’anagrafe mondiale si chiama ancora – per contrasti con la Grecia – in modo provvisorio: FYROM, acronimo che sta per Former Yugoslav Republic of Macedonia.

Stamane si sono aperte le urne (che si chiuderanno alle 19 locali) in un clima di forte tensione tra il partito di governo, l’VMRO-DPMNE e l’opposizione socialdemocratica (SDSM).

Entrambi gli schieramenti si sono accusati vicendevolmente di brogli. È possibile che, alla diffusione dei risultati di questo voto parlamentare ci siano manifestazioni di protesta nella capitale, Skopje. Sono elezioni anticipate dopo gli attacchi (e l’Aventino) scatenati dalle opposizioni alla maggioranza, accusata di voler mettere sotto controllo i media più critici. Tra gli osservatori internazionali che verificano la regolarità del voto anche il deputato radicale Matteo Mecacci:

http://www.radicali.it/comunicati/20110603/osce-mecacci-partecipa-alla-missione-di-monitoraggio-elettorale-macedonia

A votare sono chiamati 1 milione e 800 mila elettori, un terzo dei quali di etnia albanese. E proprio i partiti albanesi dovranno soccorrere uno dei due schieramenti se, come sembra probabile nessuno dei due riuscirà a conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari (il partito di governo è comunque avanti nei sondaggi).

Dal risultato elettorale dipenderà un possibile ingresso del Paese nella Nato e nell’Unione europea (la Macedonia/Fyrom ha dal 2005 lo status di candidato). Nell’elenco di quanti stanno per entrare nel parlamento di Bruxelles in netto vantaggio, come rimarcato in queste ore dalla visita del Papa, rimane la cattolicissima Croazia.

Ad maiora.

la rivolta in Bahrein

No al Gran Premio in Bahrein: un appello a Ecclestone

Oggi l’uomo forte del business dell’automobilismo sportivo Bernie Ecclestone deciderà se inserire nell’elenco dei circuiti su cui correre la gare di Formula 1 il Gran Premio del Bahrein.

Era stato tolto dall’elenco qualche mese fa per la pesante repressione che il regime ha messo in atto contro la popolazione che protesta. Una repressione che non è finita:

http://www.iljournal.it/2011/bahrein-le-immagini-degli-scontri/238662

L’organizzazione non governativa Human Rights First ha diffuso un appello perché il Gran Premio sia definitivamente cancellato dall’elenco delle gare fino a quando la situazione politica rimarrà quella attuale.

http://actions.humanrightsfirst.org/p/dia/action3/common/public/?action_KEY=4226

Io l’ho firmato.

Ad maiora!

Mix di manifesti Pisapia Lega

La luna di miele tra Pisapia e i milanesi

Il dopo voto è una vera e propria luna di miele per Giuliano Pisapia, accolto come un liberatore in centro alla festa del 2 giugno. Un’accoglienza alla Kennedy, ha detto qualcuno.

Il milanese giusto al momento giusto. A Palazzo Marino in 25mila si sono messi in fila nella speranza di stringergli la mano (solo un migliaio in Provincia, giusto per dare il senso delle proporzioni su quel che sta accadendo).

Anche in Prefettura, per il tradizionale brindisi istituzionale, c’era la coda a salutare il neo sindaco (e Cinzia Sasso, per il primo giorno nelle vesti della first lady). In fila, per mostrare sorrisi più o meno falsi e riichiedere incontri, anche esponenti di quella borghesia che fino a venti giorni fa ruotava intorno a Moratti e Berlusconi (con cui candidava figli e parenti). Il vento è davvero cambiato.

Assente in Prefettura l’ex sindaco Moratti, non molto rimpianta neanche dai suoi amici del Pdl. Lei d’altronde sembra che scarichi la colpa della sconfitta su Berlusconi. Il quale dice che la responsabilità è di Santoro e dei programmi di sinistra. Sembrano Fonzie, quando non riusciva ad ammettere di aver sbagliato. Assente anche il buon Glisenti, che si dice sia uscito economicamente molto rinforzato dai quindici giorni in cui ha cercato di raddrizzare la barra elettorale morattiana (passerà alla storia per essere riuscito nella non facile impresa di mandare l’ora ex sindaco a farsi fischiare addirittura a una manifestazione di disabili).

Sul fronte Expo, alti dirigenti dell’organizzazione si dicono certi che le cose ora, con Pisapia al posto della Moratti, miglioreranno e che il tutto subirà un accelerazione (anche perché se rallenta ancora si ferma). I rapporti tra il neo sindaco e il presidente Formigoni sono partiti col piede giusto anche prima del voto d’altronde.

Insomma, queste prime ore sono per Pisapia tutto zucchero e miele.

Ora c’è il nodo giunta. Vedremo come ne uscirà il sindaco di sinistra-centro (che continua a campeggiare sui muri della città, affiancato ora solo da manifesti leghisti).

Ad maiora.

maidan arancione durante la rivoluzione a kiev in ucraina

Le piazze arancioni, da Kiev a Milano

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  – di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.