Avsi

VIta ad Haiti: c’era una volta il Seminario

Ci sono momenti in cui è difficile dire qualcosa. Anche se si fa un lavoro che proprio sulle parola basa parte della sua essenza.

Mi era capitato lo scorso anno ad Onna, insieme al collega Ermanno Generali. Lavorammo senza dirci una parola, schiacciati dall’assenza, dal silenzio della morte. E’ quello che, molto più in grande, si prova a Birkenau, di fronte a quegli enormi spazi vuoti, ma pienissimi di sofferenza.

Dove sorgeva il Gran Seminario di Port-au.Prince, ad Haiti tutto è rimasto come nell’istante dopo il terremoto di nove mesi fa. Le stesse macerie, la stessa devastante  impressione lasciata dalle ondate telluriche che hanno sbriciolato l’intero palazzo, provocando una ventina di morti. Anche la croce si è piegata per la furia della terra. Il Nunzio racconta che si sentiva borbottare la montagna, che si ascoltava il rumore delle rocce che esplodevano.

Abbiamo girato intorno a quel che resta del Gran Seminario con i nostri amici di Avsi, Edoardo e Fiammetta, che pure qui nel passato si era anche fermata a dormire. Mentre Paolo Carpi faceva le riprese, noi camminavamo in silenzio, con gli occhi che vagavano tra le macerie alle ricerca di chissà cosa. Una scarpa, un libro, i fagioli in cucina, il secondo piano schiacciato tra il primo e il terzo.

In questi frangenti, parlare diventa superfluo, non basta a riempire il senso di vuoto lasciato da quel che si vede.

Varcato il cancello intanto la vita haitiana scorre, malgrado le mille difficoltà. Malgrado cicloni, terremoto e colera. E allora si può ricominciare a parlare.

Ad maiora.

Non vendono giocattoli alla Città del Sole di Haiti

L’Onu qualche anno fa lo definì uno dei quartieri più pericolosi del mondo. Fu forse anche per questo che tra il 2005 e il 2007 questo comune (staccatosi amministrativamente dalla capitale Port-au-Prince) fu messo a ferro e fuoco dai soldati – brasiliani – della missione militare delle Nazioni Unite (Minustah): i morti furono decine.
Qui d’altronde spadroneggiavano le bande armate e c’era addirittura una pista d’atterraggio clandestina per l’arrivo di aerei dei narcos. Gli arresti furono 800 e il quartiere da allora e’ sempre degradato (sono praticamente tutti disoccupati) e violento, ma meno di un tempo.
Sorge tra l’aeroporto internazionale e il mare. Un mare bellissimo, che qui e’ un tappeto di immondizia.
Tutta la baraccopoli e’ invasa dall’immondizia.
Non c’e’ un vero e proprio sistema fognario, ma molti degli scarichi della capitale sfociano qui, dove vivono circa 100mila persone.
Alcune, avendo avuto la baracca terremotata vivono ancora in tenda. Avsi (presente massicciamente in questa zona devastata) sta studiando come creare unita’ abitative per queste persone. Senza deludere quanti vivono in baracca, senza farli sentire “meno fortunati” degli altri.
I lavori sono comunque cominciati, per le case come per le scuole (alcune sono già funzionanti, ma qui sono crollate quasi tutte durante il terremoto: non so neanche dove realizzeranno i seggi per le ormai prossime presidenziali).
Una delle tendopoli fuori dalla Cite Soleil sorge sotto un campo da calcio, che un ricco signore locale sta costruendo. Viene realizzato un po’ sopraelevato rispetto alle tende.
Quindi ad ogni pioggia (diluvia spesso qui), su queste persone arriverà ancora più acqua, saranno ancora più sommerse dal fango.
Ad maiora.

Vita ad Haiti: i germogli

Avevo promesso un pezzo sul futuro agricolo di Haiti. Poi, travolto dall’emergenza colera, mi sono occupato di altro. Ma quando anche questa emergenza finira’ – prima che arrivi la prossima – da qualche parte bisognerà ripartire.
L’ong Avsi crede che proprio lo sviluppo agricolo possa dare le basi di una salvezza. Per questo, nel sud dell’isola, lavora sulla riforestazione. Federico Borrelli, giovane e appassionato agronomo, guida la missione che fa lavorare parecchie persone e che cerca di impedire l’erosione dell’isola.

Qui, per fare carbonella, praticamente tutti gli alberi sono stati tagliati. E ogni volta che piove, le montagne si sciolgono e le strade si riempiono di sassi e detriti.
Quindi gli alberi.
Ma anche educazione per un’agricoltura che permetta una dieta più equilibrata. I bambini in queste zone sono spesso denutriti o mal nutriti. Avsi ha un protocollo che non si limita a fornire cibo (qui la base e’ riso e fagioli) ma segue le famiglie con bambini denutriti e prova a proporre un diverso stile di vita agricola: con animali da cortile (polli e conigli) e una differenziazione delle colture.
Solo il tempo dirà se questi germogli daranno i loro frutti.
Ad maiora.

Vita ad Haiti: restare senza valigia

Mesi addietro avevo scritto del film di Clooney, della valigia del viaggiatore. Dei pesi che ci portiamo inutilmente e che ci rallentano il cammino.

Forse per farmi provare di prima persona come vivere in assenza di pesi, quasi come in assenza di gravità, il fato ha deciso di mettermi alla prova qui ad Haiti.

Il posto è già dei meno semplici. Mi ricorda – lo dicevo ieri sera a Fiammetta Cappellini, responsabile di Avsi qui sull’isola caraibica – un po’ il sud dell’Eritrea durante la guerra con l’Etiopia. Ma là appunto c’era la guerra. Qui la crisi sembra quasi endemica. E il colera potrebbe ulteriormente aggravare una situazione che definire complicata non rende ancora l’idea.

La mia vecchia valigia verde, morbida, con le sue maniglie d’ordinanza e una cinghia per portarla a tracolla era stata con me anche in Africa, a quei tempi (mi pare 1999 o 2000).

In questi giorni ha visto l’aeroporto della capitale francese, quello di un pezzo di terra francese nei caraibi (Guadalupe) per essere lanciata su un carrello trasportatore nell’aeroporto di Port au Prince (dedicato a Toussaint Louverture, eroe dell’indipendenza haitiana: qui quasi tutte le cose importanti sono dedicate a lui).

Da lì è stata lanciata su un cassone telonato di un pick-up. Ma non è arrivata con me alla meta.

Sarà scivolata via in aeroporto o magari lungo il tragitto l’avrà afferrata qualche mano. Ora sarà a casa di qualcuno. O magari i vestiti sono finiti in qualche mercatino.

Sicuramente dove sono servono più che a me che ho una casa in muratura, non guadagno un dollaro al giorno, non ho avuto il terremoto e posso lavarmi i denti nel lavandino senza temere di prendermi il colera.

In qualche modo ci si veste (gli amici qui ti aiutano) e alla fine ci si rende conto che si può viaggiare anche senza portarsi troppa roba. Soprattutto in posti come questi dove il caldo è soffocante, sia di giorno che di notte.

Il computer si è salvato e ora è qui con me. Non basta per vestirsi, ma grazie alla tecnologia ti permette di rimanere in contatto con parenti e amici.

E non è poco.

Ad maiora.

Bagni di folla per non far dimenticare Haiti

“Ci sono tantissime persone che hanno fatto ben più di me”. Quando dice queste parole, Fiammetta Cappellini, responsabile dell’ong Avsi ad Haiti, e’ sincera. Nelle prime ore dopo il devastante terremoto che ha provocato 230 mila morti e quasi un milione di senza casa, l’avevo intervistata via Skype: aveva quella sana ritrosia bergamasca verso noi giornalisti. Poi arrivo’ a Port au Prince il Tg1 e mando’ in onda le immagini di Fiammetta che, in lacrime, rimandava – via aereo – in Italia il suo piccolo bambino. Aveva scelto di continuare ad aiutare i più bisognosi. Una scelta che la mise al centro della scena, che fece percepire a milioni di persone il ruolo complesso dei cooperanti. La tv, per una volta utile, facendo vedere la tragedia haitiana con gli occhi di questa giovane donna italiana, permise a tutti di immedesimarsi con la tragedia. Non e’ successo ad esempio con il Pakistan, che pure e’ lontano quanto Haiti (ma il regime di Islamabad “paga” anche il suo essere islamico e non anti-talebano).
Oggi davanti a una platea sterminata qui al Meeting di Rimini, Fiammetta ha spiegato quanti hanno criticato la sua scelta di separarsi dal figlio per aiutare i figli degli altri. Ricordando che per lei, che si professa cristiana, tutti i bambini sono suoi figli e facendo presente che il suo Alessandro aveva una possibilità di scelta, una via di fuga. I bambini haitiani, purtroppo, no.
Ora Fiammetta ha riportato ad Haiti il figlio perché crede che l’isola si risolleverà, perché e’ convinta che la tragedia possa essere un’opportunità per uno Stato orgoglioso, già poverissimo prima del terremoto. Ma gli aiuti dovranno continuare ad arrivare, non potranno cessare solo perché si sono spente le telecamere dei tg e gli articoli sui giornali.
Per questo la Cappellini, vincendo la timidezza, fa questi bagni di folla e si sottopone a una serie di interviste tutte uguali. Ma sono certo che non vede l’ora di tornare a lavorare ad Haiti.