Month: gennaio 2011

In piazza per ricordare che i berberi non sono solo cavalli

Lunedi scorso la manifestazione pro-berberi davanti al consolato libico di Milano. Intervistiamo Vermondo Brugnatelli, professore associato di “Lingue e letterature del Nordafrica” all’Università di Milano-Bicocca e presidente della “Associazione Culturale Berbera”. L’associazione è stata fondata nel 1998 e ha sede a Milano (presso l’ARCI-Corvetto): nel maggio scorso è riuscita a organizzare un “Festival Berbero”.

L’associazione ha un sito: http://berberi.org, ma e’ piu’ attiva su Facebook, dove la trovate a nome Amghar Azemni, il “vecchio saggio” cui nelle fiabe tradizionali si ricorre per chiedere consigli.

Cosa vi ha spinto a organizzare la manifestazione davanti al consolato libico?

Sentivamo di dover fare qualcosa ad ogni costo, pur nella limitatezze di mezzi e di capacità organizzative dell’Associazione Culturale Berbera, perché non possiamo assistere senza fare nulla a questa che per noi è una palese ingiustizia. Conosco personalmente Madghis Buzakhar, con cui ho da sette anni contatti di collaborazione alle mie ricerche scientifiche e mi sento di escludere nel modo più categorico che il suo interesse per gli studi berberi sia solo simulato e celi chissà quale disegno sovversivo al soldo di potenze straniere, come invece vorrebbero le autorità libiche. Ai primi di gennaio i Berberi del Marocco avevano cercato di manifestare a Rabat, ma ne erano stati impediti dalla polizia marocchina: ci siamo detti che a Milano esistevano le condizioni per una manifestazione che rendesse in qualche modo visibile il sostegno internazionale ai berberi arrestati, e, sfidando il gelo della giornata e i rabbuffi di un vicesindaco xenofobo, abbiamo fatto qualcosa che speriamo possa riuscire utile ai nostri amici.

Temete per la vita dei due fratelli berberi arrestati?

Purtroppo sembra che l’accusa sia quella di essere al soldo di potenze straniere per portare “il virus della disgregazione” nel paese (le fonti della sicurezza interna affermano che esisterebbe un preciso piano del Mossad al riguardo, e che i due arrestati ne farebbero parte), il che credo sia considerato un reato punibile con la pena capitale. Per la verità quando per settimane dopo il loro arresto-rapimento nella notte del 16 dicembre ad opera di un commando in borghese non si erano più avute notizie di loro avevamo temuto che potessero essere stati eliminati per via extragiudiziale: non sarebbe il primo caso in Libia. Quando, pochi giorni fa, è giunto un comunicato che ufficializzava il loro arresto abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché almeno questa prima terribile eventualità era scartata. Resta però la gravità delle imputazioni, e non sarà facile trovare il modo di far cadere queste assurde accuse che pendono sul loro capo. Tra l’altro, a un mese dall’arresto non hanno ancora visto un avvocato e sono stati in completa balia dei loro carcerieri: non ci sarebbe da stupirsi se, sottoposti a tortura, avessero firmato ammissioni di colpevolezza ben difficili poi da ritrattare.

Qual e’ l’atteggiamento del regime libico verso le minoranze?

Il regime libico nega, contro l’evidenza, l’esistenza di minoranze. Ufficialmente i berberi non esistono, tutti i libici sono arabi e chi osa parlare questa lingua, studiarla, cercare di preservarla, fa parte del progetto del Mossad di disgregazione del mondo arabo. Due ricercatori marocchini, che negli stessi giorni erano stati arrestati per le loro ricerche etnologiche sui berberi di Libia, sono stati rimpatriati dopo 15 giorni riconoscendo che non facevano parte del piano, ma con una lavata di capo perché coi loro studi “portano acqua” ad esso… Riguardo al berbero, il leader libico è esplicito: “Se vostra madre vi trasmette questa lingua, essa vi nutre del latte del colonizzatore, vi nutre del suo veleno…”

Tra le parole d’ordine della vostra manifestazione c’era anche la richiesta al governo italiano di “congelare” il trattato di amicizia con la Libia. Vi renderete conto che quel trattato e’ frutto di un’amicizia commerciale e quindi difficile possa essere messo in discussione da principi etici. O era solo una provocazione?

Questo trattato è considerato il “fiore all’occhiello” del nostro primo ministro, che non perde occasione di sottolineare come esso ponga fine a lunghi anni di reciproche diffidenze e recriminazioni. La parola “amicizia” campeggia già nel titolo, e in nome di questa amicizia accettiamo con allegria tutte le stravaganze del leader libico nelle sue visite in Italia. Ma se questo è lo spirito del trattato, ci deve essere qualcosa che non va visto che tutta questa vicenda è nata dai contatti che Madghis Buzakhar ha avuto con me e con un altro ricercatore italiano (a sua volta trattenuto a Tripoli per 3 settimane prima di venire rilasciato su pressione della nostra ambasciata). Se siamo “amici”, che senso ha sospettare di chissà quale cospirazione le semplici conversazioni tra privati cittadini italiani e libici, al punto di farne un caso di spionaggio? È così che si “incoraggiano í contatti diretti tra enti ed organismi culturali dei due Paesi” (art. 16)? Teniamo inoltre presente che un intero articolo sui 23 che lo compongono è dedicato al “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, e in tutta questa vicenda ci sono molti aspetti che tradiscono un’assoluta mancanza di questo rispetto. Per questo nelle nostre richieste al governo italiano abbiamo richiamato la contraddizione tra quanto stipulato nel trattato e la presente vicenda, suggerendo di vagliare, al limite, anche la possibilità di un “congelamento” del trattato stesso qualora il governo libico intendesse proseguire in questa linea di negazione dei diritti dei berberi in Libia. Ci rendiamo conto che il Trattato ha forti implicazioni economiche, ma in nome degli investimenti non possiamo madare giù qualunque cosa e fingere di non vedere i comportamenti scorretti dei nostri “amici” libici.

Quali risultati pensate di aver ottenuto col presidio e cosa farete ora?

Come già detto, il nostro presidio, di dimensioni contenute ma molto vivace, ha ottenuto lo scopo che si era prefisso, che è quello di dimostrare che l’opinione pubblica internazionale segue questo caso, che il governo libico non potrà continuare a trattare in maniera riservata e senza testimoni. Per il futuro, non abbiamo una “strategia” ben precisa. Sicuramente continueremo nell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della classe politica su questo caso, che speriamo si chiuda positivamente in tempi brevi. Le autorità libiche hanno preso un abbaglio scambiando un pacifico ricercatore per una spia internazionale. Speriamo che trovino il coraggio di ammettere questo errore e gli permettano quanto prima di ritornare libero a casa restituendogli la biblioteca che aveva pazientemente raccolto in questi anni, in modo da consentirgli di riprendere gli studi che per lui sono una grande passione.

Ad maiora.

 

Dal barbiere di Stalin al custode di via Olgettina

Un piccolo volume che risulterebbe utile leggere in questi giorni in cui i giornali sembrano buchi della serratura e la politica ha toccato uno dei punti più bassi che io mi ricordi.

Paolo D’Anselmi nel suo Barbiere di Stalin invita ognuno di noi a fare un esame di coscienza e verificare se il disastro che ci circonda sia unicamente colpa d’altri o se la responsabilità sia anche, direttamente, nostra.

«Noi postqualunquisti abbiamo imparato la lezione di Gaetano Mosca, in cui si dice che la democrazia è concorrenza d’elite. La nostra critica alle élite attuali, di destra e di sinistra, non attiene al loro essere élites. Attiene al fatto che, come élites, fanno schifo. Sono élite di poco valore, monocoli in terra di ciechi. Non sono élite tra persone normali, anzi non sono élite: sono mafie. Non reggono in confronto internazionale, non hanno regole di accesso chiare, selettive: sono bande di cooptazione».

Il libro si basa sul concetto liberale della responsabilità individuale. Che passa anche dal modo di parlare delle cose che ci circondano: «Un altro esempio per comprendere le responsabilità del singolo si riferisce alla realtà dell’usura e del racket. Nella cronaca, nelle classificazioni amministrative e nei provvedimenti dello Stato, i due fenomeni vengono appaiati. Per entrambi si parla di vittime. Sempre insieme. Nessuna distinzione. Usura e racket sono sinonimi. Eppure sembra evidente una differenza: dall’usuraio ci si va con le proprie gambe, mentre il racketer, l’uomo del pizzo,  è lui in persona che si presenta al malcapitato che ha scelto di taglieggiare. E, se non paghi, l’usuraio non ti spezza le gambe. C’è dunque una precisa responsabilità del singolo nel rivolgersi all’usuraio. Responsabilità che non c’è nel caso del racket, caso in cui la parola vittima appare oggettivamente giustificata. Se invece l’usuraio le gambe le spezza, allora vuol dire che con quelle stesse gambe uno sciagurato era andato dritto filato a chiedere i soldi al racket e ciò avrebbe potuto risparmiarselo».

Per D’Anselmi, che fa l’analista di politiche pubbliche, la responsabilità personale (cardine anche del nostro diritto che rende non imputabile chi non è sano – anche temporaneamente – di mente) può portare a incidere sulla società anche se si è il custode di una casa di appuntamenti per vip o il barbiere di Stalin: «La figura dell’artigiano, realmente esistito (georgiano come il Piccolo Padre) è paradigmatica dell’ingannevole natura delle apparenze. Egli non si sentiva responsabile dei delitti del dittatore; era solo responsabile dei suoi baffi, eppure ci metteva del suo quando glieli aggiustava, contribuendo ad aumentare il fascino che il dittatore esercitava. Inoltre il barbiere di Stalin era l’unico uomo autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e, come dice Amleto, avrebbe potuto “farsi giustizia con l’uso dei una nuda lama” e invece ometteva ogni possibile comportamento oltraggioso nei confronti del suo cliente. A dispetto da chi dissocia la responsabilità nei delitti di Stalin. Del pari, siamo tutti barbieri di Stalin: ci proclamiamo tutti innocenti mentre flirtiamo con il male».

Ognuno di noi è, dunque, per D’Anselmi, in parte colpevole di quel che accade. Il libro invita a reagire: «Andare a votare non basta. Troppo comodo: esco di casa una sera di maggio, faccio una croce su un foglio mentre lo stomaco mi si stringe e passo il resto della legislatura davanti al televisore»

E la reazione passa anche e soprattutto dalle scelte individuali. Come a me sembra ormai chiaro, si fa politica anche facendo la spesa al supermercato, anche evitando un centro commerciale, o anche non mangiando carne ogni santo giorno.

Non solo: «Nessun amministratore delegato o direttore generale o ministro del cavolo ti costringe a lanciarti in autostrada a 180 chilometri all’ora, nessuno ti costringe a essere impaziente coi tuoi figli, li hai fatti tu, magari li hai anche caparbiamente voluti, e non sapevi che ti avrebbero procurato delle memorabili rotture? Dici: “In televisione non c’è niente”, e chi ti ha mai detto che ci sarebbe stato qualcosa? Perché dovrebbe esserci qualcosa? Se non ti piace, spegnila. Se la sera non sai cosa fare, riprendi in mano i libri del liceo. Noi, noi tutti cittadini, ti abbiamo mandato alla scuola media superiore, te l’abbiamo pagata nonostante non fosse costituzionale che te la pagassimo, per Costituzione avremo dovuto pagarti solo la media inferiore; bene, adesso riprendi in mano Alessandro Manzoni, se hai nausea di cibarti di Tv. Rileggo il De bello gallico. Rileggiti Dante Alighieri. Leggilo tu, non aspettare che arrivi Roberto Benigni con il canto quinto dell’Inferno, lo sapevi già che era una cosa commuovente. Leggilo ai tuoi figli: “Amor che nullo amato amar perdona”. E poi riprendi Manzoni: “Scendeva da uno di quegli usci” e poi Carducci: “Non sono più cipresseti un birichino”. È roba buona, tiene alla distanza. E non dire che i libri costano.»

Insomma, gli strumenti per una ribellione silenziosa ci sono. Ma se la gente, sul tram e persino sul treno, non legge né il giornale né un libro, come si uscirà da questo tunnel? Se state leggendo queste righe su un computer, via web, forse avete la soluzione davanti agli occhi. La caduta del regime tunisino è lì a dimostrarlo.

Ad maiora.

Paolo D’Anselmi

Il barbiere di Stalin

Università Bocconi Editore

Milano, 2008

Pagg.305

Euro: 16

Giornalista bielorusso condannato per aver seguito le manifestazioni di protesta

Il giornalista bielorusso Barjs Haretski è stato condannato da un tribunale di Minsk a 14 giorni di carcere per aver partecipato a manifestazioni di protesta dopo il voto del 19 dicembre. A riferirlo Rferl.
Haretski era stato arrestato il 17 dicembre nei pressi della sede del Kgb a Minsk, mentre stava intervistando i parenti di attivisti dell’opposizione ei loro sostenitori arrestati nel centro di Minsk il 19-20 dicembre durante le proteste a seguito delle Presidenziali.

Era stato originariamente accusato dal ministero degli Esteri di raccogliere materiale per una stazione radio polacca, senza avere l’accredito. Ma poi le accuse sono cambiate e alla fine è stato ritenuto colpevole di aver partecipato alle proteste contro Lukashenko.

Haretski si è dichiarato non colpevole. Ha ammesso di essere stato presente in piazza dell’Indipendenza sia il 19 che il 20 dicembre solo per seguire in veste di giornalista i movimenti di protesta.

Ma forse è proprio quello il reato…

Ad maiora.

Cercando una via d’uscita dal labirinto di Putin

Steve LeVine è un giornalista americano che ha vissuto a lungo nell’ex Unione sovietica della quale ha raccontato la disgregazione seguita al 1991. E’ stato corrispondente dal Caucaso e segue (anche grazie a un aggiornatissimo blog) quel che accade su uno dei fronti più caldi della diplomazia economica mondiale, quello energetico.

Ora, per i tipi del Sirente (che gli hanno pubblicato anche il precedente “Il petrolio e la gloria”) esce questo libro in cui parla del “Labirinto di Putin”.

Un labirinto nel quale il collega americano entra attraverso varie porte di ingresso, rappresentate sostanzialmente dai numerosi omicidi politici che hanno caratterizzato la Russia di Putin. Si inizia e finisce con l’assassinio più clamoroso degli ultimi anni: quello col Polonio radioattivo dell’ex spia del Kgb Alexandr Litvinenko. Ma si racconta anche dell’ambiguo oligarca Berezovkij, del direttore di Forbes Russia Paul Klebnikov (assassinato da sconosciuti) e di Anna Politkovskaja.

Lo sguardo di LeVine non è sempre amichevole nei confronti delle vittime. Gli standard del giornalismo anglosassone lo rendono sospettoso verso un modo aggressivo di svolgere la professione. Ma alla fine, ammette la buona fede di chi ha perso la vita per aver sfidato un regime che considera gli oppositori nemici. L’accusa che il giornalista americano muove verso il putinismo: “Nella Russia di Putin non si può contare nello Stato per la protezione della vita dei cittadini. Al peggio, killer assoldati e quelli che li reclutano hanno ragione di ritenere di poter compiere esecuzioni senza il timore della legge”.

Un volume interessante perché mette in fila, uno dietro l’altro, molte vicende della Russia di questi anni. Ma come i libri di cronache in movimento, la cosa più difficile resta mettere il punto. Di qui un epilogo e due postfazioni nelle quali si cerca di aggiornare il lettore su quel che è accaduto mentre si redigeva il libro. Una sorta di inquietante “to be continued” che purtroppo continua a trovar conferme.

Ad maiora

Steve LeVine

Il Labirinto di Putin

Il Sirente

Fagnano Alto, 2010

Pagg. 212

Euro 18.

http://www.sirente.it/9788887847178/il-labirinto-di-putin-steve-levine.html

Tolta la scorta a Giulio Cavalli

Quando ieri mattina ho intervistato Giulio Cavalli, attore lodigiano minacciato dalla mafia, cui è stata concessa una scorta, aveva due agenti al suo seguito. Oggi si è appreso che il servizio di tutela gli verrà revocato. Giulio, che da qualche mese è stato eletto al Consiglio Regionale lombardo nelle liste dell’Italia dei Valori, tramite il suo sito (www.giuliocavalli.net) cerca di smorzare le polemiche: “E’ vero che ho ricevuto informale comunicazione sulla scelta dell’Ucis di Roma di revocare il mio servizio di tutela ma non credo, non voglio, e vi chiedo di non strumentalizzare o amplificare la notizia per rispetto per me e per la mia famiglia che ha già pagato troppo”. E aggiunge: “Ho grande rispetto per le istituzioni e per le molte persone che con me (e come me) sono in questa nostra grande battaglia, per questo credo che incagliarsi su questo particolare sia irrispettoso nei confronti dei molti che in prima linea rischiano quotidianamente la propria incolumità”.

L’attore prestato alla politica si riferisce “ai testimoni di giustizia, ai magistrati, ai cronisti al fronte e a tutti gli uomini di parola (che mi onoro di avere tra i miei amici) e che ho visto troppo spesso dover elemosinare protezione per sé e per le loro famiglie”.

Immediate le polemiche con Di Pietro che esprime solidarietà e presenta un’interrogazione a Maroni e gli europarlamentari dell’Idv Sonia Alfano (che, nell’esprimere “incredulità e sdegno” ricorda come invece Emilio Fede abbia la scorta) e De Magistris che parla di “segnale inquietante che desta preoccupazione e amarezza”.

La speranza è che, anche in vista degli interessi scatenati dall’Expo, si sappia valutare il da farsi e si mantenga una forma di protezione per l’attore impegnato in politica e per la sua famiglia.

Ad maiora