La commissione medica internazionale che ha visitato Yulia Tymoshenko in carcere chiede che l’ex primo ministro ucraino venga curata in ospedale:
http://www.neurope.eu/article/tymoshenko-needs-medical-assistance-outside-prison
Per ora le autorità ucraine hanno fatto orecchie da mercante.
Violando molti dei diritti della detenuta politica (anche fotografandola nel letto dell’infermeria contro la sua volontà.).
La vogliono far morire in cella?
Ad maiora.
Ucraina
Il marito della Tymoshenko chiede asilo a Praga. Lei lo ha conosciuto sbagliando un numero di telefono.
Il marito di Yulia Tymoshenko, Oleksandr, ha chiesto asilo politico nella Repubblica Ceca. Secondo le locali autorità si troverebbe gia a Praga e la richiesta verrà valutata in tempi rapidi.
Da tempo la Repubblica Ceca guarda con attenzione quel che accade in Ucraina. Qualche mese fa ha dato asilo politico a un alleato della Tymoshenko, Bohdan Danylyshynin.
L’ex primo ministro ucraino (filo-occidentale), ora principale oppositrice del presidente – filo-russo – Yanukovich, è stata condannata – per ragioni politiche – lo scorso ottobre a sette anni di carcere per abuso d’ufficio per aver firmato, quando guidava il governo, un accordo sul gas con l’omologo russo, Vladimir Putin.
Yulia e Oleksandr si sarebbero conosciuti per un errore telefonico: lei avrebbe composto male un numero e sarebbe entrata in contatto con lui.
Dopo l’innamoramento, il matrimonio nel 1979 e un anno dopo la nascita della figlia Evgenia. Lui era ed è un ricco imprenditore del campo energetico e ha a sua volta conosciuto il carcere per appropiazione indebita di 800 mila dollari (sempre per importazioni dalla Russia).
Da quando la moglie è scesa in politica, le apparizioni pubbliche di Oleksandr si sono ridotte all’osso.
Ora ritorna in scena con questa richiesta di asilo politico nella Repubblica Ceca.
Secondo i legali della Tymoshenko, anche per le pressioni che le autorità stanno esercitando sulla famiglia. Possibile quindi che venga seguito anche dalla figlia.
Ad maiora.
Tymoshenko: “Sono viva in questa tomba”
Dalla sua prigione ucraina, l’ex primo ministro Yulia Tymoshenko scrive le sue memorie. Sono per lo più improntate a un sentimento religioso (forse anche per via delle feste natalizie passate in carcere) ma raccontano anche l’impressione che l’attivista trae, dalla cella, rispetto alla freddezza europea sul “nuovo” corso di Kiev.
In Italia l’articolo della leader politica filo-occidentale (che cita la poetessa Akhmatova, da cui traggo il titolo), è stato pubblicato oggi dalla Stampa, con richiamo in prima pagina:
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/435884/
Il pezzo è tratto da Project Syndacate ed è uscito qualche giorno fa, col titolo “A Prisoner’s Christmas”:
http://www.project-syndicate.org/commentary/tymoshenko22/English
Project Syndacate è un sito che offre commenti di leader mondiali. L’unica italiana “offerta” è Emma Bonino:
http://www.project-syndicate.org/about_us/who_we_are
Ad maiora
PROCESSO TIMOSHENKO: L’EVENTUALE CONDANNA RISCHIA DI ISOLARE L’UCRAINA
Julia Timoshenko continua ad aspettare in una cella di sicurezza il verdetto su una possibile condanna a dieci anni di carcere per aver sottoscritto (dietro il ricatto della chiusura dei rubinetti del gas) un contratto con la Russia che secondo le attuali autorità ucraine (e la magistratura che le segue) avrebbe aspetti criminosi. Da quelle parti il tema del gas e dell’energia è tutt’ora al centro del dibattito, anche per via dei gasdotti russo-itao-franco-tedeschi che bypasseranno il paese e la Bielorussia (e come dimostra la foto dell’Itar Tass che accompagna questo pezzo, c’è bisogno di un miracolo per sperare che metano circoli ancora in quei tubi).
Il Financial Times paventa che un’eventuale condanna minerebbe in maniera significativa i rapporti tra l’Unione europea e l’Ucraina:
http://www.ft.com/intl/cms/s/0/58ef88b2-daf1-11e0-bbf4-00144feabdc0.html#axzz1XeTknStF
Persino l’americanocentrico Obama potrebbe accorgersi che (anche se non ha tanto petrolio) esiste il nostro continente e magari far sentire la sua voce.
Il processo contro l’ex leader della Rivoluzione arancione è tutto politico. Il presidente Janukovich, in caso di condanna della sua rivale, vedrebbe consolidare la forza del suo Partito delle regioni. Nella repubblica post-sovietica, i condannati non possono infatti più candidarsi alle elezioni. Chissà cosa ne direbbero dalle nostri parti, dove l’attivismo principale di alcuni politici sembra essere quello di sfuggire ai giudici.
Forse almeno per questo, solidarizzeranno con la leader dell’opposizione di un paese europeo che rischia una lunga condanna non per tangenti, ma per una decisione di politica economica.
Ad maiora.
LA DISUNIONE EUROPEA DI FRONTE ALLA DISUNITA UCRAINA
Distratta come è ovvio da quel che accade nel Mediterraneo, la (dis)Unione europea non starà badando molto a quel che accade in uno dei suoi vicini orientali di casa: l’Ucraina.
Qui da un lato si è avviato un processo post-sovietico contro l’ex primo ministro Julia Timoshenko, alla sbarra per aver firmato un accordo svantaggioso sul gas con Putin (ma soprattutto per aver eliminato gli oligarchi che facevano da filtro – guadagnandoci come un Lavitola qualunque- tra Gazprom e Naftogaz) e mandata in cella per oltraggio alla corte.
Dall’altro il presidente filo-russo Janukovich prova ad aprire all’Unione europea, scrivendo un libro in inglese e spingendo Alexandr Motyl di World Affairs a parlare di “Ukraine’s Orange Blues”:
http://www.worldaffairsjournal.org/new/blogs/motyl/Yanukovych_Turns_West
Basta leggere i primi commenti al post per rendersi conto della strumentalità della proposta da parte di chi ha “svenduto la sovranità” mantenendo la flotta russa in Crimea (sempre per via del gas, ossia per avere un sostanzioso sconto).
Ma non è comunque la prima volta che, anche dal fronte del Partito delle Regioni ora al governo, arrivano aperture verso Bruxelles. L’asse tra Mosca, Berlino e Roma (cui ora si è aggiunta Parigi) continua pervicacemente a costruire o progettare gasdotti (Nord e South Stream) che hanno il compito di tagliar fuori l’Ucraina (e la Bielorussia) dal tragitto del metano verso l’Europa.
Se a Bruxelles qualcuno fosse ancora interessato a un minimo di indipendenza della politica estera (ed energetica, che – come si vede in Libia- sono ormai la stessa cosa) sia da Mosca che da Washington forse sarebbe il caso che desse ascolto a Janukovich. Chiedendo magari in cambio di un’apertura di credito, più democrazia (e meno processi politici).
A volte è infatti più facile farsi capire da chi è apparentemente lontano, da chi apparentemente la pensa come noi.
Ma questo significherebbe avere una strategia europea. Un ossimoro, al momento.
Ad maiora


