Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

11.9 IL GIORNO CHE HA CAMBIATO IL MONDO

Alcune immagini fanno ormai parte del patrimonio culturale di chiunque sia nato nel precedente millennio. Altri fotogrammi li avremo forse rimossi, travolti da quel drammatico susseguirsi di video e foto che caratterizzarono la data simbolo dell’attacco alle Torri Gemelle.

L’11 settembre e’ stato il primo attentato in diretta tv e sotto l’occhio di centinaia di fotografi. Le opere dei migliori tra loro (da James Nachtwey a Steve McCurry, da Alex Webb a Gilles Peress e Susan Meselas) sono in mostra fino al 2 ottobre a Palazzo Reale di Milano. il giorno che ha cambiato il mondo, il titolo dell’esposizione, promossa da Palazzo Marino, Fondazione Forma in collaborazione col Corriere della sera:

http://www.comune.milano.it/dseserver/webcity/portale/palreale.nsf/index.htm?readForm&settore=MCOI-66DHPH_HP

Le immagini ripercorrono quella giornata di New York iniziata con i due aerei lanciati contro le Torri Gemelle e finita tra macerie irriconoscibili, dove sono spesso i Vigili del fuoco l’unica forma di vita.

La luce di tante fotografie, ricorda – nella sua irrealtà – i colori dei quadri di Edward Hopper.

Nel cortile di Palazzo Reale sarà possibile vedere L’ultima cena globalizzata di Antonio Paradiso, realizzata con i resti delle Twin Towers.

Domenica alle 20 al Teatro alla Scala l’Orchestra Sinfonica e il Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, sempre per il decennale, eseguiranno due opere con un loro perché. Il Canto del destino di Johannes Brahms (che mette in musica Hölderin e l’impotenza umana davanti a ciò che non si può conoscere):

http://youtu.be/hxwb0wC4gIE

E il War Requeim di Benjamin Britten, musica con la quale fu non a caso riconsacrata la Cattedrale di Coventry dopo la conventrizzazione:

http://youtu.be/Qplk3PL-ltw

Ad maiora

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11.9 Il giorno che ha cambiato il mondo

Palazzo Reale

Piazza Duomo, 12

Milano

Dall 10 settembre al 2 ottobre

Ingresso gratuito

UNA STRATEGIA NONVIOLENTA PER ABBATTERE IL REGIME

“Molte persone in buona fede sono convinte che basti denunciare il regime oppressivo con sufficiente determinazione e protestare abbastanza a lungo per cambiare le cose. Ma non è così”. E ancora: “Le proteste e la dissidenza individuali possono essere nobili ed eroiche, ma un movimento di resistenza che vuole abbattere un regime richieste proteste e dissidenza collettive”.
Così Gene Sharp continua la sua opera di informazione e divulgazione dell’azione nonviolenta per abbattere le dittature. Il nuovo volume tradotto in italiano è “Liberatevi!”.
È una guida che rappresenta un’evoluzione di “From Dictatorship to Democracy” (da poco uscito per i tipi di Chiarelettere col titolo “Come abbattere un regime”) per – come spiega il professore americano -“preparare una strategia di liberazione” che sia “responsabile, intelligente ed efficace”. E prende a esempio le rivoluzioni colorate di questi anni nell’Europa orientale. Senza dimenticare la plateale sconfitta di piazza Tienanmen.
Ma il discorso si può ampliare ora anche alla recente cosiddetta “primavera araba”. E nel libro vengono spiegate anche le modalità per, una volta vinto, “prepararsi a bloccare e sconfiggere il processo di emancipazione democratica, politica, sociale ed economica, per imporre un nuovo regime oppressivo”. Proprio quel che sta accadendo ora in Egitto dopo il miracolo di piazza Tahir.
Jamila Raqib, collaboratrice di origini afgane dell’Albert Einstein Institution dal 2002 nell’introduzione spiega che in questi anni tanti gruppi in situazione di crisi hanno chiesto consigli su “come pianificare una strategia per raggiungere i propri obiettivi”. “Liberatevi!” offre questa serie di supporti. O meglio li indica per punti, suggerendo gli altri testi da leggere (quasi tutti di Sharp o di Robert Helvey). Perché “con una preparazione attenta e una pianificazione scrupolosa le possibilità di successo della lotta nonviolenta aumentano in modo significativo” e, come specifica l’anziano studioso, non si può pianificare una strategia nonviolenta “senza prima aver compreso appieno il metodo”.
Sharp invita a scalare i “gradini della liberazione” partendo dai più piccoli, realizzando “campagne secondarie con obiettivi circoscritti”, alla portata della gente comune, colpendo i punti deboli del regime, ottenendo immediati risultati, capaci di convincere la popolazione di poterne ottenere anche di più grandi.
L’importante è non fare iniziative a caso, ma studiare una strategia: “Pensare strategicamente significa calcolare come agire realisticamente in modo da modificare la situazione presente e avvicinarsi agli obiettivi sperati. Non si tratta solo di desiderare che ciò avvenga, né di dichiarare la propria opposizione al sistema attuale”.
Come avviene in questi giorni in Bielorussia dove la dissidenza dopo la sconfitta della “rivoluzione dei jeans” non si è arresa e passa dall’applaudire ironicamente il dittatore Lukashenko (ignoto al nostro ministro della Difesa) a metter come suonerie vecchie canzoni sovietiche dei tempi della Perestrojka.
Una risata, speriamo, li seppellirà.
Ad maiora.
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Gene Sharp
(in collaborazione con Jamila Raqib)
Liberatevi!
Add editore
Torino, 2011
Pagg.126
Euro 7

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DOPO DI LUI UN (INASPETTATO) DILUVIO

Un libro da leggere in questi giorni in cui si parla del dopo-Berlusconi. Anche se il titolo del volume di Oliviero Beha “Dopo il diluvio” (Chiarelettere) fa pensare a grandi imperatori francesi. E invece bisogna guardare più in basso, molto ma molto più in basso: “Le escort di Bari e non solo, lo scandalo Tarantini, la D’Addario a fotografare il premier a Palazzo Grazioli nel leggendario “lettone di Putin” con tanto di registrazioni delle telefonate e dei momenti hard. Dovessi sceglierne una, opterei per la registrazione dello scambio in cui Lui la richiama perché ‘è tornato forte come un toro’, Lei accorre ma lo trova ‘inadeguato’, Lui risolve con un ‘Beh, allora pisciami addosso’ che la Repubblica dovrebbe adottare come story board pubblicitario e insieme epigrafe di questo favoloso Terzo millennio. Dopo di lui il diluvio, appunto…”
Sono state le uniche parole che mi hanno fatto piegare in due dal ridere di un volume che è tutt’altro che allegro e capace di dare speranze. Ma è stato scritto prima della recente tornata elettorale…
Beha, giornalista e polemista (che purtroppo non possiamo più vedere sul Tg3) se la prende con Carlo Freccero che (intervistato dal Giornale) dice una frase davvero discutibile: “L’intellettuale italiano che è stato più sopravvalutato? Certamente Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini rappresenta invece il leitmotiv di un racconto che Beha fa degli ultimi anni della nosta stanca Repubblica. Diventata, non solo mediatica, ma anche pubblicitaria. Capace di creare “un flusso mediatico che promuove e vende merce come un’altra, un candidato come un automobile un pannolino un tipo di carta igienica. Berlusconi ha introdotto una novità che colpisce dritto al cuore di questa comunicazione. Ha svuotato le parole come gusci d’ostrica, ha mangiato l’ostrica e ne parla come se dentro il guscio ci fosse ancora qualcosa. Dentro non c’è più nulla. A colpi di dico/non dico, e poi di bugie e smentite e contraddizioni qualsiasi, su cose importanti come su pinzillacchere, Lui continua a “spacciare conchiglie” che sono vuote da un pezzo. Che valgono solo in quanto conchiglie teoricamente piene e in realtà desolatamente prive di ostriche, un prodotto mediatico cui gli italiani si sono assuefatti perfettamente, o quasi”.
Beha critica aspramente anche Bersani (“correo di aver sempre considerato ‘normale’ Berlusconi a patto di vincere le elezioni), i politici trombati che vanno a dirigere le Asl (a volte anche se sono in odore di ‘ndrangheta), e Giorgio Napolitano di cui ricorda le tante controfirme (come al decreto salva liste) ma anche le critiche a Clementina Forleo, da tempo ormai ‘esiliata’ in provincia.
Beha vede elementi positivi nella nascita del “Fatto quotidiano” e si augura per l’Italia una svolta arancione: “Bisogna uscire dal Teatro Italia, evitare l’asfissia. Respirare altra aria. Girare per strada, e organizzandosi fare fra Galdino casa per casa, scuola per scuola, università per università, associazione per associazione culturale, politica, ricreativa, sportiva, ecologica e quant’altre ve ne siano. Farlo perché è necessario, perché nel Teatro la vicenda è già finita, e se fino a ieri era solo scadente la pièce, adesso sta addirittura bruciando l’edificio”.
Il fuoco ora sembra sia stato spento dalla mobilitazione popolare (e digitale). Vedremo se, a differenza di Kiev, chi ha preso il potere non finirà per deludere. Tante più alte le aspettative, tanto più forti i rischi di disamoramento.
Ad maiora
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Oliviero Beha
Dopo di lui il diluvio
Chiarelettere
Milano, 2010
Pagg. 236
Euro 14

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QUELLA FEROCE GIOVENTU’ CHE CONTINUA A UCCIDERE. SENZA UN PERCHE’

«Quando si arriva a uccidere, non si uccide più il nemico – l’altro che ti ha “rubato” la ragazza e, di seguito, la ragazza che lui si è portato via – ma la ragazza che, lasciandoti, ti “ha rubato” la sicurezza, l’identità, un malinteso senso di proprietà. E il rispetto». Quando in questi giorni sentendo le cronache sull’ex fidanzato che ha ucciso la coppia di fratelli a Milano, mi è tornata alla mente questa illuminante frase del collega del Corriere della sera Cesare Fiumi.

Chi in queste ore si sta domandando quale sia il movente di quel, terribile, duplice delitto, farebbe bene a fare un salto in libreria a comprare “La feroce gioventù” (Dalai editore).

È un elenco di tante piccole e grandi violenze che hanno sconvolto (spesso giusto per il tempo di un tg) il nostro Paese negli ultimi due anni. Tanti delitti senza un perché, con gli immancabile amici “senza parole” che “non sanno darsi pace” come recitano i giornalisti seguendo un copione trito.

Fiumi accusa per quel che sta succedendo i genitori che non fanno più i genitori e gli insegnanti che non fanno più gli insegnanti. Per questi ultimi trova delle giustificazioni per come la politica li ha (mal)trattati negli ultimi anni: «Una catastrofe educativa di cui portiamo i segni vistosi, da quando il docente, il suo ruolo, è stato prima delegittimato, quindi ridotto a ramo secco da tagliare, evitando così, recita la leggenda, di aumentare le tasse. Lasciando in questo modo che insegnanti sempre più sconsolati e genitori frustrati e incontrollati se la vedano tra loro nell’ultima, melanconica, feroce lotta di classe».

Per i non-genitori, l’inviato del Corsera non trova scuse: «Storia di un vuoto. Cognitivo. Emotivo. Valoriale. Parole e significati considerati oggi ciarpame educativo che nessuno si prende più la briga di passare, di tramandare in qualche modo a ragazzi che a vent’anni sono già un catalogo di autostima arrugginita. Compito mancato per indolenza, per una sorta di accidia etica fatta di “chi me lo fa fare”, “ho tante cose a cui pensare” e alla fine “lui di arrangerà”. Troppi genitori incapaci di assumersi la responsabilità di esserlo sul serio, mica soltanto portando lo stipendio a casa, il figlio a scuola e la famiglia in vacanza».

I ragazzi, allo sbando, diventano così «anaffettivi e feroci» che passano «ore fatte di niente, passate a rimuginare le proprie frustrazioni», che finisce per diventare una «generazione orfana del concetto di responsabilità» che finiscono per dare fuoco al barbone o picchiare il “marocchino” per noia. Con danni difficilmente quantificabili: «In questa Italia declinante, interi pezzi di adolescenza e di gioventù si staccano dal comune sentire, da un’etica condivisa, e se ne vanno alla deriva come iceberg, ghiacciati dentro, senza un progetto e una direzione (da loro) prestabilita. Qui non c’entra la malavita organizzata, ma una “vita mala”, destrutturata di ogni condivisione e senza più colonna vertebrale etica, che si fa branco per appoggiarsi a qualcosa quando la noia di sé procura nausea».

Due sono le storie più toccanti che Fiumi racconta. La prima è quella del tassista milanese, ucciso a calci e pugni dopo aver investito involontariamente un cagnolino: «Luca è pacato, non alza mai la voce, ama le filosofie orientali, ha studiato il karma e la reincarnazione, è un non-violento e ha pianto quando, un mese prima, gli è morto un canarino. E adesso è addolorato per aver messo sotto le ruote del suo taxi quel cocker svitato, lasciato correre senza guinzaglio lungo il marciapiede e che, all’improvviso, ha deciso di attraversare di corsa la strada. Luca si è fermato, si è scusato con la padrona dell’animale. Dice con un tono mite: “Ripeto, mi dispiace molto, ma se lo aveste tenuto al guinzaglio…”. Lo dice a gente che non piangerà mai di dolore per la morte di un canarino, solo di rabbia per non saper ribattere una verità. Lo perde la sua sincerità, il fatto di essersi subito fermato e preoccupato. Lo perde quel suo essere ancora una persona lì, in largo Caccia Dominioni, dove i due mutanti si fanno avanti a pugni, calci e ancora calci e pugni. (…) “Sei nell’anima”, ha cantato Patrizia al suo Luca, per giorni e giorni, certa che lui l’ascltasse dal suo coma. Luca che abitava in via della Pace. L’indirizzo di una vita e del suo stile. È come se in largo Caccia Dominioni fosse andato in scena un martirio alla fine di una resa dei conti tra due mondi. Una resa dei conti che solo uno di questi mondi voleva, però».

L’altra storia è quella dell’infermiera spintonata e abbandonata a terra alla stazione Termini di Roma: «A Roma, non solo insulti ai carabinieri che vanno ad arrestare chi ha colpito per frustrazione e rabbia, ma solidarietà piena a lui, chi ha picchiato, da parte di amici (tanti) e parenti. Non importa se la vittima della sua aggressione è morta, dopo una settimana di ospedale: giù applausi e tifo a favore  per il ventenne “normale” del quartiere che sta per entrare in galera con l’accusa di omicidio preterintenzionale. E che, da sotto il cappuccio della felpa, mentre lo portano via, sorride, saluta, mostra di gradire. “Alessio ha sbagliato, ma può capitare”. Di colpire e di andarsene – lo racconta il filmato della telecamera, perché ormai le aggressioni te le puoi pure rivedere, sono uno spettacolo multimediale – senza neppure curarsi delle condizioni di salute di chi ha appena sbattuto a terra e che tra sette giorni morirà. “Se una femmina te attacca come un maschio perde il privilegio d’esse’ trattata da donna”, spiega il coro dei sodali. Sì, perché a morire stavolta è una signora, un’infermiera, Maricica Hahaianu, 32 anni, madre di un bambino di tre anni. Un bel salto di qualità. “E poi quella era romena, e si sa come sono i romeni”, scrive un altro tipo sul blog. Già, mica una donna quella, una persona, una madre».

Storie purtroppo dimenticate che raccontano invece un qualcosa che si è rotto fra varie parti della società italiana e che il duplice omicidio di Milano, ma anche quello di Desenzano del Garda stanno anche in queste ore dimostrando.

La speranza che Fiumi lancia nelle ultime pagine del suo libro e che raccogliamo è che siano gli stessi ragazzi a curarsi di questi loro coetanei allo sbando. Una rivoluzione colorata nel nostro Paese non potrà che passare da questa cruna dell’ago.

Ad maiora.

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Cesare Fiumi

La feroce gioventù

Dalai editore

Milano, 2011.

Pagg. 168

Euro: 16,50

HAITI, RIPARTIRE DOPO “L’INNOCENZA VIOLATA”

Un libro interessante per chi voglia approfondire quel che è accaduto negli ultimi anni ad Hati (l’isola caraibica è, ahinoi, scomparsa da tutti i media). “Haiti, l’innocenza violata” di Marco Bello e Alessandro Demarchi (Infinito edizioni) si concentra più che sugli aspetti politici sui movimenti sociali presenti sull’isola, movimenti che hanno faticato a diventare centrali nella storia di questo sfortunato Paese.

Sfortunato perché come spiegano i due esperti, questo Stato coraggioso che si è staccato prima di tutti dal giogo colonialista ha pagato cara questa scelta: «Haiti sembra essere povera da sempre. Almeno dalla conquista spagnola del 1492, considerando il concetto occidentale di “povertà” applicabile da quella data. Solo un anno prima, Haiti si era indebitata con banche private francesi per 24 milioni di franchi, rivalutati in 21 miliardi di dollari attuali: tanto la Francia reclamava come indennità per aver perso la sua colonia più redditizia. È l’inizio del suo impoverimento cronico, non solo finanziario. Il debito comprende anche un pagamento in natura, a base di legno pregiato: si continua così il disboscamento dell’isola, già devastata per far posto a piantagioni coloniali. La storia economica di Haiti è subito in salita».

Il volume affronta il ruolo della chiesa nella società haitiana che «a causa dell’assenza endemica dello Stato per quanto riguarda i servizi per la popolazione, la chiesa e i religiosi gestivano (e gestiscono ancora oggi) la maggior parte delle scuole e delle strutture sanitarie». Ma anche e soprattutto degli Stati Uniti che, dal1915 inavanti, mettono il becco (e spesso anche gli scarponi militari) negli affari interni di questo Stato indipendente. Nel 1994 con Clinton che manda i marines: «Non si tratta più di una democrazia popolare, risultato di una lotta di massa, bensì di una democrazia calata dall’alto, ristretta o “sotto tutela”, in quanto controllata da vicino attraverso le Nazioni Unite». E nei mesi post-terremoto con gli aiuti umanitari: «Gli Stati Uniti hanno utilizzato Usaid e l’ong Care come braccio operativo per invadere, attraverso programmi di sviluppo, il mercato haitiano di “american rice”, affossando così la produzione locale».

Proprio sul pessimo servizio degli economisti liberisti sulle finanze haitiane si concentrano molte delle pagine che spiegano (insieme a “corruzione, clientelismo, lotta per le poltrone”, frutto della politica interna che – ad esempio – ai tempi di Duvalier ha contratto l’80% degli attuali debiti) come Haiti sia e resti uno dei Paesi più povero del mondo: «Alla fine del suo regime nel 1986, Baby Doc fugge svuotando le casse dello Stato.  Prontamente interviene in soccorso di Haiti il Fmi, con un prestito di 24,6 milioni di dollari, con la condizione che Haiti riduca le tasse di protezione sul riso (allora al 24 per cento), su altri prodotti agricoli e su alcune industrie. Questa impostazione mirava ad aprire i mercati del Paese alla concorrenza di altre nazioni. Da allora gli agricoltori haitiani non possono competere con i produttori di riso statunitensi, sovvenzionati dal loro governo (il riso, alimento base degli haitiani, è uno dei prodotti più sovvenzionati negli usa). Riso gratuito o a buon mercato continua anche ad arrivare sotto forma di aiuti alimentari. La produzione locale del cereale crolla e decine di migliaia di contadini sono costretti a trasferirsi in città o nella confinante Repubblica Dominicana a cercare lavoro. (…) Molto più recenti, anche gli Accordi di partenariato economico (Ape), sottoscritto con l’Europa nel 2010, prevedono l’apertura dei mercati ai prodotti europei sovvenzionati. Il sisma non ha migliorato la situazione: a causa egli aiuti c’è stata un’invasione straordinaria di riso nordamericano».

Il sisma è chiamato ad Haiti il “momento zero” da cui ricominciare. Ma ripartire con le forze interne perché è inimmaginabile un Paese che viva solo grazie alle sovvenzioni provenienti dall’estero. Anche questa sarà la sfida del nuovo presidente Michel Martelly (insediatosi il 15 maggio). Dopo tante delusioni dalla classe politica, non sarà un caso che gli haitiani abbiano scelto per guidarli un cantante senza alcuna  esperienza politica.

Ad maiora.

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Marco Bello e Alessandro Demarchi

Haiti, l’innocenza violata

Infinito edizioni

Castel Gandolfo (Roma)

Gennaio 2011

Pagg. 171

Euro: 13.