Avsi

Vita ad Haiti: i germogli

Avevo promesso un pezzo sul futuro agricolo di Haiti. Poi, travolto dall’emergenza colera, mi sono occupato di altro. Ma quando anche questa emergenza finira’ – prima che arrivi la prossima – da qualche parte bisognerà ripartire.
L’ong Avsi crede che proprio lo sviluppo agricolo possa dare le basi di una salvezza. Per questo, nel sud dell’isola, lavora sulla riforestazione. Federico Borrelli, giovane e appassionato agronomo, guida la missione che fa lavorare parecchie persone e che cerca di impedire l’erosione dell’isola.

Qui, per fare carbonella, praticamente tutti gli alberi sono stati tagliati. E ogni volta che piove, le montagne si sciolgono e le strade si riempiono di sassi e detriti.
Quindi gli alberi.
Ma anche educazione per un’agricoltura che permetta una dieta più equilibrata. I bambini in queste zone sono spesso denutriti o mal nutriti. Avsi ha un protocollo che non si limita a fornire cibo (qui la base e’ riso e fagioli) ma segue le famiglie con bambini denutriti e prova a proporre un diverso stile di vita agricola: con animali da cortile (polli e conigli) e una differenziazione delle colture.
Solo il tempo dirà se questi germogli daranno i loro frutti.
Ad maiora.

Bagni di folla per non far dimenticare Haiti

“Ci sono tantissime persone che hanno fatto ben più di me”. Quando dice queste parole, Fiammetta Cappellini, responsabile dell’ong Avsi ad Haiti, e’ sincera. Nelle prime ore dopo il devastante terremoto che ha provocato 230 mila morti e quasi un milione di senza casa, l’avevo intervistata via Skype: aveva quella sana ritrosia bergamasca verso noi giornalisti. Poi arrivo’ a Port au Prince il Tg1 e mando’ in onda le immagini di Fiammetta che, in lacrime, rimandava – via aereo – in Italia il suo piccolo bambino. Aveva scelto di continuare ad aiutare i più bisognosi. Una scelta che la mise al centro della scena, che fece percepire a milioni di persone il ruolo complesso dei cooperanti. La tv, per una volta utile, facendo vedere la tragedia haitiana con gli occhi di questa giovane donna italiana, permise a tutti di immedesimarsi con la tragedia. Non e’ successo ad esempio con il Pakistan, che pure e’ lontano quanto Haiti (ma il regime di Islamabad “paga” anche il suo essere islamico e non anti-talebano).
Oggi davanti a una platea sterminata qui al Meeting di Rimini, Fiammetta ha spiegato quanti hanno criticato la sua scelta di separarsi dal figlio per aiutare i figli degli altri. Ricordando che per lei, che si professa cristiana, tutti i bambini sono suoi figli e facendo presente che il suo Alessandro aveva una possibilità di scelta, una via di fuga. I bambini haitiani, purtroppo, no.
Ora Fiammetta ha riportato ad Haiti il figlio perché crede che l’isola si risolleverà, perché e’ convinta che la tragedia possa essere un’opportunità per uno Stato orgoglioso, già poverissimo prima del terremoto. Ma gli aiuti dovranno continuare ad arrivare, non potranno cessare solo perché si sono spente le telecamere dei tg e gli articoli sui giornali.
Per questo la Cappellini, vincendo la timidezza, fa questi bagni di folla e si sottopone a una serie di interviste tutte uguali. Ma sono certo che non vede l’ora di tornare a lavorare ad Haiti.

Meeting impermeabile alla crisi

Al Meeting non si percepisce la crisi politica in cui si dibatte il centro-destra. Da tempo Cl ha stretto alleanza (tattica) con Berlusconi ma ora non sembra domandarsi che ne sarà della Pdl, se si andrà a votare. Del Movimento, qui tra le grandi vetrate della Fiera di Rimini, si percepisce che si sente una (come direbbe Veltroni) “forza tranquilla”, impermeabile alle mareggiate finiane.
Qui non c’è crisi. La Fiera e’ piena come un uovo (per lo più ragazzi) e gli alberghi riminesi ringraziano ogni anno per l’intuizione avuta da un manipolo di ciellini nel 1980: portare, con questa manifestazione, migliaia di persone, in una settimana nella quale i turisti rientravano per il contro-esodo.
Il meeting è fatto di dibattiti che iniziano alle 11 di mattina e terminano nel tardo pomeriggio. La sera, concerti e spettacoli teatrali. Con tutti i posti occupati.
Gli incontri non prevedono contraddittorio. Quello sull’energia, che ho seguito oggi, aveva 5 relatori su 5 pro-nucleare.
Tra i numerosissimi stand si trovano anche donne ugandesi che creano collane (coloratissime) di carta riciclata e che, vendendole, finanziano la costruzione della scuola per i loro figli. Il tutto grazie all’aiuto di Avsi, una delle ong (che aderisce alla Cdo), cui personalmente sono più affezionato. Grazie al sostengo a distanza continuano a operare anche in Libano e a Haiti, luoghi purtroppo ormai dimenticati da noi giornalisti.

Il (temporaneo) ritorno di Fiammetta

La faccia sorridente, l’imbarazzo di fronte alle domande dei giornalisti e ai numerosi flash. L’abbraccio col figlio e con i genitori. È stato questo il primo ritorno a casa di Fiammetta Cappellini dopo il terremoto di Haiti. La responsabile dell’ong Avsi a Port au Prince a gennaio, quando il sisma ha raso al suolo la metà haitiana dell’isola, aveva dovuto rimpatriare il figlio, affidato alle cure dei nonni materni (bergamaschi).

L’immagine di lei che piange all’aeroporto mentre si separa dal piccolo Alessandro ha fatto il giro di tutte le televisioni italiane. Il classico bivio che deve affrontare chi fa del volontariato il proprio lavoro: doversi occupare degli altri, prima che della propria famiglia. Per Fiammetta, come ha ripetuto ieri, la scelta è stata inevitabile, ma ora ha annunciato la volontà di riportare Alessandro “a casa”, dove per casa si intende Haiti.

Dopo un can-can mediatico durato due settimane, l’informazione italiana ha dimenticato Haiti. Non così hanno fatto le organizzazioni non governative che, fortunatamente, continuano a lavorare per il prossimo anche lontano da politici e telecamere.

Avsi, giusto per fornire un esempio ha ad Haiti 9 espatriati (cooperanti, professionisti, aggiungiamo noi), e 125 persone di staff locale. Fiammetta Cappellini, rientrata per queste feste pasquali ha detto: «Sono impressionata dall’ordine che si vede qui. Contrasta moltissimo con la distruzione e il caos che ci sono ancora a A Port au Prince dopo il terremoto del 12 gennaio. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto e ci stanno sostenendo per questa emergenza. Purtroppo non è ancora finita. Non ancora tutte le persone hanno un riparo dignitoso, e la vita della gente, specie la più povera, deve ancora riprendere».

Pensateci mentre siete in giro per queste vacanze pasquali.

Ad maiora