Day: 20 aprile 2026

La modernità di Gobetti

Pubblico qui l’intervento col quale ho concluso un convegno su Piero Gobetti al Circolo Caldara di Milano

La modernità di Gobetti

Quando si parla di modernità, il rischio è sempre quello di confonderla con l’attualità. Ma la modernità vera, quella che resiste, è un’altra cosa: è uno sguardo che attraversa il tempo senza invecchiare. In questo senso, Piero Gobetti non è solo una figura storica: è un contemporaneo.

Gobetti è moderno perché non si illude. E già questo, in Italia, è una forma di avanguardia.

Scrive:
«Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza in più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano.»

C’è dentro tutto: il rifiuto delle scorciatoie, la consapevolezza della solitudine, e soprattutto una parola oggi quasi sospetta – responsabilità. Gobetti non cerca consenso, non cerca protezione, non cerca alibi. Sta al suo posto. E già questo lo rende inattuale allora, e tremendamente moderno oggi.

La sua modernità è prima di tutto morale.
«Salvare la dignità, prima della genialità.»

È una frase che andrebbe appesa in ogni redazione, in ogni università, in ogni luogo pubblico. Perché rovescia una tentazione tipicamente italiana: quella di perdonare tutto al talento, di chiudere un occhio – o due – davanti all’intelligenza brillante ma moralmente incerta. Gobetti dice il contrario: senza dignità, la genialità è un trucco.

E poi c’è il Gobetti analista politico, forse il più impressionante per lucidità. Nel 1922 scrive:
«La situazione si viene sempre più svelando nel suo carattere anti-liberale.»

È una diagnosi precoce, quasi clinica. Mentre molti cercano ancora di capire, lui ha già capito. E non perché abbia informazioni segrete, ma perché ha un metodo: leggere la realtà senza autoinganni.

Ancora più sorprendente è la sua capacità di cogliere la dimensione spettacolare del potere:
«Il segreto di tanta parte del successo di Mussolini è nella sua intuizione della teatralità italiana.»

Qui Gobetti anticipa un secolo di politica-mediatica. Capisce che il consenso non si costruisce solo con le idee, ma con la rappresentazione. E aggiunge, con un’ironia che punge ancora:
«Mussolini capisce che a Napoli Pulcinella non deve essere un anacronismo.»

È una lezione che torna utile ogni volta che la politica diventa palcoscenico. E non serve fare nomi: basta accendere la televisione.

Ma la modernità di Gobetti non è solo capacità di analisi. È anche, e forse soprattutto, capacità di stare controcorrente senza cedere al cinismo. Nel momento più buio scrive:
«Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti.»

E ancora:
«Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere.»

Qui c’è una parola chiave: condannati. Vedere non è un privilegio, è un peso. Chi capisce non può far finta di niente. Non può rifugiarsi nell’ironia, nel distacco, nel “tanto sono tutti uguali”. Gobetti rifiuta questa comodità.

E arriva a una delle definizioni più forti della sua esperienza:
«Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria.»

È una frase che attraversa il Novecento e arriva fino a noi. Essere esuli in patria significa non riconoscersi nel clima dominante, nelle parole d’ordine, nei compromessi. Significa restare, ma senza adattarsi. Non è una posizione comoda. Non lo era allora, non lo è oggi.

Gobetti ha anche il coraggio di dire una cosa impopolare: che il fascismo non è solo violenza, ma consenso.
«Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme… la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso.»

È una frase che dovrebbe essere letta lentamente. Perché sposta il problema: non basta opporsi al potere, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui quel potere piace, convince, seduce. E qui Gobetti è spietato con il Paese, non con un singolo uomo.

La sua critica alla piccola borghesia è forse la pagina più dura, e anche la più attuale:
«Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna.»

E ancora:
«Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro.»

È un invito che suona quasi scandaloso in un Paese che spesso ha fatto della prudenza una forma di sopravvivenza. Gobetti chiede il contrario: rischio, chiarezza, responsabilità.

Ma attenzione: la sua non è una posizione distruttiva. Non è un nichilista. Crede nella costruzione, nella formazione, nella lunga durata.
«Prepariamo i quadri, prepariamo le correnti ideali.»

È una frase da organizzatore più che da polemista. Gobetti non si limita a criticare: lavora per il futuro, anche quando il presente sembra chiuso.

E poi c’è un altro elemento decisivo della sua modernità: il rapporto tra politica e morale. Ada Gobetti lo riassume con una semplicità disarmante:
«Io non ho idee politiche, ho solo certezze morali.»

È una frase che può sembrare paradossale, ma non lo è. Significa che la politica, senza una base morale, diventa tecnica del potere. E questo Gobetti non lo accetta.

Infine, c’è la sua idea di Europa, che non è fuga ma responsabilità:
«Per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.»

È una frase che chiede di essere capita bene. Gobetti non propone chiusure, ma radicamento. Non si è europei scappando dai propri problemi, ma affrontandoli. È una lezione che vale ancora.

Se dovessi riassumere la modernità di Gobetti in una sola immagine, direi questa: un giovane uomo che scrive sapendo di essere minoranza, sapendo di rischiare, e sapendo che forse non vedrà i frutti del suo lavoro. Eppure scrive lo stesso.

In un tempo che premia la visibilità immediata, la sua è una lezione quasi controintuitiva: lavorare a lunga scadenza, senza garanzie.

Gobetti non è moderno perché aveva ragione – anche se spesso l’aveva. È moderno perché non ha mai cercato di avere ragione a tutti i costi. Ha cercato di essere giusto.

E, come spesso accade, è molto più difficile.