Anna Politkovskaja

Libertà di stampa. In Russia, ma non solo.

Mosca 1991 di Alessandra Attianese e Bruna Orlandi

Russia 1991: quella primavera mai diventata estate

Oggi viene inaugurata, alla Fabbrica del Vapore di Milano, la mostra fotografica dedicata a Russia 1991. Durerà fino al 5 luglio:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/05/27/a-milano-una-mostra-fotografica-sulla-russia-del-1991/

Questa la presentazione:

http://www.youtube.com/user/FotoEfilm?email=subscription_find_your_friends_create

Dato che sono a seguire il primo consiglio comunale dell’Era Pisapia non potrò (pur annunciato) partecipare all’inaugurazione. Questo il testo che ho mandato agli organizzatori.

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Un inverno lungo 70 anni, forse 100, forse 1000.

Poi una primavera dirompente. Come quelle piante le cui radici sollevano l’asfalto. O quei rampicanti che fanno saltare le tegole. O si insinuano nei muri, facendoli crollare.

Muri innalzati in fretta e furia, ufficialmente per fermare la deriva fascista in realtà per impedire alla gente di scappare dal sogno socialista che sarebbe diventato presto un incubo.

Dal 9 novembre 1989 (col crollo di quel Muro) fino alla fine del 1991 con la bandiera rossa ammainata sulla torre del Cremlino, tra Berlino e Mosca, tra Kaliningrad e la Jacuzia ma anche tra Tallinn e Tashkent è scoppiata la primavera. Forte e devastante come la luce che squarcia il buio. Una lunga notte fatta di illusioni, di sogni, di speranze, ma anche di gulag, di carri armati, di repressioni.

Le facce, spesso stupite che potete osservare in questa mostra fotografica dedicata alla “Russia 1991” sono lì a testimoniare quanto accadde. Come il risveglio dopo un incubo, quando – col cuore in subbuglio – ci si sfregano gli occhi per capire se è davvero tutto finito.

Gli scatti di Alessandra Attianese e Bruna Orlandi raccontano proprio “un altro tempo, un altro luogo”. Anzi, davvero un non-luogo. Quale può essere quello di una primavera che non sfocia nell’attesa, sperata, agognata, estate.

Per molti paesi ex sovietici, Russia in testa, quei timidi passo verso la democrazia, verso l’autodeterminazione individuale, furono davvero non solo i primi, ma anche gli ultimi.

Non si è tornati all’inverno. Non si è tornati indietro. Niente lavori forzati, niente campi di lavoro, nessuna deportazione.

Ma non si sono fatti nemmeno passi avanti, il grano che nelle foto si vede spuntare dalla terra non ha germogliato.

La dittatura è diventata televisiva.

E i pochi che si sono opposti sono stati spediti in carcere, sono stati isolati o sono finiti ammazzati, come Anna Politkovskaja alla cui memoria è dedicata Annaviva, associazione che convintamente ha aderito a questo progetto, a questa mostra che è qualcosa di più di una serie di (belle) fotografie. È un racconto per immagini. Capace di mostrare quel che è stato e forse quello che avrebbe potuto essere.

“Collezionare fotografie è collezionare il mondo” scriveva Susan Sontag. Ed è quel che han fatto Alessandra e Bruna.

Sperando che quella primavera congelata si sciolga prima o poi in una estate democratica. Perché le bandiere arancioni sventolino oltre che sotto il Duomo di Milano anche sotto il Cremlino.

Il vento è cambiato anche al Cairo e a Damasco. Quel mix fatto di partecipazione e internet, con le armi della nonviolenza, non potrà non portare una nuova stagione democratica anche nella Russia di Putin.

Ne sono certo. Ne siamo certi. Perché alla primavera non può che seguire l’estate. E pazienza se ci deluderà. L’inverno è infruttifero anche se stiamo al caldo. È bene ricordarlo a quanti rimpiangono il buon ordine di un tempo. Anche da noi i treni arrivavano puntuali, quando c’era Lui. Quei treni che, puntualmente, mandarono al macello migliaia di cittadini italiani “colpevoli” solo di essere ebrei.

Anche per questo spero e speriamo che i semi che si osserva spargere nelle foto di Alessandra e Bruna finiscano per fiorire.

È quello il nostro sogno. Anzi il nostro obiettivo. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si tentasse sempre l’impossibile” diceva Max Weber cento anni fa.

Nel nostro piccolo lavoriamo su questo piano inclinato.

Ad maiora.

Lapide per Budanov

Omicidio Budanov: autorità russe parlano di “provocazione”

Quando nel 2006 fu ammazzata Anna Politkovskaja, il presidente Putin (a fatica, a Dresda, sua città d’azione come agente del Kgb) disse che la collega era sconosciuta in Russia e che dava più fastidio da morta che da viva.

In questi giorni hanno cercato, con un’operazione propagandistica, di mettere la parola fine alla claudicante inchiesta giudiziaria sul suo caso. L’arresto dell’ultimo dei fratelli Makhmudov dopo che sono andati assolti gli altri due, finirà o con un buco nell’acqua o con l’offerta ,in chiave elettorale, di un capro espiatorio.

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/06/01/sara-davvero-il-killer-di-anna-politkovskaja/

Ieri è stato assassinato nel pieno centro di Mosca, l’ex colonnello Jurij Budanov, uno dei pochi militari condannato per crimini contro i civili in Cecenia. Uccise (e forse stuprò) Elsa Kungaeva, di diciotto anni, colpevole solo di essere cecena. Condannato a 10 anni, era uscito di cella dopo soli 8 anni e sei mesi.

Un killer gli ha sparato nel pieno centro di Mosca.

Il suo corpo non si è ancora completato che già uno dei portavoce del Consiglio della Federazione Russa, Alexandr Torshin, parla di dell’uccisione dell’ex colonnello (era stato radiato dal corpo dopo la condanna) come di “ una provocazione messa inscena per seminare discordie interetniche in Russia”. Invitando poi a  non trarre conclusioni affrettate e a non stabilire colpevoli senza processo.

Segnale che il regime perde colpi (ma non il vizio). Segni premonitori del fatto che anche in questo caso sarà difficile per investigatori e inquirenti indagare a fondo su questo ennesimo omicidio politico nella Russia di Putin.

Finiranno per accusare gli oligarchi riparati all’estero. Poi di un complotto: una buona via di fuga per non assumersi responsabilità.

Magari qualcuno alla fine verrà anche arrestato. Tra un anno si vota per chi siederà al Cremlino. Fuori dalle cui mura (ovviamente per gettare discredito sul Paese) si continua a sparare. Come fossimo a Mogadiscio,

Ad maiora.

Lapide per Budanov

Assassinato anche Budanov. Non si ferma la scia di sangue a Mosca

Assassinato a colpi di pistola in mezzo a una strada di Mosca. Si chiude così l’avventura terrena di Jurij Budanov, primo colonnello dell’esercito russo condannato per crimini contro l’umanità.

Mentre era di stanza in Cecenia, una notte, aveva preso con sé un manipolo di commilitoni ed era andato a casa Kungaev. Aveva rapita una ragazza diciottenne. L’avevano portata in caserma. Lì Elsa Kungaeva, forse per cercare di evitare lo stupro, era stata ammazzata dallo stesso Budanov. Era stata seppellita non distante dalla caserma e ritrovata il giorno dopo, grazie all’insistenza del padre e al coraggio di un generale.

Per salvare dalla condanna il colonnello Budanov ci furono manifestazioni fuori dal tribunale e parecchie dichiarazioni politiche. Il regime cercò di coprire quel gesto agghiacciante con perizie che ne dimostravano l’incapacità temporanea di intendere e volere.

Malgrado ciò (e grazie a una campagna di stampa sostenuta, in prima linea, come sempre da Anna Politkovskaja) Budanov era stato condannato a 10 anni di carcere. Solo per l’omicidio. Non per lo stupro (pure dimostrato dalle autopsie). Proprio su questa vicenda ho scritto il mio primo testo teatrale “Elsa (non è stata violentata)” che spero andrà in scena ad ottobre (grazie a un accordo Annaviva e LattOria).

Budanov ovviamente non si è fatto nemmeno i dieci anni di carcere per l’omicidio di una giovane innocente. E’ uscito di cella in anticipo, nel 2009, grazie alla buona condotta. A quel tempo mi dispiacevo che non ci fosse più viva Anna Politkovskaja per denunciare questo fatto. Ci pensò l’avvocato della famiglia Kungaev. Ma dopo la conferenza stampa in cui annunciava il ricorso alla giustizia europea contro tale scarcerazione, Stanislav Markelov era stato ammazzato a colpi di arma da fuoco. Con lui era caduta sotto i colpi del killer anche la giovane stagista della Novaja, Anastasia Baburova. La giustizia russa pochi mesi fa ha stabilito che sono stati assassinati da una coppia di neofascisti.

Ora anche Markelov ha fatto la stessa fine. Assassinato dopo aver lasciato lo studio di un notaio. Nel centro di Mosca. Come Anna, come Stanislav come Anastasia. Vittime di una catena di omicidi che speriamo siano finiti. Questa matrioska di morti ammazzati lascia infatti sgomenti.

Ad maiora.

Gli inquirenti russi hanno reso noto che Yuri Budanov, il colonnello dell’esercito russo accusato di aver ucciso una ragazza cecena, è stato assassinato nel centro di Mosca. Sembra che un assassino la cui identità non è ancora stata scoperta, ha sparato sei colpi contro Budanov non appena l’ex-colonnello era uscito dall’ufficio di un notaio in una delle vie centrali di Mosca. Quattro dei colpi lo hanno raggiunto alla testa, uccidendolo all’istante, e il suo corpo è stato trovato su un marciapiede vicino ad un parco giochi. La commissione d’inchiesta ha detto che l’assassino ha lasciato un fucile dotato di il silenziatore in un’auto mezza bruciata, trovata a diversi isolati di distanza dal luogo dell’omicidio. Vladimir Markin, portavoce del comitato investigativo, ha detto: “Questo omicidio è stato attentamente pianificato”. Budanov era stato condannato a 10 anni di carcere per sequestro di persona e strangolamento della 18enne Heda Kungayeva nel 2000 durante la guerra tra i separatisti ceceni e il governo federale.

Natalija Estemirova

Serata in ricordo di Natalija Estemirova

Venerdì sera (20 maggio) l’associazione Annaviva organizza una serata in in ricordo di Natalija Estemirova.

Ci troveremo dalle 20.45 alla Libreria Popolare di Via Tadino 18 a Milano.

La scorsa estate il prendente Medvedev annunciò che erano stati individuati i killer della giornalista russa uccisa tra la Cecenia e l’Inguscezia nel luglio 2009. La stampa di tutto il mondo (e anche la distratta politica internazionale) si accontentò di quella dichiarazione propagandistica. Sono passati dieci mesi e i killer, sempre che fossero stati veramente individuati, se ne vanno a spasso per la Federazione Russa o magari per l’Europa.

Assassinata a colpi di makarov 9 mm, la stessa arma che usarono per uccidere Anna Politkovskaja. Una pistola un tempo in dotazione alle forze armate sovietiche. Per Natalija come Anna, stranamente, non sono mai stati trovati gli esecutori materiali.

Le due giornaliste erano d’altronde attive sul fronte dei diritti umani ed erano invise a quel presidente ceceno (l’impresentabile Ramzan Kadyrov) grazie ai cui petrorubli si è assistita qualche giorno fa alla patetica partita di calcio che ha visto protagonista anche Maradona. Triste esempio di uno spettacolo globale del quale lo sport è uno dei principali motori.

Di questo e di altro parleremo venerdì sera a Milano. Ascoltando Fabrizio Ossino, che si è da poco laureato alla Sapienza di Roma con una tesi su come i media europei hanno coperto l’omicidio Estemirova.

Con imbarazzanti risvolti anche per il giornalismo nostrano.

Vi aspettiamo.

Ad maiora

Joint Mobile Group

Premiata Ong russa che difende i civili in Cecenia

A Dublino, Mary Robinson, presidente della Mary Robinson Foundation — Climate Justice, ha conferito l’annuale premio “Front Line” per i difensori dei diritti umani a rischio (“Human Rights Defenders at Risk”) all’ong russa Joint Mobile Group attiva nel Caucaso dove, malgrado i rischi per la loro vita, non ha interrotto le indagini sulla tortura e sugli scomparsi. Non li hanno fermati gli omicidi di Natalija Estemirova (giornalista, attivista di Memorial, rapita in Cecenia e trovata assassinata in Inguscezia il 16 luglio 2009) e della coppia Zarema Zadulaieva e Alik Dzhabrailov (attivisti dell’ong Salviamo la generazione, assassinati a Groznij l’11 agosto 2009). Questi delitti (come quello di Anna Politkovskaja) rimangono – colpevolmente – senza colpevoli.

Per capire le attività del Joint Mobile Group è sufficiente guardare questo video:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ksNF6IuIPGM

Nelle motivazioni del premio è scritto: “Il lavoro del Joint Mobile Group è un esempio che fornisce ispirazione a chiunque voglia, nonostante le pressioni e i rischi, continuare a difendere la giustizia, la verità e lo Stato di diritto. È la negazione di accesso alla giustizia, che consente tiranni a prevalere. Questo è il motivo per il lavoro dei difensori dei diritti umani come il Joint Mobile Group così importante”.

Questo il sito di Frontline che ha istituito il premio:

http://www.frontlinedefenders.org/

Questo invece, quello dei premiati:

http://www.rightsinrussia.info/home

Non mancate.

Ad maiora.

Ad maiora.