Month: gennaio 2011

Richiesta di dimissioni della Minetti: la polemica continua

Roberto Jonghi Lavarini, storico esponente della Destra milanese, aveva denunciato l’operazione Minetti ben prima che se ne accorgessero i giornali di “sinistra”. Bel prima che i magistrati mettessero sotto controllo il telefonino dell’igienista dentale del Cavaliere, messa da quest’ultimo nel listino bloccato di Formigoni.

Jonghi disse che essere “figa” non giustificava la candidatura. Non fu ascoltato. Certo, non poteva immaginare quello che sarebbe successo da lì a qualche mese. Ne fece una questione di principio.

Come continua a fare. Ha sostenuto la raccolta di firme lanciata dalla consigliera di zona Sara Giudice – di cui abbiamo parlato ieri – per chiedere le dimissioni della consigliera regionale.

Un’iniziativa che non è piaciuta ai vertici del Pdl. Ma anche ai quadri giovanili che hanno fatto uscire comunicati nei quali dicono che “la Giudice rappresenta solo sé stessa”. E proprio contro quelli si scaglia oggi l’esponente della destra meneghina, Jonghi Lavarini: “Non accetto lezioncine di politica e di morale, o peggio insulti e minacce di espulsione, da nessuno, tantomeno da certi politicanti, mediocri leccaculo, che vivono a spese dei contribuenti. Che, nella nostra battaglia di rinnovamento e meritocrazia, non siamo soli lo dimostra il penoso risultato della mobilitazione del PDL milanese, lo scorso sabato: solo cinque banchetti striminziti in tutta la città”.

Insomma, la polemica è  tutt’altro che finita.

Ad maiora.

Ps: Nel frattempo le firme sono quasi 4mila: http://www.firmiamo.it/dimissioninicoleminetti

Sara Giudice, l’anti-Minetti, non molla

Arriva all’appuntamento per l’intervista puntuale come un orologio svizzero: non si è montata la testa. Oggi appare in pagina nazionale di Repubblica e oggi e ieri è andata in onda sul Tg3 nazionale.

Forse per questo ieri l’attacco contro di lei è stato concentrico. Sara Giudice (figlia di Vincenzo, ex presidente del Consiglio comunale di Milano), 25 anni, non sembra comunque voler fare passi indietro.

Anzi, nell’intervista in cui ribadisce la richiesta di dimissioni di Nicole Minetti, invita tutti a firmare l’appello che si trova su www.firmiamo.it (è in testa alla classifica tra le più votate).

Per far capire che non è intenzionata a far passi indietro – lei che è iscritta al Pdl e che è consigliera di zona –  sulla foto profilo di Facebook ha messo l’invito a firmare contro la consigliera regionale eletta nel listino Formigoni (col presidente lombardo che invita ad aspettare i tre gradi di giudizio e Sara Giudice che risponde che la giustizia non c’entra, qui si parla di morale).

Anche tra le sue foto sul social network ce ne è una con suo padre (di cui oggi ricorda il passato, non a caso, il Giornale) e col presidente Berlusconi: giusto per far capire che non stiamo parlando di una zecca.

La Giudice (cui arriva la solidarietà di Pd e Fli, anche se lei si rivolge ancora ai giovani del Pdl) fa fondamentalmente una sola domanda: come è stata decisa la candidatura di una “non militante” come l’igienista dentale del premier? In un listino bloccato. Nei primi quattro posti in modo che venisse eletta anche in presenza di una vittoria schiacciante del centro destra alle regionali lombarde.

The answer, my friend, it’s blowing in the wind.

Ad maiora.

Animali di tutto il mondo, unitevi ai bambini

Dopo il film, il libro. Che ovviamente è stato realizzato prima della pellicola. “Animali di tutti il mondo unitevi” è il titolo marxiano del racconto dal quale è stato tratto il cartone animato nei cinema in questi giorni. È stato scritto dalla tedesca Barbara van den Speulhof che a sua volta si ispira  a “La conferenza degli animali” di Erich Kastner.

Il libro è una vera e propria sceneggiatura e quindi, se avete già visto il film, potete ripercorrere le vicende del gruppo di animali che decidono di ribellarsi all’uomo, alla distruzione della natura che sta/stiamo realizzando.

Animali volutamente antropizzati per permettere ai più piccoli di immedesimarsi con le vittime di un sistema che è antropocentrico. Per non dimenticare, come scrive Mario Tozzi nella prefazione, che “l’uomo non è al centro dell’universo”. Di chi è la terra?, ci si chiede d’altronde in uno dei capitoli del libro. Che si chiude con un invito della Lega anti vivisezione (Lav) ai più piccoli, a essere responsabili nei confronti dell’ambiente e degli altri animali.

D’altronde la Sonda, la casa editrice che pubblica il libro (e cui sono particolarmente affezionato visto che pubblicò “Anna è viva” rimbalzata da molti altri editori) è guidata da amici vegani e pubblica molti libri dedicati ai diritti degli animali.

“Dare voce a chi non ha voce”, diceva qualche millennio fa uno dei leader di un associazione animalista e antivivisezione nella quale militavo quando avevo i calzoni corti.

Ad maiora.

Contrordine: Giulio Cavalli continuerà ad avere la scorta

Umberto Bossi tempo fa, ai giornalisti che gli chiedevano conto di alcune sue sparate, spiegava che, non avendo i soldi per fare sondaggi, faceva dei test per vedere la reazione.

È un principio mutuato dal principio (“per vedere l’effetto che fa”) contenuto nella bellissima “Vengo anch’io, non tu no” di Enzo Jannacci: http://www.youtube.com/watch?v=C0TlHcQAbLg

Ho avuto la stessa impressione leggendo la notizia che, dopo aver annunciato che sarà tolta, verrà invece mantenuta la scorta a Giulio Cavalli, l’attore lodigiano minacciato da alcuni mafiosi dopo i suoi spettacoli teatrali nei quali prende in giro Cosa Nostra.

Cavalli, che in questi giorni ha mantenuto sempre un profilo basso, conferma la notizia e sul suo sito (giuliocavalli.net) chiede “per questioni di opportunità, di rispetto verso la mia famiglia, di attenzione verso le forze adibite alla mia tutela e per la mia sicurezza che si eviti di alzare i toni e si eviti ogni speculazione”.

Sarebbe stato, comunque, curioso che una scorta affidata quando Cavalli era solo un attore, gli fosse tolta ora che la sua visibilità è aumentata, essendo stato eletto nelle liste dell’Italia dei valori al Consiglio regionale lombardo (lo stesso dove siede Nicole Minetti).

Evidentemente, come scrive oggi il Corriere “i rischi che corre l’attore sono parsi ancora significativi”.

Giulio in un sms scrive: “Noi continuiamo comunque”.

Ad maiora.

In piazza per ricordare che i berberi non sono solo cavalli

Lunedi scorso la manifestazione pro-berberi davanti al consolato libico di Milano. Intervistiamo Vermondo Brugnatelli, professore associato di “Lingue e letterature del Nordafrica” all’Università di Milano-Bicocca e presidente della “Associazione Culturale Berbera”. L’associazione è stata fondata nel 1998 e ha sede a Milano (presso l’ARCI-Corvetto): nel maggio scorso è riuscita a organizzare un “Festival Berbero”.

L’associazione ha un sito: http://berberi.org, ma e’ piu’ attiva su Facebook, dove la trovate a nome Amghar Azemni, il “vecchio saggio” cui nelle fiabe tradizionali si ricorre per chiedere consigli.

Cosa vi ha spinto a organizzare la manifestazione davanti al consolato libico?

Sentivamo di dover fare qualcosa ad ogni costo, pur nella limitatezze di mezzi e di capacità organizzative dell’Associazione Culturale Berbera, perché non possiamo assistere senza fare nulla a questa che per noi è una palese ingiustizia. Conosco personalmente Madghis Buzakhar, con cui ho da sette anni contatti di collaborazione alle mie ricerche scientifiche e mi sento di escludere nel modo più categorico che il suo interesse per gli studi berberi sia solo simulato e celi chissà quale disegno sovversivo al soldo di potenze straniere, come invece vorrebbero le autorità libiche. Ai primi di gennaio i Berberi del Marocco avevano cercato di manifestare a Rabat, ma ne erano stati impediti dalla polizia marocchina: ci siamo detti che a Milano esistevano le condizioni per una manifestazione che rendesse in qualche modo visibile il sostegno internazionale ai berberi arrestati, e, sfidando il gelo della giornata e i rabbuffi di un vicesindaco xenofobo, abbiamo fatto qualcosa che speriamo possa riuscire utile ai nostri amici.

Temete per la vita dei due fratelli berberi arrestati?

Purtroppo sembra che l’accusa sia quella di essere al soldo di potenze straniere per portare “il virus della disgregazione” nel paese (le fonti della sicurezza interna affermano che esisterebbe un preciso piano del Mossad al riguardo, e che i due arrestati ne farebbero parte), il che credo sia considerato un reato punibile con la pena capitale. Per la verità quando per settimane dopo il loro arresto-rapimento nella notte del 16 dicembre ad opera di un commando in borghese non si erano più avute notizie di loro avevamo temuto che potessero essere stati eliminati per via extragiudiziale: non sarebbe il primo caso in Libia. Quando, pochi giorni fa, è giunto un comunicato che ufficializzava il loro arresto abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché almeno questa prima terribile eventualità era scartata. Resta però la gravità delle imputazioni, e non sarà facile trovare il modo di far cadere queste assurde accuse che pendono sul loro capo. Tra l’altro, a un mese dall’arresto non hanno ancora visto un avvocato e sono stati in completa balia dei loro carcerieri: non ci sarebbe da stupirsi se, sottoposti a tortura, avessero firmato ammissioni di colpevolezza ben difficili poi da ritrattare.

Qual e’ l’atteggiamento del regime libico verso le minoranze?

Il regime libico nega, contro l’evidenza, l’esistenza di minoranze. Ufficialmente i berberi non esistono, tutti i libici sono arabi e chi osa parlare questa lingua, studiarla, cercare di preservarla, fa parte del progetto del Mossad di disgregazione del mondo arabo. Due ricercatori marocchini, che negli stessi giorni erano stati arrestati per le loro ricerche etnologiche sui berberi di Libia, sono stati rimpatriati dopo 15 giorni riconoscendo che non facevano parte del piano, ma con una lavata di capo perché coi loro studi “portano acqua” ad esso… Riguardo al berbero, il leader libico è esplicito: “Se vostra madre vi trasmette questa lingua, essa vi nutre del latte del colonizzatore, vi nutre del suo veleno…”

Tra le parole d’ordine della vostra manifestazione c’era anche la richiesta al governo italiano di “congelare” il trattato di amicizia con la Libia. Vi renderete conto che quel trattato e’ frutto di un’amicizia commerciale e quindi difficile possa essere messo in discussione da principi etici. O era solo una provocazione?

Questo trattato è considerato il “fiore all’occhiello” del nostro primo ministro, che non perde occasione di sottolineare come esso ponga fine a lunghi anni di reciproche diffidenze e recriminazioni. La parola “amicizia” campeggia già nel titolo, e in nome di questa amicizia accettiamo con allegria tutte le stravaganze del leader libico nelle sue visite in Italia. Ma se questo è lo spirito del trattato, ci deve essere qualcosa che non va visto che tutta questa vicenda è nata dai contatti che Madghis Buzakhar ha avuto con me e con un altro ricercatore italiano (a sua volta trattenuto a Tripoli per 3 settimane prima di venire rilasciato su pressione della nostra ambasciata). Se siamo “amici”, che senso ha sospettare di chissà quale cospirazione le semplici conversazioni tra privati cittadini italiani e libici, al punto di farne un caso di spionaggio? È così che si “incoraggiano í contatti diretti tra enti ed organismi culturali dei due Paesi” (art. 16)? Teniamo inoltre presente che un intero articolo sui 23 che lo compongono è dedicato al “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, e in tutta questa vicenda ci sono molti aspetti che tradiscono un’assoluta mancanza di questo rispetto. Per questo nelle nostre richieste al governo italiano abbiamo richiamato la contraddizione tra quanto stipulato nel trattato e la presente vicenda, suggerendo di vagliare, al limite, anche la possibilità di un “congelamento” del trattato stesso qualora il governo libico intendesse proseguire in questa linea di negazione dei diritti dei berberi in Libia. Ci rendiamo conto che il Trattato ha forti implicazioni economiche, ma in nome degli investimenti non possiamo madare giù qualunque cosa e fingere di non vedere i comportamenti scorretti dei nostri “amici” libici.

Quali risultati pensate di aver ottenuto col presidio e cosa farete ora?

Come già detto, il nostro presidio, di dimensioni contenute ma molto vivace, ha ottenuto lo scopo che si era prefisso, che è quello di dimostrare che l’opinione pubblica internazionale segue questo caso, che il governo libico non potrà continuare a trattare in maniera riservata e senza testimoni. Per il futuro, non abbiamo una “strategia” ben precisa. Sicuramente continueremo nell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della classe politica su questo caso, che speriamo si chiuda positivamente in tempi brevi. Le autorità libiche hanno preso un abbaglio scambiando un pacifico ricercatore per una spia internazionale. Speriamo che trovino il coraggio di ammettere questo errore e gli permettano quanto prima di ritornare libero a casa restituendogli la biblioteca che aveva pazientemente raccolto in questi anni, in modo da consentirgli di riprendere gli studi che per lui sono una grande passione.

Ad maiora.