Month: giugno 2011

Lapide per Budanov

Assassinato anche Budanov. Non si ferma la scia di sangue a Mosca

Assassinato a colpi di pistola in mezzo a una strada di Mosca. Si chiude così l’avventura terrena di Jurij Budanov, primo colonnello dell’esercito russo condannato per crimini contro l’umanità.

Mentre era di stanza in Cecenia, una notte, aveva preso con sé un manipolo di commilitoni ed era andato a casa Kungaev. Aveva rapita una ragazza diciottenne. L’avevano portata in caserma. Lì Elsa Kungaeva, forse per cercare di evitare lo stupro, era stata ammazzata dallo stesso Budanov. Era stata seppellita non distante dalla caserma e ritrovata il giorno dopo, grazie all’insistenza del padre e al coraggio di un generale.

Per salvare dalla condanna il colonnello Budanov ci furono manifestazioni fuori dal tribunale e parecchie dichiarazioni politiche. Il regime cercò di coprire quel gesto agghiacciante con perizie che ne dimostravano l’incapacità temporanea di intendere e volere.

Malgrado ciò (e grazie a una campagna di stampa sostenuta, in prima linea, come sempre da Anna Politkovskaja) Budanov era stato condannato a 10 anni di carcere. Solo per l’omicidio. Non per lo stupro (pure dimostrato dalle autopsie). Proprio su questa vicenda ho scritto il mio primo testo teatrale “Elsa (non è stata violentata)” che spero andrà in scena ad ottobre (grazie a un accordo Annaviva e LattOria).

Budanov ovviamente non si è fatto nemmeno i dieci anni di carcere per l’omicidio di una giovane innocente. E’ uscito di cella in anticipo, nel 2009, grazie alla buona condotta. A quel tempo mi dispiacevo che non ci fosse più viva Anna Politkovskaja per denunciare questo fatto. Ci pensò l’avvocato della famiglia Kungaev. Ma dopo la conferenza stampa in cui annunciava il ricorso alla giustizia europea contro tale scarcerazione, Stanislav Markelov era stato ammazzato a colpi di arma da fuoco. Con lui era caduta sotto i colpi del killer anche la giovane stagista della Novaja, Anastasia Baburova. La giustizia russa pochi mesi fa ha stabilito che sono stati assassinati da una coppia di neofascisti.

Ora anche Markelov ha fatto la stessa fine. Assassinato dopo aver lasciato lo studio di un notaio. Nel centro di Mosca. Come Anna, come Stanislav come Anastasia. Vittime di una catena di omicidi che speriamo siano finiti. Questa matrioska di morti ammazzati lascia infatti sgomenti.

Ad maiora.

Gli inquirenti russi hanno reso noto che Yuri Budanov, il colonnello dell’esercito russo accusato di aver ucciso una ragazza cecena, è stato assassinato nel centro di Mosca. Sembra che un assassino la cui identità non è ancora stata scoperta, ha sparato sei colpi contro Budanov non appena l’ex-colonnello era uscito dall’ufficio di un notaio in una delle vie centrali di Mosca. Quattro dei colpi lo hanno raggiunto alla testa, uccidendolo all’istante, e il suo corpo è stato trovato su un marciapiede vicino ad un parco giochi. La commissione d’inchiesta ha detto che l’assassino ha lasciato un fucile dotato di il silenziatore in un’auto mezza bruciata, trovata a diversi isolati di distanza dal luogo dell’omicidio. Vladimir Markin, portavoce del comitato investigativo, ha detto: “Questo omicidio è stato attentamente pianificato”. Budanov era stato condannato a 10 anni di carcere per sequestro di persona e strangolamento della 18enne Heda Kungayeva nel 2000 durante la guerra tra i separatisti ceceni e il governo federale.

The Tree of Life

Malick? Quasi meglio a pizze invertite

Il fatto che per 9 giorni 9, né i responsabili della Cineteca di Bologna né gli spettatori si siano accorti che le pizze del film di Malick sia state proiettate a rulli invertiti (prima la seconda parte, poi la prima) dà plasticamente l’idea dell’assurdità della pellicola che ha vinto a Cannes. Avevo già avuto modo di dire che “The tree of life” mi era sembrato subito una boiata pazzesca:

Meglio il Senso della vita che l’Albero della vita

Quando accaduto a Bologna è lì a dimostrare che, a furia di destrutturare, si perde qualunque punto di riferimento.Sono certo che a Cannes l’avrebbero premiato anche con le pizze invertite.

Avrebbero potuto pure proiettarlo al contrario. Forse i (rari) dialoghi ne avrebbero risentito. Ma quella ricostruzione apocrifa della storia del mondo vista dal regista non ne avrebbe subito un grosso danno.

Ora Bernardo Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna, si scusa con gli spettatori “ai quali abbiamo offerto un involontario falso d’autore”.

Un errore in realtà salutare.

Ad maiora

presentazione libro di Giorgio Fornoni

Giorgio Fornoni, un giornalista

Come fai a fare tutte quelle interviste? Quante lingue sai? È una delle domande poste ieri sera a Giorgio Fornoni dal pubblico che ha assistito (nella Libreria popolare di via Tadino a Milano, con Annaviva) alla presentazione del libro “Ai confini del mondo” (Chiarelettere editore).
“Li guardo negli occhi. Uso interpreti e li guardo negli occhi”. Una risposta nella quale si riassume la vita professionale di questo giornalista d’altri tempi. I tempi eroici di Barzini per intenderci. Fornoni, che per mantenersi ha fatto il commercialista, ha girato tutto il mondo per realizzare reportage (video), per raccontare guerre sconosciute, prepotenze delle multinazionali, Stati che si ergono a giudici supremi e ammazzano per legge. Fornoni – lo ha spiegato bene ieri sera- mette al centro del suo racconto per immagini le sofferenze umane, mostra il male perché ce ne si allontani. Ci fa vedere anche le stelle per farci capire che siamo piccola cosa e siamo anche ospiti in questo mondo.
Per anni, questa sorta di Kapuscinki italiano, è rimasto sconosciuto ai più. Molti dei suoi lavori sono rimasti non pubblicati. Dal 2000 (salvo per una pausa forzata da sindaco di Ardesio) lavora invece per Report (Rai 3). E ora grazie a questo libro (con DVD) si può leggere e vedere riassunta parte della vita professionale di questo collega. Molto più giornalista dei tanti che popolano l’assurdo Ordine professionale.
Ad maiora.

La copertina del Fascista libertario

Il fascista libertario: gli ossimori di Luciano Lanna

È un libro fatto di ossimori “Il fascista libertario” di Luciano Lanna che da un mese non è più direttore del Secolo d’Italia. Ha resistito solo poche settimane dalla cacciata di Flavia Perina e dalla normalizzazione del quotidiano che fu dell’Msi.

Il volume di Lanna (edito dalla Sperling & Kupfer) è interessante per capire su quali basi politiche si sia basato lo strappo di Fini e di Fli rispetto al partito del predellino. Ed è interessante anche e soprattutto per chi non ha mai frequentato gli ambienti di destra che, si scopre, hanno più aneliti libertari di quanto si possa pensare.

I riferimenti di Lanna (e dei finiani) sono anche figli della cultura pop, come i film di Alberto Sordi o la parabola di Clint Eastwood, passato nella sua lunga vita/carriera, da uomo forte dei film western a cittadino impegnato in battaglie per l’eutanasia, tanto da dichiarare: «Sono un libertario, amo l’indipendenza. Venero lo stato mentale di chi rimane indipendente, in politico e nella vita».

I paletti che Lanna pone a questo cammino sono chiari: «Dalla “rivoluzione conservatrice” al “socialismo liberale”, dal “fascismo di sinistra”, recentemente rivendicato anche dal filosofo Slavoj Zizek, alla tipologia dell’“anarchico di destra”, dal “modernismo cristiano” alla definizione che Togliatti dava del fascismo come “regime reazionario di massa”. E ancora del fenomeno degli indiani metropolitani alla teorizzazione del “cattolico comunista”, dalla formula che spesso ricorre sui media di “tradizione e modernità” alla sintesi berlingueriana di “partito di lotta e di governo”, dalla “sinistra reazionaria” che pasolinanamente qualcuno ha pure evocato sino all’espressione di “estremista moderato”, utilizzata per esempio per Mario Pannunzio, e alla stessa prospettiva di “destra sociale”».

Il tutto ovviamente in una prospettiva che non è fascista ma neanche antifascista. Per citare Ignazio Silone del 1945: «Dopo esserci liberati del fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare l’antifascismo». O meglio ancora, per rileggere Ennio Flaiano: «La nostra generazione l’ha presa in culo. I preti da una parte, i comunisti dall’altra».

Insomma un modo per rileggere la storia patria anche leggendo, con altre lenti, come le gesta dannunziane. Scrive infatti Lanna: «Tanto per dire, a Fiume era stato introdotto il divorzio, che nella legislazione italiana sarebbe arrivato solo nel 1970. le donne potevano votare ed erano considerate a tutti gli effetti al pari dei maschi». Ma anche le pagini più agghiaccianti del fascismo, bollate così dall’ex repubblichino Carlo Mazzantini: «Le leggi razziali promulgate dal fascismo furono una vergogna e una ottusa stupidità di eccesso di servilismo».

In questo contesto stupisce fino a un certo punto l’omaggio fatto da Mirko Tremaglia (ora in Fli), già ministro per gli Italiani nel mondo, per Sacco e Vanzetti, i due anarchici giustiziati negli Usa nel 1927: «Due di quegli italiani “senza scarpe” che varcarono l’oceano in cerca di un futuro migliore ma subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».

Lanna pone soprattutto base musical-cinematografiche a questo libertarismo di destra. E cita ad esempio il Manifesto del beat italiano, diffuso durante il Festival di Sanremo del 1966,  scritto da Lucio Dalla, Sergio Bardotti e Piero Vivarelli: «Noi attingiamo alla tradizione, ma nonla rispettiamo. Unatradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa i musei. Siamo, senza alcuna riserva, decisamente contro quelli che non la pensano come noi. Il nostro modo di pensare alla musica è anche il nostro modo di vivere. Noi crediamo nei giovani e lavoriamo per loro. Si può essere vecchi anche a diciotto anni…».

Su queste basi, si fonda poi il racconto dei passi fatti da Gianfranco Fini in questi anni. Tante le affermazioni con le quali l’attuale presidente della Camera ha cercato (sta cercando) di realizzare una destra diversa nel nostro Paese: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo ’68. La destra allora perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, difese l’esistente, si schierò con i baroni dell’università, con i parrucconi…». Parole importanti che non a caso hanno lasciato l’amaro in bocca ai ricercatori che pensavano Fli si sarebbe smarcata dalla “riforma” Gelmini che tarpa le ali ai giovani che vogliano avviare una carriera in università. Ma così non è stato.

Ma l’ex direttore del Secolo racconta anche le iniziative portate avanti da Fini sul fronte dell’immigrazione, tema sul quale invece larga parte del centro destra ha scatenato la politica della paura: « “Sarebbe bello”, ha detto Fini, “se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici: romeno scippa, albanese ruba. Perché altrimenti si può diffondere tra i cittadini l’equazione: straniero uguale delinquente”. Ecco, c’è chi sostiene che certe battaglie sarebbero estranee alla specificità della destra italiana e che certe prese di posizione dimostrerebbero solo un processo di metamorfosi, per non dire di liquidazione, di un patrimonio culturale di presunto riferimento». Ma Lanna ricorda anche il commento dell’ex leader di An o ora di Fli dopo aver visto il film di Renzo Martinelli “Il mercante di pietre”. «E’ un film di propaganda becera. Un film che sconsiglio a tutti. Film come questi, infarciti di stereotipi sugli arabi, rischiano senz’altro di alimentare l’islamofobia qui da noi. Davvero non se ne sentiva il bisogno. È spazzatura».

Parole nette, come quelle pronunciate da Fini nel discorso del2009 nel quale annunciò la fine di An: «Non ci piace l’ordine delle caserme, una società è invece coesa quando viene difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, qualche che sia il colore della pelle, qualche che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale».

Luciano Lanna racconta insomma una via italiana al libertarismo chiedendosi: «Esiste una sensibilità nuova al punto di non essere non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista? ».

Una domanda che sarebbe da girare a Berlusconi e Bossi, in queste ore riuniti (ad Arcore) per decidere il futuro del governo Pdl-Lega.

Ad maiora.

Luciano Lanna

Il fascista libertario

Sperling & Kupfer

Pagg. 256

Euro 17

il libro fotografico elettorale di Letizia Moratti

Il libro fotografico di Letizia Moratti e i suoi errori “elettorali”

“L’attuale Presidente del Consiglio si fa fotografare – assume la posa in cui sarà o è fotografato – come se fosse uno specchio in cui contemplarsi. Noi – i suoi elettori, ma anche i suoi oppositori, detrattori e persino nemici – siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine è il mondo. Se è dalla televisione che il Presidente del Consiglio ha tratto denaro e potere, è tuttavia attraverso le fotografie che vuole trasmettere e perpetrare l’immagine ideale di sé.”

Così scriveva Marco Belpoliti nel suo “Il corpo del capo” (Guanda 2009). Lo scrittore si riferiva anche al libro fotografico “Una storia italiana” che l’attuale premier mandò nelle case degli italiani nel 2001.

Nelle scorse settimane, per cercare la rielezione, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha mandato nelle case dei milanesi una sorta di rivisitazione di quell’operazione (che un tempo ebbe successo). “I cento progetti realizzati” era il titolo del libretto (patinato) di 160 pagine spedito a tutti i capifamiglia “per una Milano sempre più bella da vivere”.

Nel volume si elencavano le cose fatte dalla giunta uscente (come i libri di testo gratuiti nelle scuole dell’obbligo o le biciclette gialle comunali). Ma, e questo l’elemento che richiama quello precedente, il tutto era accompagnato da decine di foto del sindaco Moratti. La si vedeva piantare il basilico o un arbusto, incontrare i bambini a scuola o per strada, salutare gli anziani e ballare con loro, chiacchierare con i disabili, tagliare nastri, salutare atleti in piscina, carezzare gatti e cani, passare in rassegna i ghisa, sorridere davanti all’albero di Natale, sorridere in un parco pubblico, pedalare in bicicletta, vestirsi da spazzina dell’Amsa, pulire i muri dai murales, rispondere al call-center, controllare i cantieri del metrò, sorridere al Museo del Novecento, sorridere al carnevale ambrosiano e alle sfilate di moda e all’assegnazione dell’Expo. Insomma, decine di scatti nei quali si cercava di dare l’idea di una donna sola al comando. Nessuno della giunta veniva ripreso neanche di striscio. La prima cittadina sembrava essere stata, nei cinque anni precedenti, presente in ogni angolo della città. Personalmente, se non per ragioni professionali, io non l’ho mai incontrata.

Il volume agiografico era accompagnato da una premessa (con firma di suo pugno) nel quale Letizia Moratti scriveva: “Sono stati cinque anni pieni di impegno e di risultati, nei quali abbiamo cercato di pensare in grande e, insieme, di avere cura del piccolo. (…) Intendo portare a termine i progetti che abbiamo avviato in questi anni e fare di Milano una città ancora più bella da vivere. Lo farò, assieme a tutti coloro che vogliono rendere più solida, più aperta e più bella la casa di tutti i milanesi”.
Parole che oggi, più che mai, suonano vuote.

E infatti dopo la pesante sconfitta al primo turno delle comunali, la Moratti prova a cambiare rotta (nel frattempo è arrivato nello staff l’ottimo Glisenti) e cerca di spiegare, con una lettera inviata ai cittadini: non ho fatto tutto quello che avevo promesso ma posso farcela nel prossimo giro. Scrive infatti l’ex sindaco: “Sappiamo di non aver raggiunto tutti gli obiettivi. Quando si fanno le cose si possono commettere degli errori. (…) Lasciare le cose a metà sarebbe assurdo”. E poi parte col refrain uscito sconfitto sia al primo che al secondo turno: “Ancora più assurdo sarebbe consegnare Milano a chi non ha un programma credibile: a chi vuole dare le case ai rom , a chi vuole togliere ai nostri vigili tutti i compiti di pubblica sicurezza, a chi vuole aprire i concorsi pubblici agli stranieri, a chi vuole introdurre nuove imposte sull’utilizzo della città, sui trasporti, sull’acqua, sui rifiuti”. Insomma, la politica della paura diffusa a livello comunale.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Al primo turno la coalizione di centrosinistra che sostiene Pisapia arriva al 48% e conquista 9 zone su 9. Al ballottaggio, malgrado la campagna su zingaropoli, l’attuale sindaco guadagna altri 50 mila voti, più del doppio di quelli conquistati dalla Moratti.

Credo che la prossima campagna elettorale dovrà trovare nuovi canali per convincere chi vota.

Ad maiora.