La strage di Srebrenica trova qualche primo colpevole nel contingente olandese che doveva difendere l’enclave bosniaca. Gestita dall’Onu (tanto decantata in questi giorni).
Ad maiora
La strage di Srebrenica trova qualche primo colpevole nel contingente olandese che doveva difendere l’enclave bosniaca. Gestita dall’Onu (tanto decantata in questi giorni).
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Nel nono anniversario dei fatti di Beslan, Interkavkaz-Italia propone la traduzione integrale della denuncia di Ella Kesaeva, testimone della tragedia di Beslan, che da nove anni, assieme all’associazione “Golos Beslana”, combatte per la verità, una battaglia fatta di testimonianze, accurate perizie tecniche e richieste di audizioni.
Ogni anno i membri dell’organizzazione “Golos Beslana” (La voce di Beslan) ricordano l’attentato recandosi alla palestra della scuola e nessun anniversario trascorre senza proteste in seguito a qualche atto provocatorio dell’amministrazione comunale o dei funzionari delle forze dell’ordine. Per esempio, l’anno scorso la via dove si trova la scuola è stata rinominata “via degli eroi della ZSN” (la squadra d’assalto russa). Dopo le proteste delle madri di Beslan, la sigla “ZSN” è stata tolta lasciando “via degli eroi”. I parenti delle vittime ritengono che eroi siano anche i propri figli e nipoti morti. I vertici politico-militari invece credono che non esistano…
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L’altra sera discutendo su Twitter con dei fanatici russi, anzi putiniani, mi è tornato alla mente questo brano del Cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini, scrittore (e medico) americano di origine afgana.
Ad maiora
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Dallo pneumologo andò bene finché Baba non chiese al dottor Schneider quale fosse il suo paese d’origine e saltò fuori che era russo. Allora Baba lo allontanò in malo modo. “Ci scusi”, dissi io. Il dottor Schneider si fece da parte con lo stetoscopio ancora in mano. “Baba, ho letto la biografia del dottor Schneider. È nato nel Michigan. Michigan, è americano, molto più americano di quanto non lo saremo mai noi due.” “Non importa dove è nato. È russo” rispose Baba facendo una smorfia come se avesse pronunciato una parolaccia. “I suoi genitori erano russi e i suoi nonni erano russi. Giuro su tua madre che se cerca di toccarmi gli spezzo il braccio.”.

Non mi piacciono le guerre. Sono stato obiettore di coscienza quando non era così di moda. Penso che gli ultimi conflitti che hanno visto coinvolta la comunità internazionale si sarebbero potuti risolvere preventivamente, con le “armi” della politica e della mediazione.
Ma invece, in questi vent’anni, si è sempre fatto così: si ignora il problema finché esplode come un bubbone, e a quel punto si comincia a bombardare. Succederà anche con la Siria.
Chi in queste ore invoca l’Onu, comunque, non sa o finge di non sapere che come Organizzazione internazionale sia ormai superata. Poco efficace e poco credibile.
Tra quelli che parlano di ONU troviamo costantemente Putin. Improvvisamente scopertosi pacifista. Malgrado la guerra in Cecenia (chiamata operazione anti-terrorismo) e quella in Georgia (dove si bombardò Gori per difendere Batumi).
Non so se l’attacco franco-americano a Damasco scatenerà un conflitto regionale. So però che per evitare morti e distruzioni, qualche coraggioso dovrà ammettere che l’Onu, così come è -con il diritto di veto e le sue commissioni per i diritti umani gestite da chi li viola – non serve. E che al suo posto non ci possono essere club autoconvocati di grandi nazioni, come quello in corso a San Pietroburgo.
Ad maiora

Ricevo e volentieri pubblico le riflessioni dell’amico Sergio Calabrese. È il suo “taccuino d’estate 2013”.
Ne parlerò di sicuro a lezione.
Ad maiora
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Correva l’anno 1987 e sul piccolo schermo della tv pubblica impazzava una trasmissione dal titolo “Indietro tutta”: un programma scaturito dalla visionaria fantasia di Renzo Arbore. Era uno show atipico, leggero come una bibita estiva, che fa parte ormai della storia della televisione italiana. La sigla d’apertura era una marcetta ruffiana dal titolo “Sì, la vita è tutta un quiz”. Oggi, però, la vita “non è più un quiz”, come cantava la smandrappata ciurma del geniale Arbore. La nostra esistenza, agli albori del ventunesimo secolo, è diventata invece un live show. Non vi è angolo del pianeta, anche il più sperduto, che non sia costantemente monitorato, scrutato, filmato. Il nostro vivere quotidiano, anche quello più banale, diventa uno show da esibire, da condividere. Ogni giorno l’invadente occhio di migliaia di videotelefonini ci scruta, ci osserva e va in Rete. La gente non guarda più il mondo, lo riprende. “Video, dunque sono”.
Quest’anno, come non mai, l’intera penisola è caduta in preda alla febbre da video. Due italiani su tre non sono andati in vacanza e i consumi sono al palo per la fottuta crisi? No problem! Soltanto i prodotti hi tech non conoscono flessione anche in questi grami tempi. Se non giri con un palmare o con un iper tecnologico iPhone sei escluso dalla compagnia che conta e guardato come un alieno. Guai a separarsi dal prezioso strumento/giocatolo. Tutti a smanettare, digitare per comunicare all’intero mondo, 24 ore su 24, chissà quali importanti notizie: come se dai nostri messaggi dipendessero i destini dell’intero pianeta.
In giro per la penisola quest’estate ho visto cose…
In un villaggio vacanze, dove quel che rimane della classe media (forse con qualche senso di colpa nei confronti dei più sfortunati) può ancora permettersi una settimana sotto gli ombrelloni con la formula all inclusive, ho visto buona parte di quei “privilegiati” vacanzieri equipaggiati con ipad e smartphone d’ordinanza. Smanettavano al ristorante, in spiaggia, in piscina e, soprattutto, durante gli spettacolini che il gruppo dell’animazione della struttura metteva in scena. A proposito, poveri figli! Son ragazzi e ragazze che lavorano sedici ore al giorno per uno stipendio di 400 euro mensili, e la prima paghetta la percepiranno dopo parecchi mesi del primo giorno di lavoro. Molti sono laureati e fanno parte di quel 40% della galassia giovanile che forse non conoscerà mai un impiego stabile. Chiacchierando con loro mi hanno confessato che “prendere o lasciare!” Tutto sommato si considerano fortunati. La concorrenza nel mondo dell’animazione nei villaggi sparsi per la penisola è tanta ed è agguerrita. Ma tant’è.
Ho visto cose…
Al ristorante ho notato una bambina di due anni seduta sul canonico seggiolone digitare su un ipad con una maestria che mi ha lasciato di sale. Senza mai alzare la sua testolina dal suo tecnologico giocattolo alternava cucchiaiate di minestra e contemporaneamente si destreggiava con un giochino elettronico complicatissimo. Roba da fare andare in analisi tutti i narratori di favole, Collodi compreso. Al ristorante ho visto signore griffatissime fotografare fumanti pietanze per poterle apparecchiare, un secondo dopo, sulla tavola di Facebook e condividere quelle prelibatezze con la sua comunità. Se poi, per cercare il segnale si dovrà uscire dal ristorante, pazienza. I culurgiones e i malloreddus (piatti tipici della cucina sarda) si mangeranno freddi. E sì, nella società di oggi “la vita esiste se è presente nel web, non nei luoghi reali”- dice il sociologo Vanni Codeluppi. Sembra che l’uomo digitale non sia più in grado di vivere le emozioni in diretta. Prima deve inquadrare, filmare e archiviare nella memoria: non nella sua, ma in quella dell’hard disk. Osservate la gente al ristorante: invece di socializzare con i propri commensali, spesso si estranea inviando un diluvio di sms e chatta, chatta con chi è altrove. Anche in questi momenti di aggregazione ci si isola e ci si proietta in un’altra dimensione per condividere emozioni e sensazioni con chi si trova lontano da noi. Sembra che ciò che si vive in diretta vale meno se ciascuno di noi non la condivide con la comunità telematica. La realtà delle nostre sensazioni vive grazie soltanto alla sua rappresentazione mediatica. Carlo Freccero, massmediologo e autore televisivo, afferma che “Tutto ciò è il frutto della cosiddetta cultura della “facebookizzazione”. Dunque faccio tutto solo per poterlo trasmettere alla mia comunità virtuale”. Lo scrittore Walter Siti rincara la dose e dice: “Siamo tutti attori di uno spettacolo planetario, e se non partecipiamo, ci sentiamo esclusi”. Nell’era digitale per dimostrare di esistere davvero bisogna fissare i momenti della propria vita, anche quelli più banali, su una memoria digitale per poterla poi viverla in tempo reale attraverso i social network. Soltanto così la realtà esiste nella sua rappresentazione digitale. Saremo sempre più ostaggio della società tecnologica che ci indurrà, sempre più, a essere “schiavi” mediatici. “Video, dunque sono”, sarà l’imperativo prossimo venturo? A meno che… A meno che non emulare il pianista Keith Jarret il quale al recente Festival di Umbria Jazz prima di dare inizio al suo concerto ha preteso che tutti gli spettatori spegnessero i loro telefonini. “Le emozioni che dà la musica non si raccontano con un iphone. Si vivono!” In alcuni particolari momenti, forse, bisognerebbe spegnerli i nostri diabolici e amati (?) telefonini. Chissà, forse con questo semplice gesto le nostre emozioni si potrebbero vivere come una volta, quando i cellulari erano “addavenì”. Vi ricordate quando la nostra penisola era disseminata da tante cabine della Sip? Preistoria? No. Correvano soltanto gli anni Novanta del secolo scorso.
Alè!
Sergio Calabrese