Un piccolo volume che risulterebbe utile leggere in questi giorni in cui i giornali sembrano buchi della serratura e la politica ha toccato uno dei punti più bassi che io mi ricordi.
Paolo D’Anselmi nel suo Barbiere di Stalin invita ognuno di noi a fare un esame di coscienza e verificare se il disastro che ci circonda sia unicamente colpa d’altri o se la responsabilità sia anche, direttamente, nostra.
«Noi postqualunquisti abbiamo imparato la lezione di Gaetano Mosca, in cui si dice che la democrazia è concorrenza d’elite. La nostra critica alle élite attuali, di destra e di sinistra, non attiene al loro essere élites. Attiene al fatto che, come élites, fanno schifo. Sono élite di poco valore, monocoli in terra di ciechi. Non sono élite tra persone normali, anzi non sono élite: sono mafie. Non reggono in confronto internazionale, non hanno regole di accesso chiare, selettive: sono bande di cooptazione».
Il libro si basa sul concetto liberale della responsabilità individuale. Che passa anche dal modo di parlare delle cose che ci circondano: «Un altro esempio per comprendere le responsabilità del singolo si riferisce alla realtà dell’usura e del racket. Nella cronaca, nelle classificazioni amministrative e nei provvedimenti dello Stato, i due fenomeni vengono appaiati. Per entrambi si parla di vittime. Sempre insieme. Nessuna distinzione. Usura e racket sono sinonimi. Eppure sembra evidente una differenza: dall’usuraio ci si va con le proprie gambe, mentre il racketer, l’uomo del pizzo, è lui in persona che si presenta al malcapitato che ha scelto di taglieggiare. E, se non paghi, l’usuraio non ti spezza le gambe. C’è dunque una precisa responsabilità del singolo nel rivolgersi all’usuraio. Responsabilità che non c’è nel caso del racket, caso in cui la parola vittima appare oggettivamente giustificata. Se invece l’usuraio le gambe le spezza, allora vuol dire che con quelle stesse gambe uno sciagurato era andato dritto filato a chiedere i soldi al racket e ciò avrebbe potuto risparmiarselo».
Per D’Anselmi, che fa l’analista di politiche pubbliche, la responsabilità personale (cardine anche del nostro diritto che rende non imputabile chi non è sano – anche temporaneamente – di mente) può portare a incidere sulla società anche se si è il custode di una casa di appuntamenti per vip o il barbiere di Stalin: «La figura dell’artigiano, realmente esistito (georgiano come il Piccolo Padre) è paradigmatica dell’ingannevole natura delle apparenze. Egli non si sentiva responsabile dei delitti del dittatore; era solo responsabile dei suoi baffi, eppure ci metteva del suo quando glieli aggiustava, contribuendo ad aumentare il fascino che il dittatore esercitava. Inoltre il barbiere di Stalin era l’unico uomo autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e, come dice Amleto, avrebbe potuto “farsi giustizia con l’uso dei una nuda lama” e invece ometteva ogni possibile comportamento oltraggioso nei confronti del suo cliente. A dispetto da chi dissocia la responsabilità nei delitti di Stalin. Del pari, siamo tutti barbieri di Stalin: ci proclamiamo tutti innocenti mentre flirtiamo con il male».
Ognuno di noi è, dunque, per D’Anselmi, in parte colpevole di quel che accade. Il libro invita a reagire: «Andare a votare non basta. Troppo comodo: esco di casa una sera di maggio, faccio una croce su un foglio mentre lo stomaco mi si stringe e passo il resto della legislatura davanti al televisore»
E la reazione passa anche e soprattutto dalle scelte individuali. Come a me sembra ormai chiaro, si fa politica anche facendo la spesa al supermercato, anche evitando un centro commerciale, o anche non mangiando carne ogni santo giorno.
Non solo: «Nessun amministratore delegato o direttore generale o ministro del cavolo ti costringe a lanciarti in autostrada a 180 chilometri all’ora, nessuno ti costringe a essere impaziente coi tuoi figli, li hai fatti tu, magari li hai anche caparbiamente voluti, e non sapevi che ti avrebbero procurato delle memorabili rotture? Dici: “In televisione non c’è niente”, e chi ti ha mai detto che ci sarebbe stato qualcosa? Perché dovrebbe esserci qualcosa? Se non ti piace, spegnila. Se la sera non sai cosa fare, riprendi in mano i libri del liceo. Noi, noi tutti cittadini, ti abbiamo mandato alla scuola media superiore, te l’abbiamo pagata nonostante non fosse costituzionale che te la pagassimo, per Costituzione avremo dovuto pagarti solo la media inferiore; bene, adesso riprendi in mano Alessandro Manzoni, se hai nausea di cibarti di Tv. Rileggo il De bello gallico. Rileggiti Dante Alighieri. Leggilo tu, non aspettare che arrivi Roberto Benigni con il canto quinto dell’Inferno, lo sapevi già che era una cosa commuovente. Leggilo ai tuoi figli: “Amor che nullo amato amar perdona”. E poi riprendi Manzoni: “Scendeva da uno di quegli usci” e poi Carducci: “Non sono più cipresseti un birichino”. È roba buona, tiene alla distanza. E non dire che i libri costano.»
Insomma, gli strumenti per una ribellione silenziosa ci sono. Ma se la gente, sul tram e persino sul treno, non legge né il giornale né un libro, come si uscirà da questo tunnel? Se state leggendo queste righe su un computer, via web, forse avete la soluzione davanti agli occhi. La caduta del regime tunisino è lì a dimostrarlo.
Ad maiora.
Paolo D’Anselmi
Il barbiere di Stalin
Università Bocconi Editore
Milano, 2008
Pagg.305
Euro: 16
In linea di massima sono d’accordo.
Sono anni che in Italia va avanti la liquefazione del concetto di “responsabilità individuale”. Dei nostri comportamenti, delle parole che escono dalla nostra bocca.
Il berlusconismo (che non ha certo dato inizio alla tendenza, ma di sicuro l’ha espressa all’ennesima potenza) ha quasi svuotato il concetto di “verità” storica: si può fare e dire quel che si vuole, senza alcun peso. Basterà smentirlo qualche ora dopo.
Sempre più spesso al concetto di “responsabilità” viene opposto quello di “libertà”: ma è una libertà effimera – fare quello che mi va, quando mi va (specie se “dentro le mura domestiche”) – se non è accompagnata dall’onere di rispondere delle proprie azioni (o inazioni).
In questo senso, siamo tutti uguali, tutti responsabili.
Ma come c’è sempre qualcuno “più uguale degli altri”, beh, c’è anche qualcuno che sarà chiamato a rispondere per primo.
Quando, in tempi che la Gelmini vorrebbe cancellare senza conoscerli, si diceva “il personale è politico”, si alludeva proprio a questo. E il famoso “disimpegno” che un po’ alla volta ci traghettò dal post-’68 alla Milano da bere e alle amenità odierne, fece leva proprio su questo: “che fatica vivere in modo coerente con i propri ideali, in fondo, non crollerà il mondo se le mie scelte individuali sono un po’ più accomodanti…”
Grazie a Paolo D’Anselmi di avercelo ricordato.
E già:
il barbiere di Stalin non si sentiva minimamente responsabile dei crimini del dittatore, pur servendolo fedelmente. Come lui, anche noi ci dichiariamo regolarmente innocenti pur flirtando ripetutamente con il male, o almeno con l’irresponsabilità sociale che caratterizza l’Italia…
http://www.ilbarbieredistalin.it