Berlusconi

Malaussène è georgiano

Recita una vecchia barzelletta sovietica:

“Una delegazione georgiana è giunta a Mosca per far visita a Stalin. I delegati entrano nel suo studio, parlano con lui e poi se ne vanno. Non appena sono spariti lungo il corridoio, Stalin comincia a cercare la sua pipa, ma non riesce a trovarla. Chiama dunque il capo della polizia politica, Lavrenti Beria. «Compagno Beria,» esclama «ho perso la pipa. Insegui la delegazione georgiana e vedi se riesci a scoprire se uno di loro me l’ha presa.» Beria corre via. Intanto Stalin continua a cercare la sua pipa. Dopo cinque minuti, guarda sotto il tavolo e scopre che la pipa era caduta sul pavimento. Chiama di nuovo Beria. «Tutto a posto,» gli dice «ho ritrovato la pipa, puoi lasciare liberi i georgiani.» «Troppo tardi,» ribatte Beria «metà delegazione ha ammesso di aver preso la pipa e l’altra metà è morta durante l’interrogatorio»”.

Sorriso amaro per un anekdot  che ha nel mirino i georgiani (anche Stalin e Beria lo erano, ma questa è un’altra storia). Un mirino che non sembra essersi spostato nemmeno finita l’Unione sovietica. Lo abbiamo visto due anni fa con la guerra contro la Russia per il controllo della provincia secessionista dell’Ossezia meridionale. Molti si concentrarono più si chi avesse sparato il primo colpo che su una razione sproporzionata, arrivata quasi alle porte di Tiblisi.

Lo abbiamo visto in queste tristi Olimpiadi di Vancouver. Una settimana fa duemila persone (presidente della Georgia Saakashvili compreso) hanno partecipato ai funerali di Nodar Kumaritashvili, campione di slittino che ha perso la vita schiantandosi contro un palo che qualche mentecatto aveva messo sul fondo della pista. La colpa? Ovviamente del ventenne georgiano, si sono affrettati a dire le organizzazioni olimpiche.

Salvo modificare il percorso per ridurne la velocità.

Qualche ora fa un altro georgiano è finito nel mirino. È Kakhaber Kaladze, giocatore del Milan (e della nazionale del suo paese, di cui è capitano) che non gioca da tempo e che sostiene che «quello che sta succedendo intorno a me al Milan è veramente una cosa molto sporca». La squadra di Berlusconi annuncia quindi che agirà contro il giocatore, che dopo qualche ora come nella migliore tradizione di Football manager) chiede scusa a tutti. Oggi comunque, come sempre, il georgiano (cui dieci anni fa, in madrepatria. rapirono e uccisero il fratello ventunenne) guarderà la partita dei suoi compagni di squadra dalla tribuna. Magari l’ha presa lui la pipa a Stalin…

Malaussène ora può riposarsi. Mica è georgiano lui.

Ad maiora

Statua di Saparmyrat Niyazov in Turkmenistan

Una statua al giorno toglie la democrazia di torno

Nel 2006, alla morte per infarto del “padre dei turkmeni” Saparmyrat Niyazov, si era pensato che sarebbe finito anche il culto della personalità legato a questo vecchio oligarca comunista riciclato al nazionalismo sarebbe stato archiviato. Quanti hanno letto Bandiera arancione ricorderanno il mitologico libro scritto da Niyazov, il Ruhnama, poema epico diventato (a forza) la Bibbia (da affiancare al Corano) del Turkmenistan. Questo testo scientifico (“Libro dell’anima”) secondo il quale i turkmeni erano i protagonisti di tutte le principali scoperte della storia umana, era diventato libro di scuola, ma anche testo obbligatorio per diventare medici o per passare la prova (teorica) di scuola guida. Niyazov aveva cambiato i mesi dell’anno e della settimana, inserendo i nomi dei suoi parenti. E soprattutto questo genio della comunicazione (Piretto col suo volume Gli occhi di Stalin può suggerirvi il perché) aveva riempito il paese di sue statue. La principale della quali alta 12 metri e ruotante (segue il sole), nella capitale Ashgabat. Gli occhi di Niyazov, insomma. Mai fermi però.

Ma da queste parti, morto un dittatore se ne fa un altro. Con gli stessi difetti del primo.

Certo, il nuovo presidente Gurbanguly Berdymukhammedov non compare su tutte le banconote turkmene come il suo predecessore. Ma si sta dando da fare per sostituire il culto di Niyazov col suo e con quella della sua famiglia. Mettendo ad esempio, una statua di suopadre all’Accademica militare turkmena. Berdymukhammedov non è peraltro nuovo al culto (della personalità, anzi, delle personalità) dei parenti, culto pubblico ovviamente. A settembre una statua dedicata a suo nonno è stata scoperta nel villaggio natale di Yzgant. Alcuni grandi cartelloni pubblicitari di Niyazov sono stati sostituiti con quelli di Berdymukhammedov che ormai invade giornali e tv con le storie della sua vita (e di quella della sua famiglia). Non ha ancora eretto sue statue, ma ha dato alle stampe libri di medicina e di storia turkmena.

Finita l’Unione sovietica, il Partito comunista turkmeno è stato sostituito dal Partito democratico turkmeno. Il paese è formalmente una repubblica presidenziale, ma la carica è a vita. Il marxismo leninismo è stato sostituito dall’imposizione delle tradizioni: è vietato portare barbe e acconciature non tipiche del Turkmenistan (paese a larga maggioranza musulmana). Inutile dire che il paese è al centro dell’attenzione di tutte le organizzazioni che si occupano dei diritti umani per le ripetute violazioni. Lo scorso novembre Berlusconi ha annunciato, visti i buoni rapporti economici tra i due paesi, l’intenzione di aprire una nostra ambasciata in loco.

Ad maiora.