Italia

Putinismo in crisi. L’intervista di ieri. Oggi la traduzione in russo.

Giusto per non farci mancare nulla.
Ieri l’intervista al quotidiano italiano Europa sulla crisi del

Mia intervista al quotidiano Europa sulle elezioni in Russia

Oggi tra sua traduzione in russo: http://www.inosmi.ru/politic/20111214/180312082.html
Quando, con AnnaViva torneremo a Mosca per le presidenziali, mi aspetto un tappeto rosso…

Ad maiora

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SE CON LA POLONIA NON GIOCA PIU’ L’AQUILA BIANCA

Stasera l’Italia del pallone si troverà di fronte una nuova Polonia. Dalle maglie della squadra polacca è stato infatti eliminato lo stemma del paese sostituito dal logo della Federazione calcistica

Via dalle maglie l’aquila bianca che è uno dei simboli della mitologia fondativa del paese:

http://poloniapolacchia.blogspot.com/2010/02/laquila-simbolo-della-polonia.html

Il più alto riconoscimento polacco, sia dal punto di vista civile che militare, è d’altronde, dal 1700, l’Ordine dell’Aquila bianca:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_dell’aquila_bianca

Nel nuovo logo (ovviamente di una grande marca, la Nike) il tutto è stilizzato e non più identificabile:

http://www.passionemaglie.it/2011/11/design-ispirato-alla-bandiera-per-le-nuove-maglie-della-polonia/

Stasera a Wroclav si prevedono manifestazioni di protesta contro la decisione.

Ad maiora

Abou Elkassim Britel

Finalmente libero Abou Britel

Abou Elkassim Britel, marocchino con cittadinanza italiana, e’ stato scarcerato insieme ai 190 detenuti politici e islamici graziati dal Re Mohammed VI del Marocco. Dopo la lunghissima detenzione la moglie ha avvisato tutti gli amici via mail della fine anticipata della pena.

L’uomo, residente a Bergamo, tornerà presto in Italia.

Vittima – nel pieno delirio islamofobico che ha fatto seguito all’attentato alle Torri Gemelle – di una extraordinary rendition della Cia in Pakistan dove era stato rapito nel 2002, Britel era stato portato in Marocco dove è stato processato e condannato a 9 anni di carcere. In Italia erano invece state  archiviate le inchieste a suo carico, aperte alla Procura di Brescia.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato che sarebbe stato anche sottoposto a tortura.

Per la sua liberazione era stato firmato un appello da parte dell’allora sindaco di Bergamo, Roberto Bruni e da  un centinaio di deputati italiani ed europei.

Nel carcere di Casablanca aveva ricevuto le visita di due delegazioni di  parlamentari guidate da Ezio Locatelli e Tana De Zulueta. Alla troupe del Tg3 (composta dal sottoscritto col collega Ermanno Generali) era stato invece impedito l’ingresso e l’incontro col detenuto.

Malgrado i numerosi scioperi della fame, Britel non era riuscito ad ottenere la grazia, più volte sollecitata anche dalla moglie, Anna Pizzighini.

In questi anni e’ stata lei (che ora, convertita all’islam si chiama Khadija), a sollecitare autorità e giornalisti a mantenere viva – anche grazie a un’aggiornato blog – l’attenzione su questo caso.

Dopo decine di viaggio in Marocco e di frustranti attese in carcere, ora aspetta con ansia il suo ritorno in Italia.

Ad maiora.

Hina, ragazza italiana, almeno da morta

Nel libro “Hina, questa è la mia vita” (Piemme editore) a un certo punto è descritto un episodio del quale sono stato, involontario, protagonista. Nell’estate 2006, nei giorni immediatamente successivi all’assassinio della ragazza bresciana, andammo a cercare qualche esponente della comunità d’origine, quella pachistana, per capire come valutassero l’accaduto. Mentre realizzavamo l’intervista in strada, alcuni automobilisti insultarono l’intervistato, gridandogli “assassino” e altri epiteti. Il mio servizio, quella sera, iniziò così. A segnare il clima scatenato dall’assassinio di Hina.

Il libro scritto dai colleghi Giommaria Monti e Marco Ventura mi è in parte piaciuto e in  parte no.

Le parti del testo in cui si parla della ragazzina, assassinata dai maschi della famiglia perché voleva essere italiana, è toccante. Soprattutto quando descrive la vita sbalestrata di questa giovane catapultata dal Pakistan alle montagne bresciane. La sua vitalità mal si conciliava con le rigide regole della famiglia e lei iniziò presto a ribellarsi ai tanti divieti paterni (come quello di fare il bagno e, alla fine, anche di andare a scuola, che pure marinava).

Non a caso i due autori citano per spiegare i contrasti tra genitori e figli un brano – bellissimo – del Profeta di Khalil Gibran:

«I vostri figli non sono vostri figli.

Essi sono figli e figlie della brama della Vita per la vita.

Essi vengono attraverso voi ma non per voi

E benché essi siano con voi, essi non appartengono a voi.

Voi potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri.

Voi potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, poiché le loro anime dimorano nelle case di domani, che non potrete visitare, neppure in sogno.

Potete essere come loro, ma non cercare di farli simili a voi, poiché la vita procede e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi e i vostri figli frecce vive scoccate lontano, verso il futuro».

Parole che il padre di Hina non ha decisamente fatto sue. Di lui, d’altronde, Hina aveva il terrore, come scriveva nella denuncia che- inviata ai giudice – fece scattare quel meccanismo di protezione sociale che la portò, minorenne, in una struttura protetta: «Ho paura, non mi fido di lui. Già in passato mi hanno ritirata da scuola. Avrei anche paura di essere mandata in Pakistan a sposare un pachistano che neppure conosco». Anche dopo l’assassinio, la famiglia voleva che la ragazza fosse sepolta in Pakistan. Il fidanzato-convinvente (parte civile al processo, a differenza della madre di Hina) si oppose.

Hina diventata maggiorenne ritirò la denuncia nei confronti del padre (nel libro si descrive l’interrogatorio dei giudici che cercano di capire se stesse mentendo all’atto della denuncia o in quello del suo ritiro), sperando in questo modo di riconquistare una pace familiare, seppure apparente. Nel volume si capisce come quello fu invece il primo passo della sua condanna a morte.

E proprio sulle motivazioni dell’omicidio il libro non mi ha fino in fondo convinto. Nell’intervista al padre di Hina, fatta nel carcere di Bollate, lui ribadisce la sua idea proprietaria nei confronti della figlia. La sotterra nel giardino di casa perché la vuole vicina, almeno da morta. Qualcosa di terribile, anche solo a pensarci.

Si cerca però in qualche modo di capire il gesto di Muhammad Saleem. Si parla del delitto d’onore (abolito, come attenuante, in Italia solo nel – non lontano – 1981) e si esclude la pista religiosa per l’assassinio. Però nel giardino di casa, Hina fu sepolta col capo rivolta alla Mecca e il taglio letale lungo il suo collo, sembrò a molti quasi rituale (pur colpita da 28 coltellate). Lo stesso padre di Hina, nell’intervista, dice che è stato condannato a 30 anni di carcere perché islamico e lancia anche un appello: «Per favore, dovete aiutare la mia famiglia. Tutta la vita sempre ho rigato dritto, non ho rubato, non mai fregato. Questa Italia ci ha rovinato, ha rovinato tutto, ha ammazzato tutta la mia famiglia. Senza padre e senza marito sono morti anche loro».

Questa deresponsabilizzazione infastidisce. Un padre assassina la figlia, colpevole solo di voler vivere in modo indipendente, coinvolge altri tre parenti maschi ed è colpa è dell’Italia?

Anche sulla madre di Hina (che compare nel volume) continuo a nutrire forte perplessità. Quelle urla isteriche che lanciò all’atto delle due sentenze nelle quali condannarono il marito-assassino non le ho sentite per la morte della figlia.

Ecco, forse avrei chiesto anche a una collega donna di collaborare alla stesura del libro: le fonti, giocoforza, in una struttura societaria come la nostra, sono infatti tutte maschili, dai carabinieri ai magistrati, dai giudici ai rappresentanti della comunità o agli esponenti religiosi, fino agli stessi narratori.

E poi qualche dubbio rimane. Perché fu messa in vendita la casa di Saluzzo? Perché ad uccidere e a nascondere il corpo di Hina parteciparono tutti i maschi della famiglia salvo uno, il fratello della ragazza (anche lui in Pakistan in quei giorni), che pure alle udienze del processo guardava noi giornalisti come se fossimo marziani pronti ad invadere il suo mondo?

Domande che non hanno trovato risposta nelle aule di tribunale. E che forse non le avranno mai.

Ma quando passo dal Vantiniano di Brescia vado a trovarla Hina. Sola in quel pezzo di terra islamica nel cuore di un cimitero bresciano. Lei, ne sono certo, non avrebbe voluto essere seppellita in Pakistan. Il nostro era (ed è diventato) il suo Paese.

Ad maiora.

Giommaria Monti e Marco Ventura

Hina, questa è la mia vita

Piemme

Pag. 302

Euro 16

Gobetti e quell’Italia protestante mai nata

La sala non è la stessa nella quale 50 anni fa si tenne l’assemblea fondativa del Centro studi Piero Gobetti. Ma, in questo appuntamento a Torino 50 anni dopo, non è l’unica differenza che salta agli occhi.
L’incontro si svolge sotto il magnifico ritratto gobettiano che Casorati realizzò e regalò al Centro proprio nel giorno dell’inaugurazione (fuori ci si preparava a festeggiare Torino ’61 come oggi ci si prepara ai 150 anni).
Mancano rispetto ad allora i protagonisti della vita politica cittadina (forse troppo impegnati a far politica per abbassarsi a iniziative di stampo troppo culturale). Unico a farsi vivo il presidente della Repubblica con una lettera.
Mancano, purtroppo, anche e soprattutto gli amici di Piero e quanti diedero vita prima a Giustizia e libertà e poi al Partito d’Azione. Ma l’azionismo deve essere ancora vivo e vegeto e molto pericoloso visto come è costantemente attaccato dai liberali all’amatriciana che compongono il coro di questa rappresentazione teatrale che chiamiamo politica.
Fuori da via Fabro 6 a Torino, il Paese è in effetti allo sbando.
Non a caso – come hanno sottolineato sia Marco Revelli nei saluti iniziali che Paolo Bagnoli nella prolusione – l’attualità di Gobetti è ancora tale perché irrisolti sono i problemi che l’autore di Rivoluzione liberale denunciava 80 anni fa.
Per mettere a tacere anche questi scampoli di riflessione indipendente anche il Centro Gobetti (come il Teatro Regio peraltro, dove Napolitano andrà nei prossimi giorni) ha subito pesanti tagli ai finanziamenti. Che ne minacciano l’esistenza.
I liberisti in salsa tartufata tagliano alla cultura ma concedono l’ennesima proroga per il pagamento delle infrazioni per le quote latte.
Gobetti veniva spesso bollato di essere protestante o addirittura puritano. Aggettivo che alle nostre latitudini viene ovviamente associato al sesso e a qualcosa di negativo.
Chissà cosa avrebbe scritto delle “quote latte”… O delle polemiche sulla festa per l’unità d’Italia…
Ad maiora.