Month: agosto 2009

L'albero per Anna Politkovskaja

Un albero per Anna

Tornando indietro forse non rifarei lo stesso percorso che oggi ha portato alla piantumazione di un albero per Anna Politkovskaja nel Giardino dei Giusti di Milano. Tornando indietro, forse manderei assieme agli amici di Annaviva una lettera al sindaco di Milano (Letizia Moratti, oggi presente alla commemorazione) e al presidente del Consiglio comunale milanese (Manfedi Palmeri, presente oggi, come sempre). Avanzerei loro una semplice richiesta e probabilmente otterrei lo stesso albero. Così è successo a Brescia grazia al sindaco Paroli all’assessore Labolani e soprattutto grazie a Laura Castelletti vero artefice della piantumazione che avverrà domani al Parco delle Torri Gemelle.

Abbiamo invece scelto la strada della petizione, della raccolta firme, migliaia di firme che sono arrivate copiose in quella che ormai si è trasformata nella mia seconda mail unalberoperanna@gmail.com.

A quasi due anni di distanza dell’assassinio, Anna Politkovskaja, seppellita a Mosca, è onorata anche a Milano. Un albero per Anna non è più solo un appello o una mail è diventato una realtà, un cippo.

Anna è viva non è più solo il titolo di un libro o il nome di un associazione. È un urlo che sale dal Monte Stella di Milano e che arriva fino al Cremlino. Giustizia non è stata fatta per Anna. Uccisa da killer sconosciuti, pagati da altrettanti sconosciuti. Nessuno cercherà più di sapere la verità si chi ha premuto il grilletto, su chi ha pagato per farlo e soprattutto su quegli schifosi che avranno certo esultato per la sua morte, che avranno alzato i calici.

Eppure la sua foto, il suo sguardo, i suoi articoli sono lì più vivi che mai. Stamattina al Giardino dei Giusti c’era la figlia di Anna, Vera. Parlerà stasera al Circolo della Stampa. Oggi sembrava disorientata dall’attenzione che tutti le riservavano malgrado nel Giardino fossero in corso altre cerimonie di piantumazione. Le ho spiegato che qui in Italia la memoria legata a sua madre è vivissima. E le ho spiegato che intorno a quell’albero la società civile milanese ha fatto una piccola ma vittoriosa battaglia. Per una volta, cittadini e politici hanno trovato un punto di contatto. Qualcuno a Mosca e San Pietroburgo forse non apprezzerà. Ma questo non ci può fare che piacere.

Una collega vedendo la foto di Anna sul totem di Annaviva mi ha detto che si sente in difficoltà a pensare a come molti giornalisti fanno la professione e come l’ha fatta la Politkovskaja. Le ho spiegato che tra chi fa marchette e si vende per far carriera e chi finisce ucciso per quel che racconta c’è un intera scala di possibilità. Quell’albero sta comunque lì a significare che tutti possiamo fare qualcosa per migliorare la società. Se Anna non fosse stata sola, non l’avrebbero uccisa.

 

L'ingresso del Memoriale della Shoah

Il ruolo della memoria

Ci sono libri che mi fulminano appena li leggo, che mi spingono a prendere nota di alcune frasi già dopo le prime pagine. È il caso di questo libro davvero bello e stimolante di David Bidussa che Annaviva ha presentato alla libreria popolare di via Tadino a Milano. “Dopo l’ultimo testimone” parla di un tema su cui Annaviva si è battuta in questo ultimo anno. La memoria. Centrando l’attenzione sulla shoah, sullo sterminio degli ebrei pianificato dai criminali nazisti (con il supporto degli idioti fascisti e il silenzio – vergognoso – di tanti italiani Ma parlando di come è stato ed è gestita la memoria della soluzione finale si finisce per parlare di come raccontare la storia. Di come passare la “staffetta dello coscienza del mondo” di cui parla Furio Colombo.

Bidussa spiega innanzitutto una cosa apparente semplice, su cui invece nessuno ha riflettuto in questi anni. “Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già la data del 2 novembre nel nostro calendario civico e non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è il giorno della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti”. È proprio così. Ma non so quanti di noi, anche di noi italiani, capiamo a chi si rivolge quella commemorazione. E infatti David Bidussa, in uno stile, che per mia deformazione culturale, a me ricorda un po’ Gobetti e un po’ la Politkovskaja, parla proprio di come noi abbiamo affrontato l’apertura dei campi di concentramento e il ritorno dei sopravvissuti.

Il silenzio di noi italiani dopo il 1938 forse è il segno dell’indifferenza, ma esprime soprattutto l’attaccamento alle cose piccole, al proprio cosmo casalingo, la difesa del proprio quotidiano. Non è l’ostilità preconcetta per l’altro, ma un fenomeno più sottile, certo non meno sintomatico: la scelta per la medietà, per un quieto vivere privo di passioni e perciò disilluso, perché costruito sull’insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, torna a farsi sentire, e a imporre confronti con il malessere umano non a distanze infinite, ma alle porte di casa, spesso di quella accanto, il silenzio come l’indifferenza è una risorsa che ritorna in campo com possibile via di salvezza per non lasciarsi trasformare o interrogare dalle sgradevolezze del presente e da un’autoanalisi sulle proprie responsabilità”. Fare i conti con il proprio passato è uno dei cardini di questo libro. Che infatti sottolinea, come la lezione della shoah, sia rimasta lettera morta, visto quel che è successo in Africa e nei Balcani (e ci permettiamo di aggiungere, anche in Cecenia): “Quando a metà degli anni ’90, lo sterminio ha preso di nuovo a riempire la nostra quotidianità (dal Rwanda al Darfur, alle varie piazze della ex Jugoslavia), il discorso sulla “zona grigia” è diventato meno lontano e più inquietante. Lì si trattava di nuovo di fare i conti con il tema dell’indifferenza. Questa volta noi c’eravamo. Anche per questo scavare sulla “zona grigia” non è più un’ ‘ipotesi di scuola’”. Sono purtroppo scuole che quasi nessun politico italiano (con lodevoli eccezioni che vanno da Gianfranco Fini a Lele Fiano) sembra frequentare.

Poi Bidussa si è soffermato su come viene gestita dalla popolazione e dagli storici la memoria. Come sottolinea Lucien Febvre, “l’uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce sempre”. Perché, come invece sottolinea lo scrittore toscano, “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”.

Bidussa, si ispira a Primo Levi e alle sue riflessioni su cosa accadrà quando anche l’ultimo testimone della shoah non ci sarà più (le stesse preoccupazioni su cui si è basato il recente film “Fratelli d’Italia?”). E sottolinea innanzitutto l’atteggiamento un po’ peloso che molti intellettuali italiani (dai giornalisti in su) hanno avuto nei confronti di quanti sono tornati dai campi di sterminio. “La questione del genocidio ebraico inaugura il diritto di parola per una figura cui si era richiesto di barattare l’integrazione sociale con il silenzio, la non visibilità. In fondo, l’emancipazione giuridica e sociale era proprio questo: l’ingresso in società, la fuoriuscita dalla precedente condizione, al prezzo della propria assimilazione. Il sopravvissuto al genocidio acquista il diritto di parola sulla base di una ricontrattata specificità della condizione ebraica che la esalta solo apparentemente. L’unicità di quello stermino non si coniuga con la dimensione della sua universalità e dunque lascia spazi alla percezione lenta di un evento che è talmente santificato da diventare “estratto” dalla storia e, allo stesso tempo, ridotto a fenomeno specifico perché isolato e ‘non comparabile’”. Questa santificazione è stata comunque successiva a un lungo periodo di silenzio, rotto soltanto da alcuni film che hanno aperto una breccia nell’opinione pubblica e nella memoria collettiva: “La memoria del sopravvissuto a lungo è rimasta un non detto. Quando si è rimessa in moto ha avuto però il problema essenziale di ricostruire non tanto la vicenda propria quanto quella collettiva. In altre parole: di riproporre quel terreno di sciabilità che costituisce il vuoto prodotto dal genocidio. (…) Prevale una ricostruzione che “non turba il sonno”, che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice ‘mai più’”.

Poi, in pura chiave filosofica, Bidussa distingue il ruolo dei sopravvissuti da quello degli storici. I primi sono fondamentali per capire quel che è successo e chi scrive della shoah non può prescindere da loro. Ma secondo lo scrittore, è compito dello storico tramandare quel che è successo. “La memoria dei sopravvissuti – sottolinea infatti Bidussa – è dunque un territorio narrativo e riflessivo indispensabile allo storico che voglia comprendere, descrivere e “ricostruire” un contesto. Ma non è la ricostruzione di quel contesto”. Infatti, a suo giudizio, “la memoria è il risultato di come si fanno i conti col passato ed è destinata proprio per questa sua origine a modificarsi nel tempo. Non solo perché si arricchisce di nuovi dati precedentemente non considerati o non emersi, ma perché essa rappresenta, come ha osservato lo storico Leonardo Paggi, “una costruzione essenzialmente politica destinata a cambiare con i mutamente delle identità individuali e di gruppo”.

Ma, e in questo passaggio è la chiave davvero innovativa e coraggiosa di questo bellissimo testo, “oggi si tratta di capire che memoria del genocidio ebraico e memoria collettiva non coincidono, ma soprattutto che è centrale non una battaglia per la definitiva e incontestabile riaffermazione della memoria, ma per la sua persistenza e cittadinanza entro una cornice che non veda solo gli ebrei, e più in generale i “sopravvissuti”, essere i primi e talvolta i soli a riaffermarla. La memoria del genocidio ebraico è una questione di democrazia e come tale ha in sé un valore prescrittivo e descrittivo. Prescrittivamente è metafora riflessiva sui totalitarismi, sulle possibilità dell’uomo, sul suo essere spaventosamente senza limiti e senza freni. E ha valore descrittivo perché contiene una dimensione dinamica”.

Nell’opinione di Bidussa, “la memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo”. Elemento teorico che non possiamo che sottoscrivere. Ci permettiamo solo di dubitare sull’efficacia del ruolo degli storici sul breve periodo. Gli storici si basano sui documenti. E i documenti nei regimi sono più falsi del racconti dei testimoni. Sui gulag si comincia ad esempio a fare luce solo ora, dopo che per decenni è stato solo grazie al racconto dei sopravvissuti che si è creata una memoria e una coscienza collettiva. Anche sulle stragi nel Caucaso dovremo aspettare decenni prima che l’apertura degli archivi putiniani ci restituiscano la verità sui conflitti che hanno insanguinato la Cecenia. Fino ad allora, ci saranno solo i parenti delle vittime o i pochi che hanno disertato (finendo a volte imbottiti di Polonio radioattivo perché non parlassero più). O sulla strage di Srebrenica, vera vergogna degli ultimi anni, della quale gli storici ci racconteranno la verità chissà quando. Perché per evitare che le cose si ripetano, dobbiamo porre la “zona grigia” (e la politica la rappresenta ormai alla grande) di fronte alle proprie responsabilità oggi, non fra decenni.

Ad maiora

 

Vera Stremskovskaja

Vera è salva all’estero

Nei giorni scorsi avevamo pubblicato sul sito www.annaviva.com un post di Charter ’97 preoccupato per la sorte di Vera Stermkovskaja, avvocatessa di Minsk da anni punto di riferimento per gli oppositori al regime di Lukashenko.
Vera ha sempre difeso tutti coloro che opponendosi al regime post-sovietico in vigore in Bielorussia, finivano in carcere per un nonnulla.
Quando sono stato inviato a seguire la fallita rivoluzione dei jeans avevo intervistato Vera. Insieme al collega Walter Padovani avevamo preso vari autobus con lei per realizzare l’intervista e anche per seminare gli uomini del Kgb che immagino seguissero lei (e forse anche noi).
Vera è riparata all’estero. Mi ha chiesto di non rivelare il luogo e mi attengo scrupolosamente a tale richiesta.
Sta bene. E’ felice. E finalmente vive in un paese libero.

Intervento all’Università degli Studi di Milano del 13 novembre 2008

Voglio dividere il mio breve discorso in quattro flash.

Il primo riguarda la peculiarità della professione giornalistica fatta in televisione.

Occuparsi un po’ di tutto. Forse questa e’ uno dei principali fattori che contraddistingue chi lavora ai Tg, rispetto a chi scrive su un giornale, o peggio ancora su un settimanale.

Bisogna sapere qualcosa di tutto, e di tutti gli argomenti. E’ un elemento cui tener conto quando si parla di etica e giornalismo tv. A volte non sapere nulla aiuta a spiegare meglio le cose, spiegarle in modo semplice. Ma c’e’ spesso una strategia per la quale non deve essere sempre lo stesso giornalista a fare la stessa cosa. In questo modo non si creano specializzazione. Poi, soprattutto in un azienda parastatale come la Rai, si viene etichettati politicamente. Io dal momento in cui ho fatto il primo di una lunga serie di contratti a termine sono stato definito “di sinistra”. Nella Prima Repubblica bastava sedersi al tavolo dei comunisti, dei socialisti e dei democristiani per essere identificati con quel gruppo. Io mi sedetti al tavolo comunista e tale sono ancora considerato nell’organigramma che immagino sia stato fatto. Ciò pur essendo sempre stato liberale. E pur avendo a volte votato a destra in questi anni. La catalogazione non è stata priva di conseguenze. Negli anni ’90, ai tempi della prima vittoria berlusconiana, non ho avuto contratti per due anni. Ora le differenze, anche nella nostra azienda, sono più sfumate. Ci sono molti sindacalisti che fanno barricate e grandi discorsi, ma poi si accontentano della promozione dei sindacalisti medesimi nei posti di potere per considerare migliore il sistema. Berlusconi non mi piace questo e’ vero. Ma d’altronde dirige la Tivù della concorrenza. Come potrebbe piacermi?? E poi considero frustrante il fatto che la sua presenza monopolistica blocchi il mercato e impedisca a persone come me di cercare fortuna in altre televisioni. Da noi comunque funziona tutto in base a schemi politici. Io, che ho la fascia di sinistra sul braccio, intervisto solo e unicamente esponenti di sinistra. Quando mi danno un servizio intitolato “Moratti: bilancio di meta’ mandato” significa che andrò a sentire l’opposizione su questo tema. Il sindaco lo farà qualcun altro. Inutile dirvi che se avessi qualche funzione dirigenziale, manderei quelli catalogati a sinistra a sentire quelli di destra e viceversa. Ma non ho e difficilmente avrò funzioni dirigenziali. E si capisce perché.

Secondo flash e spunto di riflessione: la Tv la guardano tutti nel nostro Paese. Non c’e’ digital divide che tenga, non c’e’ calo di consensi. Magari aumentano le tv satellitari ma chi guarda la tv o ascolta la radio è la stragrande maggioranza delle persone, giovani o vecchi, professionisti o disoccupati. Un servizio andato al Tg1 ha un ascolto pari alla tiratura di una settimana del Corriere della sera. Questa enorme responsabilità deve indurre i giornalisti televisivi a una maggiore attenzione. Abbiamo la possibilità e la forza di distruggere le persone. Dobbiamo stare attenti alle parole, perché il rischio di fomentare razzismo o discriminazioni, giusto per fare un esempio è molto elevato. Ho sentito con le mie orecchie un servizio televisivo su una curiosa truffa elaborata da un gruppo di zingari che iniziava così: “Per essere una truffa pensata da rom era molto ingegnosa…”. Come se gli zingari fossero una razza inferiore, paragonabile ai babbuini. Con l’ipocrisia tutta italiana di chiamare gli zingari rom o nomadi. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti. Dovremmo ripertecelo ogni volta che scriviamo, in fretta e in furia (questo va ricordato) noi giornalisti tv. Come ricordava il grandissimo Ryszard Kapus’cin’ski,: “Esistono sempre più stazioni televisive, stazioni radio e giornali. Automaticamente ci sono sempre più giornalisti. In questa professione i dilettanti sono sempre stati numerosi, ma oggi invadono addirittura il settore. Molti di loro non si rendono conto che fare il giornalista significa innanzitutto lavorare continuamente su se stessi, formarsi, acquisire conoscenze, cercare di comprendere il mondo”. Ecco il consiglio che va dato a quanti fanno già i giornalisti è: leggete, leggete tanto.

Terzo punto di riflessione: la televisione ormai occupa, secondo studi recenti, un terzo della nostra vita. Nella maggior parte delle case sta accesa da mattina a sera. È per questo che tutte le guerre si concentrano ormai sulla conquista della tv. In Lituania, durante la secessione dall’Urss, gli unici morti furono giovani che difendevano la torre della tv lituana dall’Armata rossa. Anche il fallito golpe in Russia mirò alla sede della televisione. Segno evidente diceva sempre Kapus’cin’ski, che “il potere, dai centri politici tradizionali, si è spostato verso le centrali televisive”. Per fare altri esempi, in Romania, nel Natale 1989, la televisione ha influenzato la decisione di mandare a morte Ceausescu e signora per una supposta strage della Securitate a Timosoara, costruita invece a tavolino recuperando i morti in obitorio. La tivù ha d’altronde favorito la caduta del Muro di Berlino. Chi non ha le tv dalla propria parte non vince. Scrive Timothy Garton Ash: “In Polonia la democratizzazione si è affermata in dieci anni, in Ungheria in dieci mesi, in Germania Orientale in dieci settimane, in Cecoslovacchia in dieci giorni e in Romania in dieci ore. La straordinaria accelerazione dello sconvolgimento popolare nell’Europa dell’est durante il 1989 può essere spiegato dagli effetti dimostrativi della televisione transfrontaliera”.

Quarto e ultimo elemento: in Italia l’informazione televisiva è drogata dal conflitto di interessi Cito il rapporto di Freedom house (prestigiosissima Ong america) del 2007, destinato ovviamente a cambiare a brevissimo: “Italy’s rating improved from Partly Free to Free Primarily as a result of Silvio Berlusconi’s exit as Prime Minister. Although private broadcast media in Italy are still concentrated in the hands of the Berlusconi-dominated Mediaset, the public broadcaster, Rai, is no longer under his control. Under Berlusconi’s rule, Italy suffered from a concentration of media power in the hands of the former Prime Minister, who, through his private media holdings and political power over the state television networks, controlled almost 90 percent of the country’s broadcast media”. In assenza di alcuna legge sul conflitto di interessi, ora Berlusconi ha rivinto le elezioni ed è tornato al potere, trasformando gli utenti della tv in elettori, ma anche i tifosi di una squadra di calcio in votanti: secondo gli analisti, la vittoria del Milan in Champions League ha fatto crescere di due punti elettorali il Centro Destra. Tra breve, il presidente del Consiglio (e proprietario dei tre principali canali televisivi privati), direttamente o tramite uomini e donne di sua fiducia potrà indicare i direttori dei Tg Rai, il direttore della Giornale Radio Rai e larghissima parte dell’organigramma Rai. Una parte del palinsesto andrà all’opposizione. Per qualche giorno ci sarà una bufera di dichiarazioni e di agenzie. Poi tutto tornerà quieto. A gestire le novità saremo noi, operai dell’informazione televisiva pubblica. La frase del Presidente del Consiglio pubblicata su Repubblica del 12 novembre (“Basta con questa tv che mi dileggia solo”) equivale alle trombe che annunciano l’attacco. La Rai, anche grazie a questa assurda gestione politica (che non riguarda, ovviamente solo Silvio Berlusconi o il centro destra) ha perso di credibilità verso l’opinione pubblica. Come l’ha persa la Politica. Perché la credibilità nasce solo dall’indipendenza dalla politica. Per questo sarebbe necessario un cuscinetto tra la Tv di Stato e il Palazzo. Una fondazione, un organo indipendente che non rispetti i tempi del Parlamento, ma quelli televisivi, rapidi e veloci e non quinquennali. Questo ciò che ci vorrebbe. Ma non l’ha voluto fare il centro sinistra. Impossibile lo farà il centro destra. Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla battaglia politica per la nomina del presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Che, per tradizione spetta all’opposizione, ma che questa volta la maggioranza si rifiuta di accettare perché non concorda sul nome scelto dalla minoranza. Credo che la stessa esistenza della Commissione parlamentare di vigilanza sia un errore. Più che vigilare, in questi anni si è censurato. Ho sentito interminabili riunioni nelle quali i conduttori dovevano spiegare a politici (troppo spesso ospiti dei programma d’approfondimento) con quali criteri vengono scelti gli ospiti. La vergogna non è che non sia stato nominato il presidente della Commissione, ma che esista una commissione del genere. Mi si dirà che esiste per garantire il servizio pubblico, per verificare l’applicazione del contratto di servizio che permette alla Tv di Stato di esigere ogni anno un canone. Ma può un gruppo di parlamentari verificare con obiettività tale rispetto? L’etica peraltro non si può imporre per legge. Eventuali violazioni sono represse o dall’Ordine dei giornalisti (organismo che non amo, ma che dovrebbe essere il nostro organo di autogoverno) o nei casi più gravi dalla magistratura. A meno che alla Rai non si richieda quello che il ministro della Cultura Biondi ha detto qualche giorno fa, ossia, che “deve esercitare una funzione di strumento di informazione e di elevazione civica e spirituale dell’intera comunità nazionale”. Ciò francamente esula dal mio lavoro di giornalista. Anche se pagato con i soldi del canone, anche dipendente di un’azienda che è in mano al ministero del Tesoro. Io devo fare informazione non devo elevare lo spirito di nessuno. Devo rispettare le regole del giornalismo e la mia etica personale e professionale. Il resto sono compiti che spettano a predicatori e direi proprio a chi dirige questo Paese, lui sì tenuto a elevare civicamente la società. La responsabilità dell’informazione televisiva è già enorme anche senza richiederle l’applicazione dell’etica kantiana. Scrive Marco Mele sul Sole 24 ore di sabato 8 novembre (commentando la quarantesima seduta della Commissione senza numero legale): “Forse è chiedere troppo, ma la classe politica non poteva lanciare un segnale al Paese nella direzione dell’allentamento del collegamento diretto tra partiti e azienda, assicurando autonomia strategica e gestionale al prossimo vertice?”. Domanda Un mio amico deputato del Pd sosteneva, ai tempi del governo Prodi, che quando governa la destra sia molto più alta la sensazione di sicurezza che permea l’Italia. Per il semplice motivo che quando governa la sinistra i telegiornali (dapprima quelli privati, a ruota quelli Rai, in base anche a semplici meccanismi di concorrenza) fanno a gara a lanciare allarmi. Che spesso hanno come obiettivo gli stranieri. Prima erano gli albanesi, poi i romeni. A proposito, quell’allarme lanciato anche dal candidato premier sconfitto alle recenti elezioni, che fine ha fatto?? Non delinquono più come prima o le forze dell’ordine hanno arrestato tutti i delinquenti e i potenziali delinquenti. E che dire delle impronti digitali che dovevano essere prese ai bambini zingari (per il loro bene, naturalmente), poi dopo le polemiche, anche a tutto il resto della popolazione? Tutto va così veloce che le notizie che tengono banco per giorni poi finiscano presto nel dimenticatoio. In attesa del prossimo scoop. Gli allarmi si smontano nel giro di poche ore. Siamo sempre a inseguire un nuovo allarme. E a parlare di clandestini, anche quando vengono investiti e uccisi da una auto pirata, anche quando muoiono in mare. E se gli annegati nel canali fossero richiedenti asilo? Clandestino e’ un modo di bollare chiunque, anche la badante che ha perso i requisiti per stare qui. Anche gli studenti extracomunitati del Politecnico stranieri, che diventano clandestini il giorno dopo la laurea. Eppure la tv avrebbe ed ha un grosso vantaggio rispetto alla carta stampata Una volta si diceva “carta canta”. In realta’ risulta molto piu’ facile smentire la carta che la tv. Guardate il caso di Berlusconi che voleva la polizia nelle università e nelle scuola in rivolta, in puro stile putiniano. Una, frase poi malamente smentita. Rimangiarsela una volta detta al Corriere della sera o al suo sito internet sarebbe stato molto più semplice. L’ha smentita solo perché i sondaggi gli avranno detto che la gente, che ha i figli a scuola e in università, non l’ha presa bene. Perché la gaffe su Obama abbronzato, non e’ stata smentita, anzi. Ma d’altronde i sondaggi l’hanno approvata: in fondo, pochissimi votanti in Italia hanno figli di colore. Quindi e’ con l’etica personale che si può sconfiggere la tigre di carta. Alcune volte in questi anni mi sono sentito dire: pensavamo fossi la persona giusta per fare questo e quello… E invece non lo ero quella persona giusta. Lo si paga con l’isolamento questo atteggiamento. Ma se in tanti ci comportassimo così saremmo meno isolati. Saremmo più forti. L’importante e’ crederci e tenere la schiena dritta. E per chi come me si fa la barba tutti i giorni, mettersi davanti allo specchio e non avere paura di guardarsi allo specchio. E vi assicuro che non è poco.