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Oggi l’addio a Salvatore Furia

Centinaia di persone stanno rendendo in queste ore omaggio a Salvatore Furia, il meteorologo del Gazzettino padano della Rai, scomparso ieri l’altro. La camera ardente è stata allestita nel Comune di Varese al Salone Estense. Aperta alle 10 verrà chiusa intorno alle 14.45. A quell’ora partirà il corteo funebre (preceduto dal gonfalone di Varese) diretto alla Basilica di San Vittore, dove verranno celebrate le esequie.

Furia, 85 anni, autodidatta, appassionato di cirri, stelle e prealpi, era vedovo. Lascia due figli. E centinaia di migliaia di ascoltatori senza più le sue speciali previsioni del tempo.

Viva l’Italia: 458!

Gazzetta dello sport e Chi ci informano oggi sulla nuova passione degli italiani danarosi: la Ferrari 458 Italia. Costo 197mila euro. La sfoggiano in questi giorni di vacanze Valentino Rossi (31 anni) e Giancarlo Tulliani (33 anni). Sul secondo i giornali (prima quelli berlusconiani poi, dopo mille esitazioni, anche gli altri) hanno raccontato la rava e la fava. La casa a Montecarlo. Ma anche la dirigenza sportiva (con la novità che si intascava parte dei contributi che Gaucci dava agli ultrà: a proposito, come mai Gaucci pagava gli ultrà) e le porte che gli si sarebbero aperte qui in Rai grazie al fatto di essere cognato del presidente della Camera. Dopo lo scandalo e la rottura Fini-Berlusconi, le stesse porte gli sono state chiuse.

Valentino Rossi invece, oltre che per gli incredibili meriti sportivi, è passato alle cronache per aver restituito 35 milioni di euro al Fisco. Nel periodo 2001-2006 il pilota aveva la residenza fiscale nel Regno Unito e quella reale nel Bel Paese. Per il 2000 ha ottenuto il condono. Dal 2007 paga le tasse in Italia.

Tulliani e Rossi hanno dunque la stessa macchina. Il cognato di Fini ne guida una nera. Valentino (che l’aveva provata a gennaio in quel di Fiorano) ha scelto un modello giallo col tetto nero. Per entrambi: 57o cavalli, doppia frizione, 7 marce e velocità massima di 325 km/h.

Viva l’Italia. 458.

Perché la farfalla Rai torni a volare

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tanto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

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Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro

Intervento all’Università degli Studi di Milano del 13 novembre 2008

Voglio dividere il mio breve discorso in quattro flash.

Il primo riguarda la peculiarità della professione giornalistica fatta in televisione.

Occuparsi un po’ di tutto. Forse questa e’ uno dei principali fattori che contraddistingue chi lavora ai Tg, rispetto a chi scrive su un giornale, o peggio ancora su un settimanale.

Bisogna sapere qualcosa di tutto, e di tutti gli argomenti. E’ un elemento cui tener conto quando si parla di etica e giornalismo tv. A volte non sapere nulla aiuta a spiegare meglio le cose, spiegarle in modo semplice. Ma c’e’ spesso una strategia per la quale non deve essere sempre lo stesso giornalista a fare la stessa cosa. In questo modo non si creano specializzazione. Poi, soprattutto in un azienda parastatale come la Rai, si viene etichettati politicamente. Io dal momento in cui ho fatto il primo di una lunga serie di contratti a termine sono stato definito “di sinistra”. Nella Prima Repubblica bastava sedersi al tavolo dei comunisti, dei socialisti e dei democristiani per essere identificati con quel gruppo. Io mi sedetti al tavolo comunista e tale sono ancora considerato nell’organigramma che immagino sia stato fatto. Ciò pur essendo sempre stato liberale. E pur avendo a volte votato a destra in questi anni. La catalogazione non è stata priva di conseguenze. Negli anni ’90, ai tempi della prima vittoria berlusconiana, non ho avuto contratti per due anni. Ora le differenze, anche nella nostra azienda, sono più sfumate. Ci sono molti sindacalisti che fanno barricate e grandi discorsi, ma poi si accontentano della promozione dei sindacalisti medesimi nei posti di potere per considerare migliore il sistema. Berlusconi non mi piace questo e’ vero. Ma d’altronde dirige la Tivù della concorrenza. Come potrebbe piacermi?? E poi considero frustrante il fatto che la sua presenza monopolistica blocchi il mercato e impedisca a persone come me di cercare fortuna in altre televisioni. Da noi comunque funziona tutto in base a schemi politici. Io, che ho la fascia di sinistra sul braccio, intervisto solo e unicamente esponenti di sinistra. Quando mi danno un servizio intitolato “Moratti: bilancio di meta’ mandato” significa che andrò a sentire l’opposizione su questo tema. Il sindaco lo farà qualcun altro. Inutile dirvi che se avessi qualche funzione dirigenziale, manderei quelli catalogati a sinistra a sentire quelli di destra e viceversa. Ma non ho e difficilmente avrò funzioni dirigenziali. E si capisce perché.

Secondo flash e spunto di riflessione: la Tv la guardano tutti nel nostro Paese. Non c’e’ digital divide che tenga, non c’e’ calo di consensi. Magari aumentano le tv satellitari ma chi guarda la tv o ascolta la radio è la stragrande maggioranza delle persone, giovani o vecchi, professionisti o disoccupati. Un servizio andato al Tg1 ha un ascolto pari alla tiratura di una settimana del Corriere della sera. Questa enorme responsabilità deve indurre i giornalisti televisivi a una maggiore attenzione. Abbiamo la possibilità e la forza di distruggere le persone. Dobbiamo stare attenti alle parole, perché il rischio di fomentare razzismo o discriminazioni, giusto per fare un esempio è molto elevato. Ho sentito con le mie orecchie un servizio televisivo su una curiosa truffa elaborata da un gruppo di zingari che iniziava così: “Per essere una truffa pensata da rom era molto ingegnosa…”. Come se gli zingari fossero una razza inferiore, paragonabile ai babbuini. Con l’ipocrisia tutta italiana di chiamare gli zingari rom o nomadi. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti. Dovremmo ripertecelo ogni volta che scriviamo, in fretta e in furia (questo va ricordato) noi giornalisti tv. Come ricordava il grandissimo Ryszard Kapus’cin’ski,: “Esistono sempre più stazioni televisive, stazioni radio e giornali. Automaticamente ci sono sempre più giornalisti. In questa professione i dilettanti sono sempre stati numerosi, ma oggi invadono addirittura il settore. Molti di loro non si rendono conto che fare il giornalista significa innanzitutto lavorare continuamente su se stessi, formarsi, acquisire conoscenze, cercare di comprendere il mondo”. Ecco il consiglio che va dato a quanti fanno già i giornalisti è: leggete, leggete tanto.

Terzo punto di riflessione: la televisione ormai occupa, secondo studi recenti, un terzo della nostra vita. Nella maggior parte delle case sta accesa da mattina a sera. È per questo che tutte le guerre si concentrano ormai sulla conquista della tv. In Lituania, durante la secessione dall’Urss, gli unici morti furono giovani che difendevano la torre della tv lituana dall’Armata rossa. Anche il fallito golpe in Russia mirò alla sede della televisione. Segno evidente diceva sempre Kapus’cin’ski, che “il potere, dai centri politici tradizionali, si è spostato verso le centrali televisive”. Per fare altri esempi, in Romania, nel Natale 1989, la televisione ha influenzato la decisione di mandare a morte Ceausescu e signora per una supposta strage della Securitate a Timosoara, costruita invece a tavolino recuperando i morti in obitorio. La tivù ha d’altronde favorito la caduta del Muro di Berlino. Chi non ha le tv dalla propria parte non vince. Scrive Timothy Garton Ash: “In Polonia la democratizzazione si è affermata in dieci anni, in Ungheria in dieci mesi, in Germania Orientale in dieci settimane, in Cecoslovacchia in dieci giorni e in Romania in dieci ore. La straordinaria accelerazione dello sconvolgimento popolare nell’Europa dell’est durante il 1989 può essere spiegato dagli effetti dimostrativi della televisione transfrontaliera”.

Quarto e ultimo elemento: in Italia l’informazione televisiva è drogata dal conflitto di interessi Cito il rapporto di Freedom house (prestigiosissima Ong america) del 2007, destinato ovviamente a cambiare a brevissimo: “Italy’s rating improved from Partly Free to Free Primarily as a result of Silvio Berlusconi’s exit as Prime Minister. Although private broadcast media in Italy are still concentrated in the hands of the Berlusconi-dominated Mediaset, the public broadcaster, Rai, is no longer under his control. Under Berlusconi’s rule, Italy suffered from a concentration of media power in the hands of the former Prime Minister, who, through his private media holdings and political power over the state television networks, controlled almost 90 percent of the country’s broadcast media”. In assenza di alcuna legge sul conflitto di interessi, ora Berlusconi ha rivinto le elezioni ed è tornato al potere, trasformando gli utenti della tv in elettori, ma anche i tifosi di una squadra di calcio in votanti: secondo gli analisti, la vittoria del Milan in Champions League ha fatto crescere di due punti elettorali il Centro Destra. Tra breve, il presidente del Consiglio (e proprietario dei tre principali canali televisivi privati), direttamente o tramite uomini e donne di sua fiducia potrà indicare i direttori dei Tg Rai, il direttore della Giornale Radio Rai e larghissima parte dell’organigramma Rai. Una parte del palinsesto andrà all’opposizione. Per qualche giorno ci sarà una bufera di dichiarazioni e di agenzie. Poi tutto tornerà quieto. A gestire le novità saremo noi, operai dell’informazione televisiva pubblica. La frase del Presidente del Consiglio pubblicata su Repubblica del 12 novembre (“Basta con questa tv che mi dileggia solo”) equivale alle trombe che annunciano l’attacco. La Rai, anche grazie a questa assurda gestione politica (che non riguarda, ovviamente solo Silvio Berlusconi o il centro destra) ha perso di credibilità verso l’opinione pubblica. Come l’ha persa la Politica. Perché la credibilità nasce solo dall’indipendenza dalla politica. Per questo sarebbe necessario un cuscinetto tra la Tv di Stato e il Palazzo. Una fondazione, un organo indipendente che non rispetti i tempi del Parlamento, ma quelli televisivi, rapidi e veloci e non quinquennali. Questo ciò che ci vorrebbe. Ma non l’ha voluto fare il centro sinistra. Impossibile lo farà il centro destra. Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla battaglia politica per la nomina del presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Che, per tradizione spetta all’opposizione, ma che questa volta la maggioranza si rifiuta di accettare perché non concorda sul nome scelto dalla minoranza. Credo che la stessa esistenza della Commissione parlamentare di vigilanza sia un errore. Più che vigilare, in questi anni si è censurato. Ho sentito interminabili riunioni nelle quali i conduttori dovevano spiegare a politici (troppo spesso ospiti dei programma d’approfondimento) con quali criteri vengono scelti gli ospiti. La vergogna non è che non sia stato nominato il presidente della Commissione, ma che esista una commissione del genere. Mi si dirà che esiste per garantire il servizio pubblico, per verificare l’applicazione del contratto di servizio che permette alla Tv di Stato di esigere ogni anno un canone. Ma può un gruppo di parlamentari verificare con obiettività tale rispetto? L’etica peraltro non si può imporre per legge. Eventuali violazioni sono represse o dall’Ordine dei giornalisti (organismo che non amo, ma che dovrebbe essere il nostro organo di autogoverno) o nei casi più gravi dalla magistratura. A meno che alla Rai non si richieda quello che il ministro della Cultura Biondi ha detto qualche giorno fa, ossia, che “deve esercitare una funzione di strumento di informazione e di elevazione civica e spirituale dell’intera comunità nazionale”. Ciò francamente esula dal mio lavoro di giornalista. Anche se pagato con i soldi del canone, anche dipendente di un’azienda che è in mano al ministero del Tesoro. Io devo fare informazione non devo elevare lo spirito di nessuno. Devo rispettare le regole del giornalismo e la mia etica personale e professionale. Il resto sono compiti che spettano a predicatori e direi proprio a chi dirige questo Paese, lui sì tenuto a elevare civicamente la società. La responsabilità dell’informazione televisiva è già enorme anche senza richiederle l’applicazione dell’etica kantiana. Scrive Marco Mele sul Sole 24 ore di sabato 8 novembre (commentando la quarantesima seduta della Commissione senza numero legale): “Forse è chiedere troppo, ma la classe politica non poteva lanciare un segnale al Paese nella direzione dell’allentamento del collegamento diretto tra partiti e azienda, assicurando autonomia strategica e gestionale al prossimo vertice?”. Domanda Un mio amico deputato del Pd sosteneva, ai tempi del governo Prodi, che quando governa la destra sia molto più alta la sensazione di sicurezza che permea l’Italia. Per il semplice motivo che quando governa la sinistra i telegiornali (dapprima quelli privati, a ruota quelli Rai, in base anche a semplici meccanismi di concorrenza) fanno a gara a lanciare allarmi. Che spesso hanno come obiettivo gli stranieri. Prima erano gli albanesi, poi i romeni. A proposito, quell’allarme lanciato anche dal candidato premier sconfitto alle recenti elezioni, che fine ha fatto?? Non delinquono più come prima o le forze dell’ordine hanno arrestato tutti i delinquenti e i potenziali delinquenti. E che dire delle impronti digitali che dovevano essere prese ai bambini zingari (per il loro bene, naturalmente), poi dopo le polemiche, anche a tutto il resto della popolazione? Tutto va così veloce che le notizie che tengono banco per giorni poi finiscano presto nel dimenticatoio. In attesa del prossimo scoop. Gli allarmi si smontano nel giro di poche ore. Siamo sempre a inseguire un nuovo allarme. E a parlare di clandestini, anche quando vengono investiti e uccisi da una auto pirata, anche quando muoiono in mare. E se gli annegati nel canali fossero richiedenti asilo? Clandestino e’ un modo di bollare chiunque, anche la badante che ha perso i requisiti per stare qui. Anche gli studenti extracomunitati del Politecnico stranieri, che diventano clandestini il giorno dopo la laurea. Eppure la tv avrebbe ed ha un grosso vantaggio rispetto alla carta stampata Una volta si diceva “carta canta”. In realta’ risulta molto piu’ facile smentire la carta che la tv. Guardate il caso di Berlusconi che voleva la polizia nelle università e nelle scuola in rivolta, in puro stile putiniano. Una, frase poi malamente smentita. Rimangiarsela una volta detta al Corriere della sera o al suo sito internet sarebbe stato molto più semplice. L’ha smentita solo perché i sondaggi gli avranno detto che la gente, che ha i figli a scuola e in università, non l’ha presa bene. Perché la gaffe su Obama abbronzato, non e’ stata smentita, anzi. Ma d’altronde i sondaggi l’hanno approvata: in fondo, pochissimi votanti in Italia hanno figli di colore. Quindi e’ con l’etica personale che si può sconfiggere la tigre di carta. Alcune volte in questi anni mi sono sentito dire: pensavamo fossi la persona giusta per fare questo e quello… E invece non lo ero quella persona giusta. Lo si paga con l’isolamento questo atteggiamento. Ma se in tanti ci comportassimo così saremmo meno isolati. Saremmo più forti. L’importante e’ crederci e tenere la schiena dritta. E per chi come me si fa la barba tutti i giorni, mettersi davanti allo specchio e non avere paura di guardarsi allo specchio. E vi assicuro che non è poco.